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Disturbi dell’alimentazione, autolesionismo, tentati suicidi: l’impatto del Covid sull’equilibrio psichico degli adolescenti

Intervista. L’emergenza del Covid è anche quella della salute mentale in età evolutiva. Ne abbiamo parlato con le responsabili della neuropsichiatria e del dipartimento di salute mentale dell’ospedale Papa Giovanni di Bergamo

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(Buket Hün)

Le scuole hanno riaperto, ma non per gli adolescenti, che vivono da mesi e mesi in una situazione di isolamento sociale prolungato. Le persone più stabili e con maggiori risorse si sono adattate meglio, ma in altre la pandemia ha slatentizzato, cioè fatto emergere un disagio che era già latente, un disagio precedente. Dopo averne parlato con una psicologa, lo abbiamo fatto con due medici: Emi Bondi, direttore del Dipartimento di salute mentale e delle dipendenze del Papa Giovanni di Bergamo e Patrizia Stoppa, direttore della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dello stesso ospedale.

(Foto Buket Hün)

MM: Si può quantificare a Bergamo un aumento dei ricoveri psichiatrici fra gli adolescenti?

PS: In tre mesi, da gennaio a marzo 2021, abbiamo avuto la metà dei casi di tentati suicidi di tutto il 2020, oltre la ventina. Si tratti di pazienti fra i 12 e i 17 anni, e quelli più gravi, cioè i mancati suicidi, sono proprio di dodicenni. Nel 2020 i casi di tentato suicidio si sono concentrati negli ultimi 6 mesi dell’anno. Dopo il primo, serrato, lockdown c’è stata una recrudescenza, perché molti hanno aspettato per dire che non ce la facevano.

MM: Questo secondo lockdown è stato peggiore del primo, dal punto di vista dell’equilibrio psichico degli adolescenti?

EB: Sì, noi abbiamo visto tanti ragazzi da ottobre in avanti. Il primo lockdown è andato benino, perché è stato vissuto come “eccezionale” e limitato nel tempo. Poi c’è stata l’estate, che ha illuso su una ritrovata normalità. È stato in autunno che le cose sono peggiorate e ora i numeri sono ancora cresciuti.

MM: Sono cambiati anche i disturbi psichiatrici degli adolescenti?

PS: Confrontandomi anche con i colleghi lombardi abbiamo costatato che la prevalenza del disturbo è verso sé piuttosto che esternalizzato. Ci sono meno agiti etero-aggressivi e più autolesionismo, disturbi dell’alimentazione, tentativi di suicidio. Diventa essenziale lavorare bene sul territorio per agire non solo sulle situazioni più emergenziali ed eclatanti che finiscono in pronto soccorso.

(Foto Buket Hün)

MM: Avete abbastanza posti letto dedicati alla neuropsichiatria infantile?

PS: Non ne abbiamo proprio a Bergamo. In Lombardia le neuropsichiatrie infantili sono solo a Monza, Milano, Brescia, Pavia e Varese, e spesso sono piene. A Bergamo i pazienti vengono ricoverati in pediatria, mentre i più grandi e agitati vanno in psichiatria, anche se minorenni.

MM: Gli adolescenti sono più sensibili degli adulti all’isolamento sociale?

EB: La socializzazione è fondamentale per la ricerca della propria individualità. Un adolescente, per distaccarsi dal modello genitoriale, attraversa una fase in cui si identifica col gruppo dei coetanei ancora prima che come persona. Restando in casa aumentano le tensioni nei rapporti con i familiari. Anche per noi adulti sono importanti gli amici e i rapporti interpersonali, ma sicuramente meno che per i ragazzi, che hanno patito la riduzione della socializzazione e l’esasperazione del linguaggio virtuale, peculiarità e limite di questa generazione.

MM: Il virtuale non basta?

PS: No, perché il corpo è al centro della conquista della propria identità personale. Gli adolescenti hanno bisogno del gruppo e del confronto, non solo virtuale. Considerare il corpo “superfluo” porta a una sua affermazione in negativo: se ne sottraggono i bisogni, con i disturbi dell’alimentazione, o si pensa di rimanere per sempre nella mente degli altri tramite il suicidio. La sperimentazione del virtuale annulla l’esperienza della morte nella sua concretezza, è una illusione che riguarda soprattutto i più piccoli. Rimanere in casa con i genitori non vuole dire essere più controllati: il contenimento emotivo avviene in situazioni relazionali o di gruppo, con regole ed esperienze condivise, ad esempio nello sport.

MM: Quanto conta la mancanza della scuola in presenza?

PS: Le scuole sono non solo un luogo di didattica ma di relazione, anche attraverso il corpo. Il virtuale non è sufficiente per stare insieme in maniera completa. La didattica a distanza mette in crisi anche l’apporto dell’insegnante sul piano umano: alcuni di loro sono adulti di riferimento importanti che sostengono le fasi della crescita, come può esserlo un allenatore. La mancanza di agenzie educative di riferimento, dalla scuola, alla squadra, all’oratorio, si fa sentire, specie nelle famiglie più fragili.

MM: Si può dire che, per gli adolescenti, i problemi psichiatrici legati alla gestione dell’epidemia sono più pericolosi del virus stesso?

EB: C’è un rischio biologico e un rischio psichico, è relativo cosa sia più importante per una persona. È chiaro che un adolescente rischia meno fisicamente come malattia da Covid (anche se ci sono stati casi gravi, ma indubbiamente rari) però possono essere veicoli di trasmissione, e anche questo sul piano piscologico non è sottovalutabile. Certo, sul piano delle chiusure sociali hanno pagato un prezzo molto alto. Non solo per la chiusura delle scuole, ma anche per quella dei gruppi sportivi, in una fase della vita in cui l’attività fisica serve per scaricare le tensioni e le pulsioni sessuali. Poi hanno risentito del clima collettivo, con la presenza costante della morte.

MM: Le conseguenze sulla salute psichica si vedranno anche nel lungo periodo?

EB: Le patologie nello sviluppo non sono valutabili nell’immediato, ma solo successivamente. Certo è che i giovani hanno grandi risorse: il cervello è plastico e riesce a recuperare, ma prima si torna nella normalità meglio è per tutti. Speriamo solo di essere agli ultimi ostacoli e confidiamo nel successo della campagna vaccinale.

Sito Ospedale Papa Giovanni XXIII

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