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Servizi per l’infanzia: se sono gratis meglio preoccuparsi

Articolo. Se un servizio è gratuito, ma non è garantito in modo universale, attira più persone, i posti diminuiscono e chi ne ha bisogno rischia di rimanere senza. E così nascono le guerre fra poveri per accaparrarsi un posto al nido o al doposcuola

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(Foto di Shutterstock)

Il prossimo anno il doposcuola di mia figlia alla scuola dell’infanzia sarà gratuito e tenuto dalle sue stesse insegnanti. Non è meraviglioso? No. Sarà un incubo burocratico che si concluderà con mia figlia senza nessun doposcuola.

È una lezione che ho imparato ai tempi delle campagne «nidi gratis»: se è gratis, preoccupati. Ho amici in provincia di Bergamo che ne avevano felicemente usufruito: «Fai domanda», dicevano con grande ottimismo. Queste iniziative, che ogni tanto ritornano (ammetto di non averle più seguite da quando i bambini sono cresciuti), sono – giustamente – legate all’Isee. Il problema è che i posti nei nidi pubblici (gratis o a pagamento) sono limitati e non coprono tutti coloro che ne fanno richiesta.

Il risultato? Non solo il nido lo devi pagare, ma fai ancora più fatica a trovarlo. Col primo figlio dovetti andare nel privato. Erano rimasti due nidi convenzionati con posti liberi; uno dei due chiuse poco dopo per maltrattamenti ai bambini. Per fortuna avevo scelto l’altro.

Se è gratis, non è per me

Quando un servizio diventa gratis, ma non è garantito in modo universale – come la scuola pubblica o il pediatra di base, sempre sia lodato il SSN – attira più persone, quindi i posti diminuiscono.

Non voglio essere fraintesa: sono convintissima che esistano famiglia che hanno il diritto ad avere il nido o il doposcuola o altri servizi gratis. Chi ha meno reddito deve essere supportato, perché tutti i bambini hanno diritto alle stesse possibilità. Mi pare un principio democratico sacrosanto.

Il meccanismo, però, ha delle storture che vanno a colpire quella che chiamerò genericamente «classe media». Non i ricchi (o quasi ricchi) che hanno la tata a tempo pieno, il centro estivo da 300 euro la settimana, il nido privato di lusso. Ma i normali lavoratori con due stipendi non altissimi e senza rete familiare, che non sono «poveri», ma faticano a conciliare i tempi del lavoro con quelli di cura della famiglia. Due impiegati che escono dall’ufficio alle 18, mentre i bambini finiscono scuola alle 16 e non hanno nonni che vadano a prenderli, per capirci. Gente che non avrà mai Isee talmente basso da avere diritto a gratuità, ma a cui i servizi pubblici a prezzi umani servono per vivere.

Il doposcuola

La scuola dell’infanzia di mia figlia chiude alle quattro, il che vuol dire finire di lavorare massimo alle 15.30 per potere andare a prendere i bambini. Attualmente, come accade in molte realtà, c’è un servizio di doposcuola a pagamento, tenuto da una cooperativa esterna (i ragazzi che ci lavorano mi paiono bravi, sulle loro condizioni contrattuali non ho mai avuto il coraggio di indagare). I bambini restano nelle aule scolastiche fino alle 17.30, pagando 55 euro al mese.

La possibilità di fare un’ora di doposcuola con le stesse maestre, e per giunta gratuitamente, sembra allettante. Ma c’è un ma, anzi due o tre: il doposcuola ci sarà fino a esaurimento posti e solo previa presentazione di domanda con Isee e dichiarazione del datore di lavoro. Cominciate a intuire i problemi? Mettiamoli in fila: da una parte c’è un servizio a pagamento, ma che funziona. Dall’altra un servizio gratuito, che però non dà la certezza di potervi accedere. Per una famiglia potersi organizzare per tempo è fondamentale: significa, ad esempio, potere accettare un lavoro d’ufficio 9-17 oppure dovere prendere un part-time o una baby-sitter.

Secondo aspetto: la lettera del datore di lavoro. Un requisito che presuppone che i genitori siano lavoratori dipendenti. Io non ho nessun capufficio che mi intima di rimanere alla scrivania fino alle 17, ad esempio. Mio marito lavora su turni e spesso ha smart working. Potremmo chiedere di compilare qualche letterina ai nostri (svariati) datori di lavoro, ma sarebbe un filo imbarazzante. Terzo aspetto: l’Isee. Se due genitori lavorano è facile che l’Isee non sia bassissimo, e restare quindi fuori dalle graduatorie. Questi sono i tre aspetti pratici, soprattutto il secondo, che ci hanno fatto desistere dal fare richiesta di doposcuola. Andremo a turno a prendere nostra figlia alle quattro e, se non abbiamo ancora finito di lavorare, la piazzeremo davanti la tv a guardare i cartoni.

Elemosinare un servizio

Poco male, siamo dei “privilegiati” per il fatto stesso di avere questa possibilità. Ci sono tanti altri genitori messi peggio di noi. Pensiamo a una madre in cerca di lavoro (li abbiamo visti tutti i dati sulla disoccupazione delle madri a Bergamo, giusto?): la letterina del datore di lavoro non ce l’ha, ma magari, in prospettiva, il doposcuola potrebbe servire anche a lei. Pensiamo a chi gestisce altri figli o parenti anziani o disabili e vorrebbe un’ora di respiro in più nel pomeriggio.

Io, personalmente, preferivo pagare 55 euro, ma non essere tenuta a produrre incartamenti e divulgare i fatti miei. Il fastidio che provo va al di là delle scocciature pratiche. Perché, per richiedere un servizio, mi ritrovo nella posizione di dover dimostrare di non starne “approfittando”? Perché noi, da cittadini prima ancora che da genitori, veniamo trattati come bambini che devono portare la giustifica per avere un aiuto? Perché sembra che io debba chiedere il permesso, se voglio tenere a scuola mia figlia fino alle 17? (Non le nove di sera, le cinque del pomeriggio).

Una coperta corta

I fondi pubblici non sono infiniti, e io non faccio parte della schiera degli ottimisti che immaginano nidi gratis per tutti e congedi parentali paritari (o meglio: li vorrei eccome, ma mi sembra che per ora sia irrealistico). Mi accontenterei di un sistema pubblico – sottolineo pubblico – in grado di fornire servizi di qualità alle famiglie a prezzi calmierati e differenziati per fasce di reddito. Nidi, doposcuola, mense scolastiche, centri estivi (tra poco torna l’estate, e i genitori lavoratori dovranno vedersela ancora una volta con chi starnazza: «La scuola non è un parcheggio»).

Il problema è che spesso, più che cercare soluzioni pratiche, sostenibili, il più possibile eque per tutti (e quindi difficili e complicate) si cerca consenso: il bonus, il gratuito, lo specchietto per le allodole. E noi – pensando che tutto sommato non ci meritiamo niente e che i figli sono un problema nostro– arraffiamo ciò che ci viene concesso. Senza progettualità, senza una visione comune, senza che a qualcuno venga in mente che – se i nuovi nati sono così pochi – magari potremmo destinare loro più risorse, trattarli meglio, fare sentire supportate le loro famiglie.

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