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Siti di archeologia industriale da visitare a Bergamo e in provincia

Guida. Fabbriche abbandonate, company town e spazi riconvertiti: un itinerario al grido di “Save industrial heritage!”

Lettura 9 min.
(juzaphoto.com)

Vecchie filande, cementifici, cartiere, villaggi operai: è un retrogusto malinconico, quasi contemplativo, quello che si insinua dentro i siti di archeologia industriale a Bergamo come altrove. È l’immediata percezione del contrasto tra le “cattedrali” silenziose di oggi e il ricordo di ciminiere sbuffanti, dei rumori assordanti delle macchine, del via vai dei lavoratori.

Anche sul nostro territorio sono sorti tanti complessi industriali che oggi, perduta la loro vocazione produttiva, sono straordinari (e tutelati) esempi d’architettura, tecnologia, urbanistica e storia del lavoro. E se ancora da noi l’archeologia industriale non è ancora un vero e proprio trend come è accaduto a Milano – dove questi spazi sono stati ampiamente riconvertiti in luoghi della moda, del design, della cultura e dell’accoglienza – anche qui si sono avviate sperimentazioni per una loro restituzione alla vita collettiva.
Per chi è a caccia di “monumenti” del lavoro, ecco dieci luoghi da non perdere. Save industrial heritage!

Crespi d’Adda, Villaggio industriale

Sito Unesco, è una delle più complete, originali e conservate realizzazioni dell’utopia di un “villaggio ideale del lavoro”: non si può non visitare almeno una volta nella vita il Villaggio di Crespi d’Adda, una cittadina costruita a tavolino nel 1878, sulla riva dell’Adda. Era l’epoca dei capitani d’industria cosiddetti “illuminati” che, innamorati dell’immagine del padrone-filantropo, sognavano il loro piccolo regno perfetto nel quale provvedere come padri a tutti i bisogni dei dipendenti e delle loro famiglie, dentro e fuori la fabbrica, “dalla culla alla tomba”.

Il Villaggio Crespi d’Adda è una vera città ideale del lavoro, in cui tutta la vita è scandita dai ritmi della fabbrica: il “castello” del padrone, villette per i dipendenti con orti e giardini, chiesa, asilo, scuola, ospedale, teatro, bagni pubblici. E poiché il lavoro non doveva escludere il bello, il villaggio è ambizioso anche nell’attenzione all’eleganza architettonica e decorativa, sempre in bilico tra classicismo e romanticismo: citazioni neomedievali sia per gli edifici che per l’opificio, ornamenti in cotto, ferri battuti.

Il cimitero stesso, di gusto esotico ed eclettico, riproduce in sintesi l’organizzazione del villaggio, con la torre-cappella dei Crespi che si erge a vegliare sulle piccole croci delle tombe operaie che punteggiano il prato all’inglese. In fondo, tutto il villaggio è il diario di un’utopia destinata inesorabilmente ad esaurirsi, risucchiata dai rapidi mutamenti del progresso.

Ancora oggi il villaggio di Crespi è perlopiù abitato dai discendenti dei lavoratori della fabbrica tessile, e si può visitare partecipando a tour domenicali, visite teatralizzate in notturna, a piedi, in bicicletta.
Informazioni e prenotazioni visite guidate: Associazione Crespi d’Adda www.crespidadda.it o www.villaggiocrespi.it .

E per chi vuole scoprire in nuce il sogno di Benigno Crespi, a Nembro la Manifattura Crespi è l’abbozzo in piccolo del progetto che si realizzò compiutamente a Crespi, il primo esperimento di stabilimento affiancato da abitazioni e servizi per gli operai.

Alzano, Cementificio Italcementi e Cartiere Paolo Pigna

Due casi noti anche al di fuori dai confini locali ci riconducono all’Alzano di fine Ottocento, con le sue “dense colonne di fumo che si alzano a spire dagli alti e numerosi camini”, il “bianco spumeggiare dell’acqua che cade sulle turbine”, l’“assordante girare dei meccanismi”, i “molti fili aerei per comunicazioni telegrafiche e telefoniche, per trasporto di forza, di luce, di materiali”.

Impossibile oggi per chi transita in zona non notare gli alti forni verticali “a Vulcano” dell’ex Cementificio Italcementi, complesso industriale costruito nel 1883 dalla ditta F.lli Pesenti, uno dei primi stabilimenti in Italia ad essere rubricato come “Archeologia industriale” già dal 1978 e a ricevere il vincolo di tutela (1980).

Nato con il nome di Officina Pesenti per la produzione del Portland, costituisce uno dei principali monumenti di archeologia industriale in Lombardia, tra i pochi noti anche all’estero. La sua importanza nell’ambito della storia dell’industria e dell’architettura italiana è in particolare legata al suo doppio valore di testimonianza: “monumento del cemento”, per il ruolo avuto nello sviluppo di questa specifica industria e “monumento di cemento”, in quanto l’imponente fabbrica è edificata con l’impiego quasi esclusivo delle stesse materie che in essa si producevano.
Parzialmente recuperato nella porzione architettonicamente più ricercata, per anni il Cementificio ha ospitato la sperimentazione, conclusasi di recente, di ALT – Arte Lavoro Territorio, museo d’arte contemporanea e location espositiva.

