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Verso gli Oscar quattro film per capire il cinema di oggi

Articolo. Dai Safdie a Chloé Zhao, un percorso tra i titoli più candidati che raccontano il presente attraverso stili, epoche e sguardi diversi

Lettura 7 min.
Una scena di Hamnet - Nel nome del figlio

Gli Oscar sono alle porte e in questi giorni arrivano in sala diversi titoli che si sono già imposti nella corsa alle statuette. Ne abbiamo scelti quattro: diversi tra loro per stile e ambizione, ma tutti con un corposo bottino di candidature. Un piccolo percorso di visioni per orientarsi tra i favoriti e capire quale cinema oggi racconta meglio il presente.

« Marty Supreme » di Josh Safdie

Il primo film di Josh Safdie dopo la separazione dal fratello Benny, che nel frattempo ha girato da solo « The Smashing Machine », è uno dei favoriti per i prossimi Oscar, forte delle nove candidature ottenute, incluse tutte quelle più pesanti. Prodotto da A24 e con un protagonista di grido come Timothée Chalamet, «Marty Supreme» è senz’altro uno dei titoli più attesi e cool della stagione: da un lato per la sua capacità di intercettare un pubblico giovane, dall’altro perché sembra mettere alla prova il marchio di fabbrica safdiano in una forma diversa, più ampia e ambiziosa.

Ambientato nel 1952, il film segue Marty (Timothée Chalamet), ebreo newyorkese di origini popolari: campione di ping pong di livello mondiale, ma costretto comunque a barcamenarsi tra lavoretti, piccole truffe e raggiri nei bassifondi della città per tirare avanti. Mentre cerca i soldi per finanziare il viaggio in Giappone per i mondiali di tennistavolo, mette involontariamente incinta la vicina di casa (sposata con un altro) e si invaghisce di un’ex attrice un tempo famosa (Gwyneth Paltrow), ora moglie di un milionario, instaurando con lei una relazione ambigua e provando allo stesso tempo a spillare soldi al marito. Nonostante una trama molto diversa, il film ricalca il precedente lavoro di Safdie (firmato insieme al fratello), «Diamanti grezzi» (2019): sia per il ritmo indiavolato, le riprese a camera a mano strette sui volti dei personaggi e un’azione ipercinetica fatta di dialoghi spediti, sia per il susseguirsi di eventi, personaggi e luoghi che si sovrappongono l’uno all’altro, in una sovrabbondanza visiva che diventa anche una sovrabbondanza narrativa. Un eccesso di stimoli e di direzioni possibili che finisce per risucchiare i personaggi e lo spettatore nello stesso vortice.

Il film si regge dunque su una tensione continua tra caos e controllo, mentre la vita del protagonista non procede mai secondo una logica consequenziale, ma per piccoli urti, deviazioni e incidenti che ne mutano di continuo il percorso. Una forma narrativa che rimanda al cinema dei fratelli Coen, ma che qui viene spinta all’eccesso: senza che l’ironia alleggerisca mai la pressione e con un registro tutto orientato al dramma, che apre spaccature profonde dentro il racconto. Tutt’intorno poi c’è New York City che, come in «Diamanti grezzi» (e in tutta la cinematografia dei Safdie), è un personaggio vero e proprio: respira, osserva, si muove come un organismo nervoso e affamato, sempre sul punto di inghiottire chi la attraversa. Una città profondamente caratterizzata e, allo stesso tempo, quasi impossibile da identificare, da geolocalizzare davvero: più che una somma di luoghi riconoscibili, un conglomerato urbano che resta uguale a se stesso pur cambiando pelle, attraversando le epoche. Un abisso della contemporaneità dove tutto inizia, finisce e ricomincia sempre.

