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La bellezza solenne dell’arco del Pegherolo

Racconto. Un’escursione un po’ insolita e non adatta a tutti, tra zone impervie, sentieri ripidi e ostici. Dodici chilometri con un dislivello di 1100m per raggiungere un maestoso arco in alta Val Brembana

Lettura 6 min.
In contemplazione dell’arco

Un’escursione insolita perché non si raggiungono alte vette e nemmeno si arriva a intravedere panorami immensi, eppure, l’arco del Pegherolo, per la sua maestosità merita sicuramente un’esplorazione. È la terza volta che mi reco al suo cospetto ed ogni volta ne rimango affascinato dalla solenne bellezza.

Premetto che non è una gita per tutti, si procede in una zona impervia e il sentiero, nella seconda metà, è assai ripido e ostico anche se non presenta mai tratti particolarmente esposti.

Le temperature favorevoli di questi giorni mi spingono a proporre ai colleghi più ardimentosi una fuga pomeridiana al termine delle lezioni. La presenza di Gigi è fondamentale perché con il suo drone potrà sbizzarrirsi in voli pindarici catturando immagini spettacolari. Al gruppo si aggrega anche Dario, supplente di primo pelo con il gene agrigentino e un piglio agonistico di assoluto livello. La valle del Pegherolo ha un’esposizione verso Sudovest, pertanto il pomeriggio è il momento migliore per visitarla.

Ci rechiamo a Piazzatorre, rinomato centro turistico invernale dell’alta Valle Brembana. Sulla maggior parte dei testi di toponomastica al nome Piazzatorre viene attribuito il significato di “spiazzo della torre” facendo riferimento ad una grossa torre di guardia forse esistita anticamente. I dubbi però sorgono analizzando gli antichi documenti in cui il termine latino turris non compare mai. Viene invece utilizzato un altro vocabolo, torro o toro. Così nel 1185 si chiamava Plazatorro, nel 1215 Plazatora, nel 1473 Plazatoro e così via. Tor o tour (in latino torus) è una voce mediterranea che significa altura, terreno rialzato. Pertanto si tratterebbe di uno “spiazzo rialzato” ovvero di un’area pianeggiante in altura come di fatto appare ancor oggi il territorio di Piazzatorre.

Riguardo a questo borgo brembano il Maironi da Ponte nel 1819 asseriva: «I suoi duecento settanta abitanti sono nella maggior parte mandriani, che vanno a passar l’invernata co’ loro numerosi bestiami nelle provincie di Milano e di Lodi». Fin qui nulla di nuovo rispetto agli altri borghi montani delle Orobie. La sorpresa invece giunge quando dice: «Vi sono anche alcuni che si occupano nel far il guidone, o sia condottiere di legnami, che dall’alte montagne mercé l’acque del Brembo si traducono alla pianura». La fluitazione dei tronchi (bore) lungo le acque del Brembo era un’attività antica: già in documenti nel Duecento se ne parla a proposito della forte domanda di legno nella città di Bergamo per le fornaci di laterizi.

Nel Quattrocento Milano si riforniva in gran quantità del legname proveniente dalla Valle Brembana. Padre Celestino Colleoni nella sua «Historia Quadripartita di Bergamo» (1614) scriveva «Per lo Brembo si conducono quando vengono le piene ogni anno più di cinquecentomila borrelli, che sono trochi d’alberi d’una longhezza limitata, e si togliono tutti nelle selve delle Valli suddette, che menano acque, servono alla Città per abbruggiarsi nelle case, nelle fornaci, nelle tintorie, e in altri si fatti edifici. Vi si conducono anco migliaia di borre di abeti, e larici per le fabbriche».

La fluitazione continuò per tutto il Settecento e l’Ottocento, finché, le strade costruite dall’impero Austroungarico, poco alla volta soppiantarono questa florida attività che scomparve definitivamente nel Novecento con la realizzazione delle dighe e i canali degli impianti idroelettrici. Per facilitare la fluitazione, lungo il corso del Brembo erano dislocati i borelér che, muniti di lunghi bastoni arpionati, balzavano come equilibristi da un tronco all’altro per disincagliare il legname incastrato e per evitare che i tronchi andassero a urtare i caseggiati in riva al fiume, quali mulini e segherie. Da questo ardito mestiere deriva appunto uno dei soprannomi degli abitanti di Piazzatorre: i borelér.

