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Abbiamo chiesto a Silvia Barbieri di raccontarci “La coperta di Bea”, la favola che ha scritto per “Ninnalana”

Intervista. Da oggi in download gratuito la storia di Nina, della pecora Bea e del loro viaggio verso la Capanna di Gesù bambino. Un racconto ispirato alla nostra festa delle ninnenanne che sarà sabato 21 dicembre alla Capanna sul Sentierone

Lettura 4 min.
(Silvia Barbieri, foto Brianzapiù)

Beee… beee… il muso candido di Bea si sfregava sul grembiule della pastorella.

Nina si era appisolata sul letto di paglia nel tepore della stalla. Era stato un pomeriggio di gran lavoro: dopo pranzo aveva aiutato il Tata a raccogliere le pecore e gli agnellini per formare il gregge che ogni anno si recava al Presepe per far festa al Bambin Gesù.

Bee… bee… la bambina non si svegliava e Bea insisteva. Annusò l’aria in cerca di una risposta sul da farsi. C’era buon odore di legna. Avvicinò il muso alla guancia rossa di Nina e cominciò a leccarla dolcemente. Nina non resisteva a suoi baci. La facevano ridere e Bea lo sapeva.

“Bea…Bea…mi fai solletico”: la bambina aprì gli occhi e si trovò immersa nello sguardo dolce dei suoi occhi scuri”.

Inizia così “La coperta di Bea”, la favola che l’attrice, regista e narratrice Silvia Barbieri ha scritto per “Ninnalana – Ninnananna alla Capanna”, la festa di Eppen e L’Eco di Bergamo dedicata alle ninnenanne che si svolgerà sabato 21 dicembre prima alla Capanna sul Sentierone di Bergamo e poi nella vicina chiesa di San Bartolomeo dove avverrà la premiazione delle ninnenanne più belle con una copertina di lana di pecora bergamasca.

Barbieri scrive e legge favole per i bambini da trent’anni, un’abitudine che si rinnova incontrando di volta in volta situazioni e immagini che stimolano la sua fantasia: “Fino ad oggi ho scritto oltre trecento favole e storie per Rai Yoyo e continuo a scriverne nel mio lavoro teatrale ‘sul campo’ con i bambini. Partono tutte osservando il mondo, la natura, le cose, le relazioni. Mi sono nutrita nell’infanzia di Andersen e del suo animismo, dei Grimm e dei viaggi di stolti grulli e ultimogeneti, di Perrault delle sue principesse e bestie. Sul comodino ho la raccolta di Calvino e trovo strepitose le favole di Rodari e di Lodi. La letteratura moderna per bambini è bellissima e quando entro in una libreria è il primo reparto che saccheggio”.

(Foto La pecorella Bea)

Per “Ninnalana” ha scritto “La coperta di Bea” che nasce “da diverse suggestioni: l’amore per la fiaba e la favola, l’antica magia del Natale che mi ha avvolto da piccola, il ricordo del presepe che trovavo puntualmente allestito nella casa dei nonni materni, il desiderio di lasciare un regalo a tutti coloro che partecipando alla raccolta Ninnalana hanno dedicato il loro canto”. E non da ultimo “i protagonisti di questo progetto, ossia la Pecora (bergamasca!), la Capanna, la ninnannana e la coperta di lana che verrà data in premio ai vincitori. Mi piace inventare storie da parole che chiedono di entrane in una trama che profumi di valori”.

Le favole di Silvia sono piccoli grandi meccanismi narrativi, dolci e incantevoli, che danno qualche buon consiglio senza retorica e moralismi. Così per “La coperta di Bea”, che racconta di Nina, una bambina “che non demorde dal suo obbiettivo: quello di raggiungere la Capanna e portare il suo canto al Bambino che nasce. Non è mai troppo tardi per portare la propria voce e la propria partecipazione ad un evento straordinario. È la forza del desiderio del bambino, che non ha alibi, se non c’è l’adulto di mezzo che lo giustifica. Il bambino porta dentro di sé un rigore per le promesse e gli obbiettivi che vuole raggiungere, a volte sembrando testardo. Il nonno invece rappresenta una figura forte e determinata, e in questo senso un modello da imitare”.