Durata: 2h29
In programmazione all’Auditorium Piazza della Libertà, Uci Orio, Notorious Curno, Arcadia Stezzano e Starplex Romano

«L’agente segreto» di Kleber Mendonça Filho

Che l’Academy si sia accorta di un film un po’ periferico e per nulla in linea con i gusti e le tendenze del cinema americano mainstream come «L’agente segreto», tanto da candidarlo a tre Oscar – fra cui quello come miglior film in assoluto, oltre che come miglior film internazionale in rappresentanza del Brasile – è un fatto piuttosto sorprendente. Perché Kleber Mendonça Filho (che però non è colpevolmente candidato come miglior regista) è già da diversi anni uno degli autori più interessanti e innovativi del cinema mondiale. E con quest’opera il regista brasiliano riesce a costruire uno dei suoi film più compiuti e stratificati, mettendo insieme molti degli elementi classici del suo cinema e spingendoli un passo più in là, rendendo tutto più complesso e ambiguo.

Il titolo, come parte della trama, rimanda a un impianto narrativo da spy story, ma ben presto ci si accorge che il film parla di tutt’altro e tocca temi estremamente profondi come la storia e la memoria. Ambientato fra il Brasile degli anni Settanta e della dittatura militare e il presente, il film non opera una ricostruzione storica classica, quella cioè dove il passato viene messo in scena come un presente nel quale veniamo calati come spettatori di vicende in svolgimento. L’idea del regista è piuttosto quella di restituire il passato come un’epoca distante e difficile da ricostruire in maniera lineare. Il protagonista, interpretato da Wagner Moura (la terza candidatura all’Oscar del film è per lui), è un ingegnere che torna nella propria città natale, Recife, per ricongiungersi con il figlio di dieci anni durante i giorni del carnevale del 1977. Qui entra in contatto con una rete clandestina di dissidenti al regime con i quali inizia a collaborare. La sua storia però – ripercorsa da due studentesse nella Recife di oggi attraverso testimonianze e registrazioni – si perde e frammenta in una memoria difficile da affrontare, da comprendere e da scrivere. E pur non dandoci informazioni sugli eventi successivi della vita del protagonista, questa scelta ci mette di fronte all’inesplicabilità e tortuosità della memoria e al suo complesso statuto.

Proprio come le sale cinematografiche chiuse e riconvertite che si vedono nel film: non soltanto un dettaglio d’epoca, ma la metafora dell’immagine cinematografica, un dispositivo che prova a catturare la storia dentro una forma e a restituirla come un’ipotesi di sguardo sul passato. Perché la storia, proprio come l’immagine, sembra dirci il film è una questione di prospettiva: bisogna imparare il modo di guardare.

Durata: 2h40
In programmazione a Lo schermo bianco e all’Uci Orio

«Sentimental Value» di Joachim Trier

In modo forse meno inatteso de «L’agente segreto» ma non per questo meno sorprendente, «Sentimental Value» ha collezionato nove candidature ai prossimi Oscar, segnale di quanto il cinema d’autore europeo stia tornando a pesare anche dentro l’immaginario americano e globale. Dopo il successo de «La persona peggiore del mondo», il regista norvegese Joachim Trier firma un film molto diverso, che riecheggia certe atmosfere del cinema di Bergman e Woody Allen (a sua volta debitore di Bergman), ma le riporta in una grammatica contemporanea, più asciutta e anche più crudele.

La storia è quella di una giovane attrice, Nora (Renate Reinsve), figlia di un celebre regista: padre assente e narcisista (Stellan Skarsgård), con cui ha un rapporto irrisolto, che un giorno le chiede di interpretare la madre – morta suicida anni prima – nel suo prossimo film. Un progetto autobiografico che l’uomo vuole ambientare nella vecchia casa di famiglia, un edificio coloniale in un quartiere residenziale di Oslo. La richiesta innesca ciò che era rimasto sepolto e rimette in movimento i conflitti familiari, coinvolgendo anche la sorella di Nora, che ha scelto una vita molto più “normale” e apparentemente risolta. E tutto sfocia in una durissima resa dei conti, dove la questione non è soltanto affettiva ma, in fondo, morale: chi si prende il diritto di trasformare una persona – e un dolore – in materiale di racconto? Come si traccia – se esiste davvero – un confine tra la realtà e la finzione? Dove finisce la vita e inizia la sua rappresentazione?