La bellezza solenne dell’arco del Pegherolo
La cartellonistica dei sentieri di Piazzatorre
La bellezza solenne dell’arco del Pegherolo
La bellezza solenne dell’arco del Pegherolo
La bellezza solenne dell’arco del Pegherolo
La frazione Sparavera di Mezzoldo

Lasciamo l’auto sotto la chiesa di Piazzatorre, all’inizio del paese, dove sono presenti alcuni posteggi e una fontana (835m). Appena oltrepassata la Parrocchiale, si imbocca via Malicco che dopo pochi metri diviene un’ampia mulattiera. Il gradevole tracciato iniziale con il suo andamento pianeggiante funge da riscaldamento ideale in vista delle pendenze che ci attendono. Si procede immersi nel bosco per circa due chilometri fino ad addentrarsi nella Valle Pegherolo. A quota 930m perveniamo a un bivio ben segnalato. Deviamo a destra per risalire il versante orografico sinistro della valle. Questa valle che prende il nome dal severo monte soprastante, è aspra, selvaggia e porta ancora i segni dei dissesti dell’alluvione del 1987, quando piogge torrenziali di portata eccezionale mobilizzarono grandi quantità di massi e detriti trascinandoli verso il basso e sconvolgendo la morfologia del territorio. Si sale in un bosco molto vitale, con grande varietà di alberi e un sottobosco fertile che ci stimola alla ricerca di qualche boletus, ahimé invano.

Ci imbattiamo in alcuni aral (carbonaie) e in una splendida cerva, pimpante e leggiadra, che fugge nel bosco più fitto (scopriremo più tardi dove era diretta con tanta passione…). Giunti a quota 1190 il sentiero si abbassa per attraversare la valle. Non scorre acqua perché siamo in un territorio calcareo e il torrente, in assenza di precipitazioni, fluisce al di sotto dell’alveo. La valle del Pegherolo mostra tutta la sua impervia natura: massi, pinnacoli e pareti incombenti con il bosco che si arrampica sui suoi ripidi versanti fino alla base delle rocce. È l’ambiente prediletto dai camosci, ma oggi non ne scorgiamo alcuno. È curioso sapere che in queste lande solitarie si nascose, tra l’estate e l’autunno del 1914, il fuggiasco Simone Pianetti, reo di sette efferati omicidi, braccato dai gendarmi che mai riuscirono a catturarlo.

Ogni bivio di sentiero è contraddistinto da cartelli chiari e, dopo l’ultima diramazione, esiste solo una via segnalata da evidenti bolli gialli. Ora si risale il versante orografico destro della valle con pendenze sempre più ripide. Le chiacchiere lasciano il posto agli sbuffi di fatica. Arranchiamo finché, a quota 1630m, tra le fronde degli alberi ecco apparire l’arco del Pegherolo. Un flash, entusiasmante, poi via di nuovo a faticare! Ancora un centinaio di metri di dura ascesa e ci troviamo finalmente al cospetto dell’arco: è maestoso, ciclopico, contornato da pareti verticali che dal basso ne slanciano la figura. Nulla a che vedere con le più celebri Corna Busa di Schilpario e la Porta di Prada in Grigna. L’arco del Pegherolo è molto, molto di più.

Un ultimo sforzo per superare l’arco e aggirarlo sulla destra così da avvicinarlo dall’alto, sul lato opposto. La meraviglia riempie l’animo.

Mentre Gigi è indaffarato ad approntare il drone, Fabrizio si cimenta in un tentativo di arrampicata per guadagnare la sommità dell’arco. Lo seguiamo con apprensione ma il terreno è assai infido e, giunto quasi in cima, si vede costretto a rinunciare. Il drone è pronto…sibila come uno sciame di calabroni e, osservandolo da vicino, mi ricorda un alieno che ci guarda con l’occhio eccitato. Si alza in volo guidato magistralmente da Gigi, attrezzato di console e visiera. I voli e i video si succedono senza fine. L’unico rammarico di oggi è il cielo grigio che avvolge di nuvole le cime dintorno.