Ma la favola parla anche di amicizia: “Bea è l’amica che ti offre tutto quel che ha. Amo gli animali e la loro innata attitudine alla cura. Nina è un po’ come l’agnellino per Bea, che tiene vicino a sé per ripararlo dal freddo. Nel presepe dei nonni ricordo il gregge di pecorelle tutte in piedi, poi ce n’era qualcuna accovacciata. Io mettevo sempre l’agnellino vicino. È una tenerezza vedere questa scena nei pascoli delle nostre valli. Infinita tenerezza. L’intero corpo di Bea si fa coperta, come il nostro abbraccio per l’altro si fa casa”.

Nell’aria di questa favola si sente anche il canto dei pastori alla capanna. “È il segnale che non tutto è perduto: Nina non è lontana e trova la forza di risollevarsi e unirsi a loro. Cantare è pregare due volte, ha scritto Sant’Agostino. E cosa c’è di più bello che farlo con la mano stretta a quella del nonno? La tradizione nutre i cuori dei bambini, che adorano i nonni. L’altro giorno in una scuola dell’infanzia un piccolo di 4 anni era agitatissimo: ‘Lo sai che oggi viene a prendermi il mio nonno?’”.

Silvia Barbieri e Oreste Castagna

Fare due chiacchiere con Silvia Barbieri su “La coperta di Bea” è anche l’occasione per chiederle una riflessione sulla favola: “La favola è eterna. Dal tempo dei miti abbiamo sempre bisogno di racconti. Viviamo nelle narrazioni continuamente. La favola però ci porta in un tempo sospeso, dilatato. Entriamo in un viaggio in cui possiamo vivere e rivivere accadimenti, sentire i profumi, i sapori, gli odori grazie al suono delle parole. È il luogo dell’immaginazione che prevale sulle immagini. È il luogo dell’ascolto e dello stupore. Delle parole nuove, o ritrovate, o ripensate. La favola chiede di essere raccontata e ascoltata, così come la ninnananna. Entrambe stabiliscono una relazione necessaria tra chi racconta e chi ascolta in un patto di incanto e abbraccio ”.

“Ninnalana – Ninnananna alla Capanna” è un progetto multiforme: rivaluta il gesto di cantare una ninnananna ai propri figli o nipoti e porta questi canti davanti alla Capanna, simbolo di accoglienza e nascita che irrora e supera la prospettiva cristiana. In più promuove la cultura della lana di pecora bergamasca in Valgandino (ne abbiamo parlato qui) e la tradizione delle favole. Sono tutti ritorni a una radice comune, un riportare al centro l’umanità quotidiana delle nostre vite, aspetti che nell’era degli smartphone e dei tablet lasciati ai bambini prima di andare a dormire rischiamo di perdere.

Tuttavia i più piccoli continuano a desiderare le favole: “La mia esperienza teatrale, racconto fiabe ai bimbi da oltre trent’anni, mi tiene ferma sulla convinzione che i bambini sanno ascoltare le favole e le fiabe. Si fermano e guardano. Guardano le parole che racconti. Spalancano gli occhi o li fissano come se guardassero le immagini che il racconto crea. La voce ha un grande potere ipnotico e le storie diventano luogo di emozioni, ricordi, associazioni, luoghi archetipici che ci portiamo dentro nei nostri semi originari”.

E oggi di quale favola avremmo bisogno? “Dal mio punto di vista favole di cuore, di speranza e di redenzione. Per farci sentire meno soli, meno impauriti e impazienti. Per dar coraggio, ma questo coraggio usarlo contro chi semina odio, discriminazione e distanze. Favole sulla vicinanza, ecco, forse quello, sulla necessità che ciascuno venga chiamato a piantare un seme sulla terra, sia in senso metaforico che reale”. Insomma favole per l’infanzia che però servono anche ai grandi: “l’adulto ha l’infanzia dentro sé, sempre. Anche se non se lo ricorda, come dice Saint Exupery”. E in fondo “Ninnalana” serve anche a questo: ricordarsi delle favole, che significa ricordarsi di immaginare, sognare e incantarsi per combattere il cinismo e tornare umani. Determinati, accoglienti e desiderosi di fantasia.

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