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Gran caldo e forti piogge. I volti del riscaldamento

Le due facce dell’estate estrema hanno un legame preciso. Il fisico del clima Antonello Pasini racconta come l’aumento delle temperature, l’energia accumulata dal Mediterraneo e la diversa dinamica delle correnti possano contribuire alla maggiore intensità degli episodi meteorologici

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I danni del violento temporale del 7 agosto scorso ad Arzago d’Adda

L’estate bergamasca ha messo in fila alcuni dei segnali più evidenti del cambiamento climatico: periodi di caldo intenso e siccità, pressione sulle risorse idriche, ma anche temporali violenti, grandinate e precipitazioni concentrate in tempi sempre più brevi.

Per capire che cosa sta accadendo abbiamo incontrato Antonello Pasini, fisico del clima del Cnr.

Come possiamo collegare gli eventi estremi al cambiamento climatico?

«Il caldo e la siccità da un lato e le precipitazioni violente dall’altro sono due facce del riscaldamento globale, almeno per come questo si manifesta nel Mediterraneo. Qui, infatti, e in Europa in generale, siamo all’interfaccia con l’Africa e soffriamo di un problema particolare: non c’è soltanto un cambiamento dei valori di temperatura, ma anche un cambiamento nella circolazione dell’aria. Una volta le nostre estati erano dominate dagli anticicloni delle Azzorre, mentre adesso sempre più spesso arrivano gli anticicloni africani. Perché? Perché il riscaldamento globale di origine antropica ha fatto espandere verso nord la circolazione equatoriale e tropicale e quindi sempre più spesso abbiamo queste ondate di calore provenienti dall’Africa. Queste portano chiaramente grande caldo e siccità, con problemi per una serie di attività, prima fra tutte l’agricoltura, ma anche per chi lavora all’aperto. E poi ci sono la crisi idrica e talvolta problemi anche per le abitazioni. Il punto, però, è che questi anticicloni africani non hanno sempre la forza di rimanere su di noi, altrimenti avremmo il clima dell’Africa. Quando si ritirano, lasciano spazio a correnti più fresche, se non addirittura più fredde. E quando arrivano correnti fresche su un territorio molto caldo, su una nazione circondata dal mare e con un Mediterraneo che è diventato estremamente surriscaldato, si crea un contrasto termico molto forte. Ed è allora che arrivano questi fenomeni estremi: alluvioni lampo, temporali estremamente forti: supercelle, downburst, tornado, fenomeni che abbiamo visto anche recentemente».

Anche vicino alla nostra provincia.

«A Cremona, per esempio, abbiamo visto chicchi di grandine grossi come palle da tennis. In quel caso può darsi che ci sia stato lo zampino anche delle sabbie sahariane, perché in quel momento c’era un’ondata di caldo estremamente forte. Le polveri sahariane possono fungere da nuclei di condensazione per la formazione delle gocce d’acqua, ma anche delle particelle di ghiaccio. Ci sono studi che mostrano come queste sabbie possano favorire l’estensione della grandine e qualche volta anche la grandezza dei chicchi. Se gli studi specifici su Cremona lo confermeranno, in quel caso ci sarà stata una sorta di “congiunzione astrale”, sempre dovuta al fatto che l’aria arrivava dall’Africa».

E per l’autunno?

«La mia preoccupazione grossa è proprio per l’autunno. Tutto sommato, finora non sono entrate correnti estremamente fredde, ma sono rientrati dei refoli di aria fresca dal Nord Europa e dall’Atlantico. In autunno avremo ancora un Mediterraneo estremamente caldo. Quando arriveranno le perturbazioni si troveranno a interagire con un mare che conserva molto calore. Io temo molto che gli effetti violenti saranno probabilmente ancora più violenti».

Dobbiamo smettere di considerare questi episodi come eccezionali.

«Sì, dobbiamo capire che non siamo più di fronte a eventi isolati. Il problema è proprio il cambiamento del contesto climatico nel quale questi fenomeni si verificano. Abbiamo un’atmosfera più calda, un Mediterraneo più caldo e una circolazione atmosferica che sta cambiando. Questo modifica le condizioni nelle quali si sviluppano gli eventi meteorologici. E questo vale anche per il territorio bergamasco e per tutta la Pianura Padana. Dobbiamo imparare a leggere questi fenomeni all’interno di un quadro più ampio, senza separarli artificialmente: il caldo, la siccità e le precipitazioni intense fanno parte dello stesso sistema».