La bellezza solenne dell’arco del Pegherolo
Affaccio sulla valle del Pegherolo
La bellezza solenne dell’arco del Pegherolo
Nebbie incombenti
La bellezza solenne dell’arco del Pegherolo
Traguardando le Torcole

A questo punto giunge legittima una domanda: come si è formato questo gigantesco buco nella roccia? È il risultato di un fenomeno di carsismo per il quale l’acqua, scorrendo all’interno della roccia calcarea, ha scavato una galleria sotterranea. Nel tempo, l’erosione causata dagli agenti atmosferici, ha consumato la roccia circostante facendo crollare gran parte del condotto ipogeo e portandolo alla luce del sole. Attualmente è rimasto solo un piccolo pezzo di quella antica galleria che è proprio il grande buco che oggi vediamo.

Sopraffatti dall’entusiasmo non ci accorgiamo che l’ora dei vespri si sta avvicinando. Frettolosamente ci rimettiamo in cammino ripercorrendo in discesa l’ostico sentiero fino al bivio per i Prati di Piazzolo. Suggerisco la deviazione verso questa amena località con la speranza di imbatterci in qualche ungulato. Dal bivio le tribolazioni finiscono e ci attende un docile tratto pianeggiante.

La bellezza solenne dell’arco del Pegherolo
I componenti della spedizione...
La bellezza solenne dell’arco del Pegherolo
L’alta valle del Pegherolo
La bellezza solenne dell’arco del Pegherolo
La località Sambior ai Prati di Pegherolo

Mentre procediamo rilassati improvvisamente ci blocchiamo: un suono intenso, profondo e cavernoso ci ammutolisce…è il bramito di un cervo. Per chi non lo ha mai udito è spaventoso, o come lo ha definito Fabrizio, «un suono ancestrale». Nel volgere di pochi minuti intravediamo nella boscaglia alcune cerve dirigersi frettolosamente incontro a quel suono. Il bramito è il verso che il cervo maschio emette nella stagione degli amori. Serve ad attrarre le femmine e, contemporaneamente, a intimidire i maschi rivali. Posso garantire che, immersi nel bosco all’imbrunire, è un’esperienza da pelle d’oca.

Questi boschi sono sempre stati il rifugio di animali selvatici. Fino a metà dell’Ottocento i lupi e gli orsi erano considerati “comuni”. Poi la caccia indiscriminata ne ha determinato la lenta estinzione. Tra i ricordi di famiglia si racconta che il giorno in cui a Piazzatorre nacque mia nonna Assunta (23 novembre 1888) in paese scattò l’allarme perché vennero trovate alcune impronte di orso nella neve. Probabilmente si trattava di uno degli ultimi esemplari ancora presenti in Valle Brembana.

Raggiungiamo così i Prati di Pegherolo, nello specifico la località Sambiör (1100m), un nucleo di case sparse tra bellissimi pascoli circondati dalla pineta e sovrastati dai contrafforti rocciosi del Pegherolo. Fino agli anni settanta del secolo scorso questa contrada era abitata stabilmente. Al limitare del bosco ecco un capriolo, è l’ora ideale per avvistarli.

Presso la contrada Sambiör intercettiamo il sentiero CAI 134 che, procedendo in direzione di Piazzatorre, si abbassa di quota con numerosi zig zag nel bosco per immettersi, dapprima sulla strada forestale di servizio alla contrada e successivamente al sentiero seguito all’andata. In poco più di mezzora ci ritroviamo alla chiesa di Piazzatorre.

P.S. l’itinerario qui descritto è lungo 12km con 1100m di dislivello. Per via del terreno impervio occorre calcolare almeno quattro ore di cammino. Suggerisco l’uso di bastoncini. Sconsiglio di avventurarsi in zona con il terreno bagnato. Le immagini di corredo all’articolo si riferiscono a tre uscite, tutte effettuate nei primi giorni di ottobre degli ultimi due anni, naturalmente con cieli e luce diversi.

Tutte le foto sono di Camillo Fumagalli

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