Dai meme virali ai tutorial lampo, dai clip comici alle mini-news, il video è diventato il formato dominante dei social: cattura l’attenzione, stimola emozioni immediate e genera un consumo compulsivo che, pur affascinando, lascia il cervello in uno stato di anestesia temporanea, come nel caso del brain rot . Secondo il rapporto « Technology & Media Outlook » di Activate Consulting, nel 2025 il video, dai social media allo streaming on demand, dalle anteprime su Netflix ai video podcast su Spotify, ha conquistato una fetta di attenzione mediatica così ampia da competere quasi alla pari con il sonno nella giornata media di un adulto.
Non è difficile accorgersene: accendi lo schermo del telefono per controllare l’ora e, mezz’ora dopo, ti ritrovi a guardare un gatto che cerca di saltare su un tavolo, una compilation di cadute clamorose e poi venti video di persone che costruiscono case in miniatura o provano esperimenti culinari assurdi, tutto senza davvero sapere come ci sei arrivato. Oppure ti siedi sul divano pensando di guardare un video veloce e finisci immerso in una sequenza infinita di clip : persone che ballano su canzoni che non conosci, ragazzi che provano acrobazie impossibili con skateboard, tutorial rapidi di pittura digitale, e intanto una serie tv scorre in sottofondo.
Ti succede anche al mattino, mentre aspetti il caffè o il treno: apri l’app per pochi minuti, e senza accorgertene sono passate ore tra risate, sospiri e occhi strabuzzati davanti allo schermo. Questo stato di coinvolgimento compulsivo, dove la nostra attenzione viene catturata e risucchiata senza tregua, può essere definito brain rot .
Brain rot è un termine informale nato dalla cultura dei social media e dei forum online, che indica uno stato di saturazione mentale e ossessione temporanea per un contenuto, un meme, un trend o una serie di video talmente ripetitivi e coinvolgenti da “incollare” l’attenzione, svuotando la capacità di concentrazione su altro. Una sorta di ipnosi digitale, in cui il cervello smette di elaborare informazioni complesse e si limita a consumare e ripetere stimoli semplici, spesso visivi, che provocano piacere immediato o senso di comunità online.
In italiano potremmo tradurlo come «marciume mentale», ma l’espressione è volutamente provocatoria: non indica un decadimento dell’intelligenza, bensì una saturazione dell’attenzione, una forma di stanchezza percettiva che nasce quando il contenuto non chiede nulla a chi guarda, se non di restare lì, ancora qualche secondo, e poi un altro, e un altro ancora. In altre parole, chi sperimenta brain rot scrolla, guarda, ride o reagisce, e poi ricomincia, come in un loop compulsivo che può durare ore. Non è necessariamente patologico, ma una risposta naturale a un ambiente progettato per catturare l’attenzione in cui prevale la presenza di contenuti brevi e ripetitivi, che tengono il cervello costantemente impegnato senza richiedere sforzo cognitivo.
Brain rot e intelligenza artificiale
Il brain rot è anche un fenomeno sociale: ci rende consumatori, ma anche partecipanti di un flusso condiviso di distrazioni e intrattenimento rapido che plasma le nostre giornate più di quanto ci accorgiamo. Ne sono un esempio lampante personaggi come Bombardiro Crocodilo e Ballerina Cappuccina, animali improbabili e inquietanti, coccodrilli con ali di aereo, giraffe in casco da astronauta, squali con le Nike, mossi da algoritmi di intelligenza artificiale, che compiono azioni basiche in scenari minimi o surreali, come una stanza vuota, un cielo psichedelico o un campo colorato in stile cartone animato.
A questi video si aggiunge l’audio, spesso la parte più disturbante e al tempo stesso affascinante: filastrocche in rima baciata, declamate da voci meccaniche sintetiche, con inserimenti di suoni sconnessi, che creano un cortocircuito tra il familiare e l’assurdo. Il montaggio è volutamente minimalista ma ipnotico: qualche effetto luminoso, una fiammata, un fulmine o un loop continuo, così che lo spettatore venga catturato in pochi secondi e trascinato nel flusso senza possibilità di staccarsi. Non c’è una narrazione lineare, né un significato immediato: il fascino sta proprio nella ripetizione, nella stranezza e nella frammentazione, che produce una forma di brain rot visivo e cognitivo, capace di coinvolgere milioni di utenti in pochi click.
La viralità di questi contenuti è aumentata con l’uso dell’AI, che ha reso possibile generare in pochi secondi animali sempre più bizzarri o combinazioni impossibili, mentre prima si ricorreva a peluche o strumenti manuali. Il fenomeno non riguarda solo l’Italia: alcuni video hanno ottenuto milioni di visualizzazioni all’estero, confermando che il meccanismo di fascino surreale, audio ipnotico e ripetizione funziona universalmente.
