Auto elettriche, fast fashion e griffe della moda di lusso che si promuovono come modelli di ecologismo, colossi dell’arredamento mass market con le loro deforestazioni sostenibili, luci a led e inquinamento luminoso, monopolisti dell’e-commerce oscillanti tra proclami green e disastri ambientali. Antonio Galdo, giornalista e saggista napoletano, fondatore-direttore del sito «Non sprecare.it», nel suo ultimo libro, «Il mito infranto» (Codice Edizioni, 2026, pp. 212, euro 19), decostruisce una serie di falsi miti su cui si sarebbe fondata una falsa sostenibilità, abile camouflage per perseguire la solita logica del profitto, anche a costo di danni ambientali gravissimi. Tutto questo, denuncia Galdo, nella totale impotenza-ignavia degli organismi internazionali, Onu in testa («a cosa serve l’Onu? A nulla»), divenuto “collezionista di fallimenti”.
Consumi e sostenibilità, i falsi miti del presente
Antonio Galdo analizza il mercato di oggi e le strategie green dei grandi marchi, tra contraddizioni e impatti ambientali.
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Il saggio prende le mosse proprio dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, adottata ufficialmente dai 193 stati membri il 25 settembre 2015. Nessuno dei 17 obiettivi scolpiti nel marmo dall’Agenda, secondo Galdo, sarà raggiunto entro la data fissata. L’idea di base del libro è che il proteiforme, caleidoscopico, allettante mondo dei consumi sia stato investito da una moda green, da una sorta di “febbre ecologica” che è solo uno specchietto per le allodole, una sirena per fasce alte del mercato, che possono permettersi di lavarsi la coscienza. Primo esempio, l’auto elettrica. Così Luca De Meo, già ceo di Renault, poco prima di lasciare incarico e settore, nel 2025: «Al momento l’auto elettrica è solo il segno di una rivoluzione per ricchi».
Anche più istruttivo il caso della (in-)sostenibile moda, sorella, leopardianamente, della morte. Abile a proporsi in forme glam, in realtà responsabile, secondo dati Onu, dell’8-10% delle emissioni globali di CO, di un uso massivo di prodotti chimici molto inquinanti, di una spaventosa produzione di rifiuti e di un ancor più spaventoso consumo di acqua. Per fabbricare un paio di jeans ci vogliono più di 3800 litri d’acqua dolce, e un solo lavaggio può rilasciare «fino a 56.000 microfibre» nelle acque reflue. La moda, per definizione, è capricciosa, e consegna alla desuetudine, cioè alle discariche, una quantità difficilmente immaginabile di abiti (troppo presto) dismessi. In sintesi: la moda «è il settore industriale meno sostenibile, anche se è quello che più accompagna i suoi prodotti con questa parola magica».
Per fabbricare un paio di jeans ci vogliono più di 3800 litri d’acqua dolce, e un solo lavaggio può rilasciare «fino a 56.000 microfibre» nelle acque reflue
Né la cosa riguarda solo il fast fashion, l’abbigliamento «popolare», con le sue quantità di massa e la necessità di rinnovamenti (e scarti) continui, con tempi di vita dei prodotti sempre più brevi. Il lusso non è certo da meno. La stella della moda falso-sostenibile è, secondo Galdo, Stella McCartney, figlia di Paul, incoronata da Vogue come «vera attivista dell’ecologismo mondiale». Tra le sue creazioni, la «borsa vegana in pelle di fungo», prezzo: 1.900 sterline. Popolari o per pochi, 50 miliardi di vestiti vengono usati solo un anno e poi gettati nella spazzatura.
Un avviso, per chiudere: nonostante si tratti una «nuova edizione aggiornata», il libro, che ha il merito di informare con ampiezza su questioni cruciali, avrebbe probabilmente avuto bisogno di revisione più puntuale. Per esempio, solo dalle prime pagine: il Congo, primo produttore mondiale di cobalto, avrebbe «10 milioni di abitanti» (in realtà circa 117). «Nel 2013 il Rama Plaza fu devastato da un incendio e crollò [...] morirono arsi vivi 1134 dipendenti»: si tratta del Rana Plaza, che crollò non per un incendio, ma per un cedimento strutturale.
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