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Olivo Barbieri e la rivoluzione dello sguardo

Fotointervista. Ad Astino dal 26 giugno la mostra del grande fotografo emiliano. 35 fotografie degli anni Ottanta per raccontare la provincia italiana. Ne abbiamo parlato con il diretto interessato, che ha commentato alcune sue opere

Lettura 3 min.
Olivo Barbieri (Feng Meng Bo)

Guardare dritto nel cuore del paesaggio nel magico guscio storico, naturalistico e architettonico di Astino. Ma ritrovarlo anche là dove è meno sospettabile la meraviglia, grazie all’obiettivo di un maestro della fotografia come Olivo Barbieri.

Dopo i mesi difficili che Bergamo ha vissuto a causa della pandemia, la Fondazione MIA dal 26 giugno riapre i battenti di quel polo di indagine sulla grande fotografia che negli anni è diventato il Monastero di Astino. Dopo Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Franco Fontana e Nino Migliori, quest’anno protagonista sarà uno tra i più importanti fotografi europei contemporanei.

Olivo Barbieri. Early works 1980-1984”, a cura di Corrado Benigni, riunisce per la prima volta insieme 35 fotografie realizzate dal grande autore emiliano agli inizi degli anni Ottanta raffiguranti prevalentemente l’Italia, dai grandi centri urbani alle piccole città, colte nei momenti di vita quotidiana dei suoi abitanti.

Un’occasione unica per scoprire la serie cult di immagini, quasi interamente inedita, da cui è iniziato il fortunato percorso artistico di Barbieri, che ha segnato una stagione straordinaria della fotografia italiana. Alcune delle immagini esposte hanno fatto parte di “Viaggio in Italia”, il progetto ideato nel 1984 da Luigi Ghirri – ancora oggi considerato un manifesto per le nuove generazioni – che, riunendo venti giovani fotografi di allora, ha lavorato alla possibile ridefinizione dell’idea di paesaggio e contemporaneamente a un ripensamento del fatto fotografico. Una sorta di racconto corale che, scrive Benigni, “ha tentato di fare il punto sull’immagine dell’Italia prodotta dalle mutazioni degli anni Sessanta e Settanta, mediante l’utilizzo del colore, una scelta formale rivoluzionaria per i tempi, tenuto conto che fino a quel momento la fotografia a colori era vista con sospetto, legata soprattutto al linguaggio commerciale e della pubblicità”.

Nelle opere in mostra si ritrovano già tutti gli elementi e i temi che nei decenni successivi Barbieri ha continuato a sviluppare con i suoi progetti: l’illuminazione artificiale nella città contemporanea, le vedute dall’alto, gli interni delle abitazioni e dei bar, i segni nel paesaggio. Arricchisce l’esposizione una serie di fotografie di grandi dimensioni realizzate dall’alto su quattro grandi metropoli, Roma, Napoli, Pechino, appartenenti all’ultimo periodo della produzione di Olivo Barbieri.

Per Olivo Barbieri – prosegue il curatore della mostra – rappresentare uno spazio è costruirne uno, così come descrivere è narrare… Lo sguardo di Barbieri è acuto, minuzioso, tenace, capace di perlustrare oltre le superfici dell’insignificanza, oltre la patina di un banale solo apparente, che riguarda tutti noi. Si fa così esploratore di un finito che racchiude il senza fine, cercando un modo attraverso il quale far vedere mentalmente ciò che sfugge alla rappresentazione”.

In occasione della mostra, SilvanaEditoriale pubblica un libro di 136 pagine con 71 immagini a colori, con un testo di Corrado Benigni e un’intervista a Olivo Barbieri.

Olivo Barbieri si racconta

Abbiamo chiesto a Olivo Barbieri di scegliere e commentare per noi cinque immagini che considera particolarmente significative. La parola al grande fotografo.

La mia è stata la prima generazione a livello internazionale (Robert Adams, Stephen Shore, Lewis Baltz, Michael Schmidt, Paul Graham, Thomas Struth) che consapevolmente si fece carico di scoprire cosa c’era intorno ai centri storici. Le periferie e le infrastrutture, allora sbrigativamente ritenute inguardabili, non degne di essere rappresentate perché tristi e disarmoniche, divennero soggetti ricorrenti. La nostra attenzione per i margini, per le periferie, fu anche una reazione esasperata da quell’attenzione istituzionale eccessiva sul centro storico come cliché, come cartolina… Si voleva uscire dal museo, dalla scenografia classica, scavalcare la quinta teatrale… Queste mie immagini raccontano di luoghi fino ad allora poco rappresentati. Sono state esposte in parecchie personali e collettive ma non sono mai state raccolte e pubblicate in modo organico. Sono immagini di poco prima che tutto fosse fotografato e vorticosamente divulgato. Prima del web e dei telefonini.

Appennino Modenese 1982

Appennino Modenese 1982, Olivo Barbieri

La suora meccanicamente ha assunto una posa che riassume l’iconografia religiosa che nel corso della sua vita ha attentamente guardato. Immagini che si fanno persona.

Pegognaga, Mantova 1982

Pegognaga, Mantova 1982, Olivo Barbieri

Cercavo di capire se le atmosfere metafisiche delle “città” di Giorgio de Chirico esistessero veramente o le avesse inventate. I famosi dipinti con pezzi di mobilia in piazza. Non ho però mai apprezzato la fotografia metafisica. Metafisica e Surrealismo appartengono per definizione al fotografico, ma sono interessanti solo se invisibili.

Napoli 1982 (earthquake)

Napoli 1982 (earthquake), Olivo Barbieri

Questa immagine di Napoli, Museo di Capodimonte, dopo il terremoto permette di vedere oltre la tela. La crepa sul muro diventa arte contemporanea e il museo ritorna museo.

Commessaggio, Mantova 1984

Commessaggio, Mantova 1984, Olivo Barbieri

Negli anni ottanta ho fotografato i bar di provincia, luoghi di aggregazione spontanea, frequentati principalmente da giovani e anziani. Quelli in età lavorativa non c’erano quasi mai.

Venezia 1983

Venezia 1983, Olivo Barbieri

Venezia, tetto del parcheggio in Piazzale Roma. I cinque numeri nove sulla targa della Fiat cinquecento verde militare di Treviso, la ruota posteriore sgonfia e il numero dieci in alto a destra con Venezia alle spalle che mistero propongono? Una “scatola in valigia”, in scala reale.

Info

“Olivo Barbieri. Early works 1980-1984”
A cura di Corrado Benigni
Complesso Monumentale di Astino (Bg)
26 giugno – 31 ottobre 2020
Inaugurazione: venerdì 26 giugno 2020 ore 19

Sito Fondazione MIA

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