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Filamenti #2: « nemo profeta in patria », Emilio Morandi e Federica Bognetti

Articolo. Cosa c’entrano Yōko Ono, Kafka, Testori, Rita Hayworth, il sacro e i disperati? Apparentemente nulla, se non parlassimo di un’artista internazionale poco conosciuto a Bergamo (e che vive a Ponte Nossa) e di un’attrice bergamasca migrata in pianta stabile a Milano

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«Bread» di Emilio Morandi

Negli ultimi vent’anni si stanno affermando nuove visioni filosofiche nelle quali si esprime una comprensione più sistemica e relazionale del mondo – le riflessioni di gente come Karen Barad o Rosi Braidotti; ma anche dei “vecchi” Michel Foucault e Gilles Deleuze; o ancora di Donna Haraway e Timothy Morton, di cui abbiamo parlato qui e qui.

L’essere umano – il cosiddetto Uomo – non è più misura di tutte le cose, ma è partecipe insieme altri esseri, umani, ma anche non-umani (come animali, piante e anche esseri inanimati) di un ampio co-divenire relazionale. Perdendo la sua centralità, l’essere umano rinuncia al diritto di fare del mondo ciò che vuole e inizia a stare in ascolto dell’ambiente che lo/la circonda.

Tutta questa riflessione e rivoluzione epistemologica, l’arte (che come alcuni dicono a Bergamo «la serf a negòt») l’aveva anticipata già da tempo. Negli anni sessanta per esempio il movimento sperimentale Fluxus esplorava i rapporti tra l’umano e il non-umano sperimentando la fusione di linguaggi diversi, lavorando con la performance, le arti visive, il design, la letteratura, il rumorismo, l’architettura. Il Fluxus, nato negli Stati Uniti sull’onda delle opere di Marcel Duchamp e John Cage, faceva un’arte concreta e non astratta, un’arte democratica e collettiva.

Facevano parte di questo movimento artisti e artiste come George Maciunas, architetto staunitense fondatore del movimento; Yōko Ono, artista giapponese che tutti conosciamo; Joseph Beuys, artista e performer tedesco, ecologista e fondatore dei Verdi in Germania; Shozo Shimamoto, artista e performer giapponese anticipatore dei tagli di Lucio Fontana; Ray Johnson, artista americano fondatore della Mail Art e moltissimi altri. Un circuito internazionale che si è via via moltiplicato in una serie di flussi, di correnti, di fili, come quello della Mail Art dove artisti di tutto il mondo comunicano mandandosi opere via posta.

Ora, è certo che se noi a Bergamo avessimo un rappresentante di questa corrente contemporanea così rivoluzionaria e anticipatoria, i suoi lavori sarebbero sicuramente esposti alla GAMeC o alla Accademia Carrara. E invece no. Perché come dissero – a ragione – Matteo, Marco, Luca e Giovanni: «nemo profeta in patria sua». Specie se la sua patria è Bergamo. Infatti noi un artista così importante in verità ce l’abbiamo. Non lavora in un attico vista città ma a Ponte Nossa in uno studio privato, con vista sulla vecchia fabbrica tessile Cantoni, di cui poi vi parlerò.

Si chiama Emilio Morandi ed è un artista contemporaneo di calibro internazionale, che spazia tra pittura, installazione, video arte e performance. Emilio ha attraversato l’arte Fluxus, la Mail Art, il Neoismo, la Visual Poetry. Ha collaborato con il VEC di Maastricht, ha partecipato alla Biennale di Venezia, ha ideato numerosi festival e partecipato a esposizioni in ogni continente. Il suo curriculum è come dicono in inglese «impressive» e non ho spazio qui per riassumerlo per intero.

Nella sua carriera sessantennale dalla produzione smisurata Emilio, insieme alla moglie Franca sua partner intellettuale, ha conosciuto tutti ed è andato da tutti. Ha scambiato corrispondenza con Ray Johnson, ha ospitato a casa sua Shimamoto ed è andato da lui in Giappone. Ha lavorato per la baronessa Lucrezia Dumizio Durini mecenate di Beuys, ha conosciuto Yōko Ono, Christo e Jeanne-Claude (quelli della passerella sul Lago d’Iseo), Istvan Kantor (fondatore del movimento Neoista), per dirne alcuni. Nel suo spazio a Ponte Nossa, una casa di tre piani («Artestudio Morandi»), ci sono un laboratorio, un’infinita collezione di sue opere, numerosi archivi, uno spazio di sperimentazione internazionale e intergenerazionale e una galleria con opere di Shimamoto, Yōko Ono, Christo e chi più ne ha più ne metta.

Perché per Emilio l’Arte è vita. E la vita fonde suoni, oggetti, azioni, umano e materia in un flusso continuo. Nelle sue opere ci sono pane, pezzi di carne, magliette, legno, garze, stoffe, sangue, farina, tubi di metallo, cimbali, tamburi, tubi di colore, sassi, martelli, chiodi. Ma c’è anche flusso, processo, performance, luogo dove i corpi umani e non-umani, estraniati dal loro quotidiano, s’ incontrano e celebrano il potenziale sacro e crudele del loro fondersi. Il cerimoniere, colui che si cala dentro l’arena come in un gioioso atto sacrificale, è lui. Lui che esplora e scardina il tema della costrizione, della violenza del mondo burocratico, ossessivo e capitalista. Lui che con la sua innocenza ci invita in un mondo alla rovescia, dove non esistono confini di nazioni, lingue, età che possano fermare il nostro comunicare e dove John Lennon è solo il ragazzo di Yōko Ono, a cui per vivere è “capitato” di fare il cantante.

