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5 motivi (illuminanti e “spensierati”) per visitare la mostra di Buren in Città Alta

Articolo. GAMeC è riuscita a portare a Bergamo il grande artista francese, nonostante le grandi difficoltà degli ultimi mesi. Al Palazzo della Ragione, con i suoi suggestivi teli luminosi, sino al 1 novembre

Lettura 3 min.

“I lluminare lo spazio. Lavori in situ e situati” è il titolo della mostra, o meglio dell’installazione, che ha aperto i battenti nella Sala delle Capriate del Palazzo della Ragione in Città Alta. Protagonista per tutta l’estate, per iniziativa di GAMeC e a cura di Lorenzo Giusti, è uno degli artisti contemporanei più celebri al mondo: il francese Daniel Buren. L’abbiamo visitata per voi e sinceramente l’unica cosa che ci piace poco è il titolo, certamente filologico riguardo al lavoro dell’artista, ma troppo “accademico” per un progetto che in realtà regala un’esperienza bella e suggestiva, una volta tanto immediatamente godibile per tutti, anche senza necessità di troppe didascalie e spiegazioni – e anche senza conoscere l’artista.
Di seguito, dunque, cinque buoni motivi, “patriottici” e non solo “artistici”, per visitarla.

Il coraggio

C’è chi aveva dato per scontato che, dopo lo sconquasso del covid, l’evento sarebbe saltato. Ma Bergamo non ha voluto rinunciare, sfidando incertezze e difficoltà, al lancio di una mostra internazionale, benché quella dei flussi turistici in arrivo sia un’incognita gigantesca. Istituzioni, soci fondatori di GAMeC e imprenditori del territorio hanno confermato il sostegno economico all’iniziativa. E l’artista di fama mondiale, che pure ha sempre realizzato tutte le sue opere in situ, è stato disposto per la prima volta a rompere gli schemi di una vita e a lavorare a distanza, data l’impossibilità di essere fisicamente a Bergamo. Un segnale importante, dunque, che merita di essere premiato e condiviso.

Un artista globale

Non si può non visitare una mostra di Daniel Buren. Piaccia o non piaccia, che il nome ci dica qualcosa o meno, è un fatto che sia l’occasione ineludibile di incontrare l’opera di un artista che ha lavorato ai quattro angoli del mondo. Riscrivendo con la sua grammatica visiva spazi pubblici e privati di tutto il pianeta: dalla Corte d’Onore del Palais-Royal a Parigi al Tube, la celebre metropolitana di Londra. Dal magnetico arco rosso che attraversa il fiume di fronte al Museo Guggenheim di Bilbao al museo della Fondation Louis Vuitton progettato dall’archistar Frank Gehry. Senza dimenticare il Leone d’Oro per il migliore padiglione internazionale che Buren si è aggiudicato alla Biennale di Venezia del 1986 e il Praemium Imperiale per la pittura ricevuto a Tokyo nel 2007.

La tenda da sole

Che la coerenza sia un valore a prescindere nell’itinerario creativo di un artista è un’affermazione discutibile. Ma che la cifra del lavoro sia sempre e immediatamente riconoscibile di certo lo è. Ed è ciò che distingue con certezza la vera creatività dal mestiere. La “firma” di Buren è inconfondibile. Lo è sin dal primo, fatale incontro nel 1965, con una tenda da sole, il cui motivo a bande verticali bianche e colorate di 8,7 cm è divenuto da quel momento in poi lo strumento visivo utilizzato dall’artista per costruire tutti i propri ambienti. Opere che sono sempre pensate e realizzate di volta in volta per lo spazio destinato ad ospitarli. Anche se nel nostro Palazzo della Ragione questo legame purtroppo si fa labile. Del resto lo stesso Buren ammette che questa è la prima volta che – costretto dai vincoli della pandemia – ha deciso di provare a rompere gli schemi di una vita e di lavorare a distanza, in maniera “astratta”.

La fibra ottica

A dire il vero nulla toglie al fascino dell’installazione il venir meno di questo carattere in situ. Nella penombra della sala delle Capriate, l’artista presenta l’ultimo, nonché affascinante, approdo tecnologico della sua ricerca: i teli luminosi intessuti di fibre ottiche, “portatori interni di sostanza raggiante – come li descrive il curatore della mostra Lorenzo Giusti – e allo stesso tempo fonte di luce per gli ambienti”. Tessuti di luce, insomma, che creano un percorso suggestivo: c’è chi ci ha intravisto nuovi punti di fuga aperti nello spazio, chi vi ha colto il tracciato di frequenze e pulsazioni visive, chi si è sentito avvolto da un caleidoscopio colorato che moltiplica i punti di vista.

Oasi di luce

Chi l’ha detto che un lavoro artistico debba per forza essere portatore di un messaggio “impegnato”. Nell’installazione di Buren possiamo immergerci senza interrogarci troppo su significati nascosti ed elucubrazioni formali. È “semplicemente” la ricerca del grado zero della pittura, di un ritmo matematico e immediato che riesca a moltiplicare punti di vista e prospettive sullo spazio che ci circonda. Ed è puro e semplice godimento estetico. Il risultato al Palazzo della Ragione è l’offerta al pubblico di un’oasi visiva “piacevole” e “rilassante”. Non ce ne voglia l’artista per la scelta di aggettivi che possono sembrare banali e banalizzanti, perché in realtà è proprio di distensione e di “spensiero” visivo, mentale, esistenziale e immaginativo, che tutti abbiamo bisogno in questa estate con la pandemia alle costole.

Info

Fino al 1 novembre
Orari: mar-ven 16-20; sab e dom 10-22. Chiuso lunedì.
Ingresso gratuito, con accesso contingentato.

Sito GAMeC

(Photo-souvenir: Daniel Buren, Fibres optiques tissées.
Illuminare lo spazio, lavori in situ e situati, GAMeC, Palazzo della Ragione, Bergamo, 2013 - 2020
© Daniel Buren by SIAE 2020
foto Lorenzo Palmieri)

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