Il film si muove intorno a questi interrogativi e tiene i personaggi in una condizione costante di sospensione. Nessuno possiede la solidità granitica delle proprie convinzioni: ogni discussione, ogni presa di posizione, ogni tentativo di definirsi finisce per slittare, per aprire una crepa, per scolorire nel dubbio. Trier lavora proprio su questa indeterminazione – sul confine mobile tra realtà e finzione – traducendola in spazio, usando la vecchia casa di famiglia come figura centrale: insieme set e archivio, teatro dei ricordi e macchina che li rimette in moto, ma anche presenza fantasmatica, abitata da traumi e cicatrici che non smettono di parlare. E in definitiva è questo carattere sfuggente a rendere «Sentimental Value» un’opera tanto sorprendente: la sua capacità di restituire una complessità che non coincide mai con un senso unico, ma si sposta, si contraddice, cambia prospettiva a seconda della prospettiva che si adotta. E che, anche quando sembra sul punto di chiudersi, lascia sempre un margine di irrisolto. Come la vita.

Durata: 2h13
In programmazione al Conca Verde, Uci Orio e Anteo Treviglio

«Hamnet - Nel nome del figlio» di Chloé Zhao

A sei anni dal grande successo di «Nomadland» (2020) che le valse l’Oscar come miglior regista (oltre a quello per il miglior film e attrice protagonista) e dopo il mezzo flop di «Eternals» (2021), Chloé Zhao torna con un film ambiziosissimo e piuttosto distante dal suo cinema abituale e che, dopo aver trionfato ai Golden Globes come miglior film drammatico, ha collezionato otto candidature ai prossimi Oscar.

«Hamnet», tratto dal romanzo «Nel nome del figlio. Hamnet» di Maggie O’Farrell (anche coautrice della sceneggiatura con la regista), è ambientato nell’Inghilterra elisabettiana a cavallo tra il 1500 e il 1600, quando il giovane William Shakespeare (Paul Mescal) conosce e sposa Agnes Hathaway (Jessie Buckley). Inizialmente contrastato dalle famiglie, il loro matrimonio è felice e spensierato, arricchito dalla nascita di quattro figli, tra cui i gemelli Hamnet e Judith. Sono gli anni in cui William inizia a frequentare Londra per farsi strada come commediografo, motivo per cui resta lontano dalla famiglia, che continua a vivere nella natia Stratford-upon-Avon, per lunghissimi periodi: cosa che mina il rapporto con Agnes. Una tragedia inaspettata creerà un’ulteriore frattura nella coppia, ma farà sì che Shakespeare scriva la sua prima tragedia, «Amleto» – dal nome dell’unico figlio maschio – che sarà anche il mezzo per riavvicinarsi ad Agnes.

Zhao non parla di Shakespeare, ma sposta l’attenzione su sua moglie Anne (in alcuni documenti indicata appunto come Agnes), di cui la storia è avara di dettagli e che quindi può diventare un personaggio da intrecciare con la fantasia: nel film diventa una sorta di “strega”, in senso positivo, fusa con la natura e capace di comprenderne i meccanismi e i misteri più profondi. Rivendica il proprio ruolo di madre (lei rimasta orfana da bambina) e sviluppa un rapporto profondissimo con i figli. Attraverso Agnes, la regista mette a fuoco una storia (muovendosi contemporaneamente dentro la storia) che ha pochissima trama ed è invece fatta soprattutto di suggestioni visive: momenti che si concentrano sull’introspezione di una donna che, in un’epoca in cui le donne erano quasi sempre relegate ai margini (nonostante la sovrana d’Inghilterra fosse Elisabetta I), diventa il vero centro emotivo del racconto, imponendo la propria voce e il proprio sguardo sul mondo. Ne nasce un film affascinante e intimo, in cui vita, arte e racconto si fondono in un’unica trama emotiva, restituendo l’idea di un passato che il cinema non tratta più come un “altrove” distante, ma come un eterno riflesso del presente: un passato attualizzato che finisce per mostrare come il dolore e l’amore in fondo usino da sempre il medesimo villaggio.

Durata: 2h5m
In programmazione all’Uci Orio, Arcadia Stezzano, Anteo Treviglio

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