E ancora nel lavoro di Emilio c’è l’alienazione della fabbrica a ricordo del cotonificio ex Cantoni di Ponte Nossa, dove lavoravano i suoi genitori e che negli anni sessanta mandò tutti in cassaintegrazione, danneggiando irrimediabilmente la vita e il territorio del paese. C’è il paradosso della comunicazione ipertecnologica, dove ogni sintassi è annientata a favore di un bombardamento di micro informazioni che non lasciano spazio al pensiero. C’è la pietas verso il mondo animale, il pensarsi al posto e come l’animale sacrificato e consumato. Infine c’è il grande tema della metamorfosi. L’istinto primordiale di uscire dalla costrizione, dal bozzolo di corde, fasce e burocrazie relazionali per trasformarsi in altro.

Ed è proprio alla metamorfosi e ai racconti di Kafka è dedicata la personale «Story of Kafka», che Emilio terrà per tutto il mese di settembre allo Spazio 104, di via Borgo Palazzo 104 a Bergamo. La personale è stata inaugurata il 10 settembre, con una performance di Emilio dal titolo «Soft enigma». La mostra sarà però visitabile solo nei weekend ai seguenti orari. Il sabato (10-17-24 settembre) il pomeriggio: dalle ore 17 alle 19,30; la domenica (11-18-25 settembre) la mattina: dalle ore 10 alle 12,30. Segnalo che il giorno sabato 24 settembre si terrà una sorta di happening, «Performedia», dove artiste e artisti ospiti nazionali e internazionali parteciperanno alla personale attraverso le loro performance. Ci saranno: Valerio Ambiveri e Bianca Terreni, Mauro Andreani, Mariano Bellarosa, Analía Beltrán, i Janés, Maritè Bortoletto, Paolo Bottari, Paolo Conti e Ezio Bianchi, Daniel Daligand, Federica De Matthias e Paolo Campisani, Attilio Fortini e Silvia Martini, le Meralance (Bortoletto, Martini, Spinazzè), Ana Milovanovic, Franca e Emilio Morandi (con Finazzi, Foschi, Morandi), Tiziana Morstabilini e Rosemary Seganfreddo, Isabel Oprandi e Marilena Vita.

Infine, spostandoci a Milano un po’ come «Autumn in New York», voglio segnalarvi un’altra artista bergamasca che si esibirà con lo spettacolo molto bello: «Bar Blues» nel Chiostro Santa Maria alla Fontana di Milano dal 15 al 18 settembre. Lei è Federica Bognetti, un’attrice bergamasca della scena indipendente milanese che da anni porta avanti una ricerca originale che mescola linguaggi scenici differenti come la parola, il gesto, il canto, la danza e la drammaturgia sonora.

Federica, diplomata alla Scuola Civica Paolo Grassi, ha lavorato con registi, attori, drammaturghi come Marco Baliani, Corrado Accordino, Corrado D’Elia, Giulio Baraldi, Alessandro Castellucci, Gigi Dall’Aglio e Walter Le Moli. È un’attrice dal curriculum solido e in continua metamorfosi, diventata negli ultimi anni anche autrice dei suoi lavori. Il suo è un dialogo con la forma, che emerge solo dopo essersi calata dentro il tema che di volta in volta sceglie. In «Mr Sandman – uno spettacolo senza parole», dedicato a suo padre, usa il corpo e maschera. In «Il mio nome è Cassandra», una denuncia dello stato di precariato cronico del mondo artistico in questo paese, mescola corpo, danza e parola. Infine nel già citato «Bar Blues», s’immerge in una partitura di parola e canto per dare voce al mondo poetico e narrativo di Giovanni Testori.

«Bar Blues» è uno spettacolo a metà tra il cabaret e il teatro musicale liberamente tratto dai racconti di Testori. Qui Federica interpreta una donnaccia della vecchia Milano, che si prostituisce per mantenere il suo uomo in carcere, ma che in realtà è una donna a cui non dispiace esplorare il mondo attraverso il corpo e l’anima dei suoi amanti. In un’ambientazione da cafè chantant un po’ decadente, la protagonista, una piccola Rita Hayworth milanese, si racconta. Lei lo sa, che questo mondo è una “truffa”, ma vive pienamente se ne infischia del destino.

Insieme al sassofonista Emiliano Vernizzi, Federica costruisce una drammaturgia sonora che si apre a canzoni evocative, struggenti e ironiche, che sono un po’ un messaggio al mondo, dove la malinconia esistenziale della protagonista diventa lirica e si apre. Quello che sorprende è la precisione e l’efficacia di questi suoi attraversamenti. Le metamorfosi di Federica sono totali e aprono immaginari. Il «corpo segreto» interno, come mi ha raccontato lei – scoperto nel training con il regista greco Theodoros Terzopoulos con cui studia – è aperto, vivo, morbido in connessione tra cielo e palco. Per questo ve la raccomando.

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