Perché il video ha vinto
Il brain rot viene spesso raccontato come una forma di impoverimento culturale, una deriva generazionale o una conseguenza diretta della “stupidità” dei contenuti online, ma si tratta di una lettura comoda e superficiale. In realtà il brain rot non riguarda la qualità dei singoli video, bensì la modalità di fruizione che il video ha reso dominante. Non è il contenuto a essere vuoto, ma è il rapporto che instauriamo con esso a essere fragile, intermittente, distratto. Il video breve è il formato perfetto per questo stato, perché elimina la necessità di scegliere, di fermarsi, di decidere quando iniziare e quando finire. Scorre da solo, si sostituisce al silenzio, riempie ogni interstizio della giornata. In questo senso, il brain rot non è un effetto collaterale del video, ma una conseguenza logica del modo in cui il video è stato integrato nelle nostre vite quotidiane.
Il primo motivo per cui il video domina la nostra attenzione è la potenza immediata dell’immagine in movimento. Da sempre l’essere umano è attratto dal visivo: basti pensare ai pittogrammi delle grotte preistoriche, dove la narrazione era già visiva e non scritta, o alle prime pellicole del cinema muto, che catturavano masse senza bisogno di parole. Oggi questa tendenza si è amplificata: un video di trenta secondi può raccontare più di un articolo di mille parole, e lo fa attraverso stimoli sonori, visivi e talvolta testuali in simultanea, rendendo la fruizione quasi istantanea e irresistibile. È il motivo per cui guardare un video di un animale che combina disastri domestici o un tutorial di cucina iper-accelerato è più efficace nel catturare l’attenzione che leggere un pezzo dettagliato sullo stesso argomento.
Come notava il filosofo Walter Benjamin, la riproducibilità tecnica delle immagini cambia il modo in cui percepiamo la realtà, perché la ripetizione rende l’opera accessibile, familiare e persino desiderabile. Nel mondo digitale, il video è esattamente questo: riproducibile all’infinito, condivisibile in un clic, capace di diventare parte della memoria collettiva senza richiedere uno sforzo cognitivo eccessivo.
Un secondo elemento cruciale è la logica del feed e del consumo compulsivo, che trasforma ogni piattaforma in una macchina di attenzione costante. Uno degli equivoci più diffusi è associare il brain rot a una perdita di intelligenza o di capacità critica. In realtà, chi sperimenta brain rot non è meno capace di pensare, ma più stanco di farlo continuamente. Viviamo in un ambiente che richiede decisioni costanti, reazioni rapide, presenza continua. Il video diventa una zona di decompressione cognitiva, uno spazio in cui abbassare la soglia dell’impegno senza spegnere del tutto la mente.
All’interno dello stesso flusso che produce brain rot convivono contenuti di valore, divulgazione, informazione, racconto del reale. Il problema non è ciò che guardiamo, ma come e quanto lo guardiamo. Quando tutto è breve, immediato e intercambiabile, anche ciò che avrebbe bisogno di tempo perde profondità. Il mondo arriva a noi in frammenti troppo piccoli per essere collegati. Il flusso continuo di video non ci lascia il tempo di elaborare, mettere in relazione, costruire gerarchie di importanza. Tutto appare sullo stesso piano: un meme, una notizia, una tragedia, un balletto, un tutorial. Cambia il tono, ma non il formato. E quando tutto pesa allo stesso modo, nulla sembra avere più importanza.
Accorgimenti possibili
Non esiste una cura semplice e non avrebbe senso proporre soluzioni drastiche o nostalgiche. Nessuno “tornerà indietro” a un consumo esclusivamente testuale, e il video continuerà a essere centrale. Quello che è possibile fare, però, è reintrodurre attrito, creare piccoli spazi di scelta e di intenzionalità dentro un flusso progettato per eliminarli. Un primo accorgimento è separare il video dal riempitivo automatico: decidere consapevolmente quando guardare qualcosa, invece di farlo partire per inerzia.
Un secondo accorgimento riguarda il «monotasking» dell’intrattenimento: guardare un video e basta, senza accompagnarlo sempre a un’altra attività. Il brain rot cresce quando sommiamo stimoli a bassa intensità e diminuisce quando restituiamo al contenuto uno spazio definito, anche breve. Un terzo riguarda il recupero del vuoto. Non riempire ogni attesa, ogni silenzio, ogni momento morto. Lasciare che la mente si annoi per qualche minuto non è una forma di igiene mentale che oggi abbiamo quasi disimparato.
Il brain rot è un segnale collettivo che ci parla del modo in cui viviamo il tempo, la stanchezza, la connessione continua. Il video ha vinto perché si è adattato perfettamente a queste condizioni, offrendo una forma di presenza a basso costo emotivo e cognitivo. Il punto non è smettere di guardare video. Il flusso esiste, scorre comunque, e probabilmente continuerà a farlo anche domani. La differenza sta nel riconoscere quando ci intrattiene e quando, più semplicemente, ci tiene occupati. Non tutto ciò che rilassa riposa, e non tutto ciò che passa il tempo lo riempie.
Hannah Arendt, scriveva che pensare è un dialogo con se stessi. Oggi quel dialogo rischia di essere continuamente interrotto da un suono, una notifica, un altro video che parte da solo. In fondo, guardare video non è il problema. Il problema è quando smettiamo di accorgerci di farlo. E se l’unica cosa che facciamo più di dormire è scrollare, forse non serve svegliarsi di colpo: basterebbe, ogni tanto, aprire gli occhi prima che parta il prossimo reel.
