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La scuola a casa, nel modo giusto

Articolo. Il programma scolastico adesso è l’ultimo dei problemi. Mai come in questo frangente l’attenzione della scuola non deve essere sui compiti e sulle performance, ma sul legame umano e sul piacere dello studio

Lettura 4 min.
(Illustrazione di Mascha Tace)

Questo non è un articolo per spiegare come fare i compiti a casa con i bambini divertendosi, né per dire quanto sia bella la didattica digitale. Sarebbe una presa in giro. È solo il tentativo di raccontare quello che sta succedendo oggi, a Bergamo, agli insegnanti, agli studenti e a chi ha figli in età scolare. Le esperienze possono essere le più disparate, unico elemento in comune: la volontà di tenere duro.

Cosa è successo da quel lunedì 24 febbraio, quando le scuole lombarde hanno chiuso? Molti si sono organizzati: gli insegnanti hanno fatto i consigli di classe online, nelle scuole Secondarie si stanno facendo lezioni in video conferenza. Alla Primaria – solitamente – sono le rappresentanti di classe che fanno da filtro fra maestre e genitori per assegnare compiti e dare istruzioni ai bambini.

Anche alcune maestre della scuola dell’Infanzia cercano di tenere i legami con la classe in questo modo. Nulla di ciò è dovuto, poco è regolamentato: ognuno, con la sua sensibilità, cerca di fare quello che può e ritiene giusto. “Non stiamo facendo monitoraggio dell’attività didattica – chiarisce Patrizia Graziani, dirigente dell’Ufficio scolastico di Bergamo – ma le scuole stanno facendo moltissimo, a partire dal Collegio docenti e dai Consigli di classe in video conferenza, fino dalle Primarie”.

Ci siamo fatti trovare pronti

Illustrazione di Mascha Tace

Che la didattica digitale sia utile o meno in classe è un dibattito ancora aperto. Ciò che è innegabile è che ritrovarsi digitali sia un grande vantaggio adesso. Proviamo a immaginare questa situazione di emergenza vent’anni fa: sarebbe stato tutto ancora più difficile. “Le scuole erano pronte a lavorare in digitale – spiega Patrizia Graziani – negli ultimi anni abbiamo puntato moltissimo alla formazione degli insegnanti. La didattica a distanza era già stata sperimentata con singoli ragazzi per alcuni casi di necessità. Molte scuole hanno fatto Pon (Pon è il Programma Operativo Nazionale, cioè un piano di interventi che ha lo scopo di favorire la nascita e lo sviluppo di un sistema di formazione e istruzione di elevata qualità per la scuola, grazie ai finanziamenti dei Fondi Strutturali Europei, ndr) per ammodernare i laboratori informatici e c’è stato grande fermento. Anche solo l’obbligo del registro elettronico ha abituato tutti alla digitalizzazione. Questa è una occasione per mettersi alla prova e applicare anni di formazione”.

Come si traduce tutto questo nella pratica? Abbiamo raccolto alcune testimonianze che abbiamo preferito lasciare anonime, per privacy e perché rappresentano – con la loro diversità di vedute – un vissuto e problemi comuni.

Lavoretti a distanza

La mia amica Elisabetta vive in uno dei paesi più colpiti. È molto contenta dell’aiuto quotidiano che la maestra della scuola dell’infanzia dà, a distanza, a genitori e bimbi: “ La maestra manda messaggi ai bambini, rassicurandoli e dimostrando che lei c’è, e anche la scuola. Ha inviato una poesia da imparare a memoria, lavoretti da fare, come ad esempio una cornice per la festa del papà. Ha dato da leggere la storia del coronavirus con il compito di fare un disegno e la promessa che poi a scuola realizzeranno insieme un cartellone. Inoltre, anche le maestre dei vari laboratori hanno inviato istruzioni per lavoretti, insegnano la canzone per lavarsi le mani bene, storie a disegni, altre che dobbiamo leggere noi… Insomma, noi genitori siamo contenti e i bambini sereni”. In questo caso, la scuola si mette al servizio del benessere dei bambini e avvia una collaborazione proficua e non stressante con i genitori.