È arrivata anche la notizia del superamento della soglia di 1,5 gradi di riscaldamento globale. È una sconfitta della scienza?

«In parte la si può leggere anche così. Nonostante i nostri allarmi, che arrivano da più di trent’anni, l’andamento delle emissioni è stato tale che questa soglia è stata superata. Ormai è stata superata per un anno e probabilmente quest’anno verrà superata ancora. L’obiettivo è quello di non superarla per dieci anni, ma purtroppo anche questo è destinato a passare. Da un lato, quindi, si può leggere come una sconfitta degli scienziati, perché non siamo stati ascoltati. D’altro canto, però è l’ulteriore dimostrazione che noi siamo ancora lì, sul pezzo, a dare notizie, dati e risultati scientifici a chi gestisce il bene pubblico. Siamo ancora presenti e, se vogliono ascoltarci, siamo lì. Abbiamo tutta la volontà di dare il nostro contributo».

Lei ha proposto anche un organismo di consulenza scientifica per il Governo e il Parlamento.

«Si dovrebbe creare un consiglio di consulenza in modo tale da dare una base scientifica su cui discutere. Quello che a noi dà fastidio è che ci siano delle discussioni ideologiche. Dobbiamo invece prendere come base della nostra discussione un principio di realtà, che è quello che ci presenta l’indagine scientifica. È il frutto di un lavoro meticoloso e rigoroso, che ti dà la base sulla quale poi discutere e magari dividersi sulle soluzioni. Ma l’importante è considerare seriamente il problema con i dati che noi forniamo».

Il clima viene spesso trasformato in una contrapposizione politica. Come se ne esce?

«È anche un problema comunicativo. Io dico sempre che il cambiamento climatico non è di destra e di sinistra. Quando parlo con un politico di destra gli faccio vedere che, se andiamo avanti così, gli scenari peggiori del cambiamento climatico ci mostrano una riduzione drastica del Pil. Quando parlo con un politico di sinistra gli faccio vedere che negli scenari più precisi del cambiamento climatico le disuguaglianze aumenteranno eccome. I ricchi saranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Il cambiamento climatico, insomma, inficia qualsiasi idea tu abbia di futuro e non la fa realizzare. Per questo non è un problema ideologico. Impatta tutti, qualunque sia l’idea di futuro che abbiamo».

Qual è l’aspetto che più la preoccupa?

«Quello che mi spaventa è il fatto che oggi viviamo in una “policrisi”. E queste crisi si autoalimentano l’una con l’altra. Ho scritto un libro («Effetto serra, effetto guerra», scritto con G. Mastrojeni )sull’impatto del cambiamento climatico sui conflitti e sulle migrazioni. Ma, d’altro canto, ci sono gli impatti delle guerre sul cambiamento climatico e quelli delle scelte economiche, sia in termini di emissioni sia sotto altri aspetti. C’è tutto un problema di sicurezza energetica. Stiamo scoprendo che non è soltanto una questione di inquinare di meno, ma anche di rendersi indipendenti da Paesi che sono poco affidabili. E poi c’è la salute globale. Stiamo vedendo l’influenza del cambiamento climatico sulla diffusione di malattie come West Nile e dengue. Abbiamo visto che cosa è successo con il Covid».

C’è ancora tempo per invertire la rotta?

«Io sono convinto che al di sotto dei 2 gradi si possa rimanere. Lo scenario di 1,8 gradi che mostra il nuovo rapporto dell’Unep è realistico. Mi sembra molto difficile, entro il secolo, tornare a un grado e mezzo. Però sarei già contento di rimanere a 1,8 gradi, comunque sotto i 2 gradi. Nessuno sa qual è esattamente la soglia oltre la quale il clima parte per la tangente. Noi siamo stati fortunati: per adesso il clima ha risposto abbastanza gradualmente alle nostre azioni. Però attenzione: nel mio ultimo articolo scientifico abbiamo visto che dal 2013-2014 c’è stato un cambio di passo, con addirittura un raddoppio della rapidità di aumento».

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