L’incubo delle divisioni a due cifre

Illustrazione di Mascha Tace

Elementari o, per meglio dire, scuola Primaria. Qui le cose cambiano un pochino, perché cominciano a esserci i programmi da portare a termine (non che nelle scuole dell’infanzia non ci sia programmazione didattica, sia chiaro) con l’ansia di rimanere indietro. E così capita che i genitori siano subissati di richieste. Ad esempio quella di spiegare le divisioni a due cifre. È giusto chiedere che se ne occupino mamma e papà? Dipende, ma forse anche no. “Dobbiamo sempre tenere presente che lavoriamo con famiglie che magari hanno subito gravi lutti, come la perdita di un nonno. I genitori potrebbero essere in gravi difficoltà economiche oppure non avere gli strumenti, il tempo, la salute o la disposizione d’animo per mettersi a fare lezione ai figli. Potrebbero essere operatori sanitari o commessi di supermercati o operai senza la possibilità di essere presenti con i figli. Non dobbiamo dare ulteriori problemi alle famiglie ”, sintetizza Vera, insegnante alla Primaria.

Le favole al telefono

Quindi, cosa si può fare? Innanzitutto gli insegnanti della stessa classe possono organizzarsi per distribuire in modo sensato i compiti durante la settimana. Compiti che dovrebbero essere un’opportunità e un aiuto per bambini e famiglie, e non l’ennesimo carico di ansia. “Ogni domenica stabiliamo le attività per la settimana in video conferenza – racconta Vera – in quanto coordinatrice, io preparo un file per i genitori il lunedì mattina, dove spiego le diverse attività e propongo una suddivisione a seconda dei giorni della settimana. Cerco di dare compiti semplici: canzoncine di grammatica con esercizi correlati, molta lettura e – se vogliono – i bambini tengono un diario di bordo”. In più, per mantenere l’aspetto emotivo, Vera si è inventata un nuovo rito: “Ogni sera invio ai miei alunni tramite la rappresentante di classe un messaggio WhatsApp nel quale leggo una delle ‘Favole al Telefono’ di Gianni Rodari. Mi sembra così anche di dare un nuovo significato all’opera di Rodari”.

Lezioni online

(Foto Illustrazione di Mascha Tace)

La mia amica Chiara è una di quelle prof che ci credono davvero: al loro lavoro, alla scuola, alle possibilità della didattica digitale, ma soprattutto ai loro ragazzi. “Da quando siamo a casa lavoro ancora di più. Preparare una lezione online è bello ma complesso: si possono condividere schemi, documenti, immagini. Il problema delle video lezioni è che manca quasi del tutto l’aspetto dell’iterazione personale, anche se cerco di fare in modo che i ragazzi possano intervenire, chiedendo parola nella chat comune”. Com’è sua abitudine, non si risparmia, forte delle risposte positive dei suoi studenti: “ Hanno completato di loro spontanea volontà la ricerca che era stata assegnata per la visita d’istruzione di fine anno, anche se sanno benissimo che non si farà. Mi mandano i loro lavori, sono sempre tutti presenti alle lezioni online”, racconta con orgoglio. Nel poco tempo libero istruisce altri prof non ancora così smart sull’utilizzo della didattica a distanza.

Il momento della responsabilità

Non mancano, neanche fra i prof più entusiasti, momenti di sconforto, come quando Chiara ha saputo che alcuni suoi alunni fotografavano di nascosto i momenti di scuola online, forse per farsi beffa di qualcuno. “Ho interrotto le lezioni e fatto un appello di responsabilità. Devono rendersi conto della gravità delle loro azioni e crescere, crescere in fretta ”.

Un appello, quello alla responsabilità e alla presa di coscienza riguardo alla grave situazione attuale, condiviso dalla dirigente Patrizia Graziani: “In questo momento, quello che voglio dire ai ragazzi, innanzitutto, è: state a casa. Anche a casa potete mettervi in relazione con gli altri e sviluppare i vostri interessi. Gli studenti devono essere responsabilizzati rispetto alla situazione. In secondo luogo, se possibile, devono vivere questo periodo come l’opportunità per fare approfondimenti personali, ci sono tanti strumenti a disposizione. Il famoso programma si recupera, non è un grosso problema. L’importante è mantenersi attivi mentalmente”. E chissà che studenti e professori possano diventare propulsori di qualche cambiamento e modalità nuova di apprendimento.

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