Non meno interessante, a poca distanza, è la sede originaria delle Cartiere Paolo Pigna, senza dubbio la fabbrica più importante nella storia economica e sociale di Alzano, ma anche un caso significativo dal punto di vista storico-urbanistico visto che lo stabilimento “moderno” sorse a partire dalla seconda metà dell’Ottocento da una serie di acquisizioni e di riforme degli antichi opifici preesistenti nell’area denominata “ad cartare”, lungo la Roggia Morlana, di cui sfruttavano naturalmente la forza idraulica.

La produzione si è chiusa in tempi recenti (la nuova sede delle Cartiere Pigna S.p.A. è inaugurata nel 2012), ma è già stata oggetto di parziale riconversione. Qui è nato lo Spazio FaSE che ha trasformato questi spazi in incubatore di eventi, come il vivace Factory Market dedicato all’hand-made e al design giovane.

Albino, Cotonificio Honegger-Spoerry

Interamente dedicato alla filatura del cotone , il Cotonificio Honegger-Spoerry di Albino ha recentemente dimesso la produzione dopo oltre 150 anni di attività. L’origine, anche in questo caso è ottocentesca, ma non tardò a diventare un colosso nei cui spazi si arrivarono a contare 42 mila fusi e 1086 telai per la tessitura meccanica.

Parallelamente alla produzione, anche l’insediamento si espande: un’officina meccanica, una centrale elettrica, l’immancabile villa dei direttori e un vivace e grazioso quartiere operaio che si arrampica su un piccolo rilievo con i suoi edifici plurifamiliari decorati con balconi in legno e punteggiati da piccoli orti. Tutta questa operosità ci regala oggi uno dei più interessanti e meglio conservati complessi di archeologia industriale del territorio.

La Honegger di Albino oggi
Il cotonificio Honegger negli anni ’60
Operaie al cotonificio Honegger di Albino, Archivio Fotografico Sestini

Dalmine, modello di Company town

Può sembrare improprio parlare di un’intera città come di una testimonianza significativa di archeologia industriale. Ma ripercorrendo la storia di Dalmine si scopre un “modello” di formazione di company town, nata e sviluppatasi nella piena identificazione fra impresa-fabbrica-territorio.

L’insediamento urbano di Dalmine, infatti, sorge nei primi anni del Novecento attorno allo stabilimento siderurgico, e dagli anni Venti cresce rapidamente quando, per iniziativa dell’impresa e con la regia dell’architetto milanese Giovanni Greppi, vengono realizzati infrastrutture, quartieri residenziali, edifici pubblici, necessari alle esigenze di una città industriale.

A partire dal 1924 nascono il Quartiere operaio, il Quartiere impiegati, la Pensione privata, gli impianti sportivi, il Quartiere centrale, edifici di rappresentanza, chiese, piazze, scuole, colonie e aziende agricole. L’impresa si espande fino ad occupare un’area di 650.000 metri quadrati e a impiegare 5.500 addetti, e parallelamente cresce anche la popolazione residente (dai circa 6.000 abitanti del 1931 ai circa 7.300 del 1941).

Ancora oggi Dalmine conserva le tracce materiali di questo processo di welfare aziendale che, grazie anche alle relazioni instaurate dall’impresa con le istituzioni locali, vedono l’industria diventare polo di riorganizzazione del territorio, sancita nel 1927 dalla nascita del Comune di Dalmine e dalla donazione alla parrocchia della nuova chiesa di S. Giuseppe. La creazione della company town è compiuta.

Bergamo, centrale termoelettrica di Daste e Spalenga

L’arte contemporanea, la musica, la danza, come hanno dimostrato celebri sperimentazioni, sono i dispositivi più efficaci per riaccendere l’archeologia industriale, mantenere intatto il suo potere evocativo e restituire gli spazi alla fruizione collettiva. Nel 1927, in località Daste e Spalenga, là dove l’energia delle acque della Roggia Morlana aveva già favorito la nascita di mulini e filande, sorge la Centrale termoelettrica di Daste e Spalenga che, alimentata prima a carbone, poi a gasolio e infine a metano, produceva energia per le grandi filande vicine, in particolare per il cotonificio Albini.

Ci lavoravano 600 persone, soprattutto donne provenienti dalle valli bergamasche: “C’erano ragazze che partivano la mattina da Azzano o Stezzano, a piedi, e la stessa strada ripercorrevano alla sera. Quando nevicava, mettevano i loro abiti ad asciugare lungo le condotte che trasportavano l’acqua calda. Chi abitava più lontano non andava a casa tutti i giorni ma abitava nella Casa operaia, qui dietro. Di solito andavano via il sabato sera, per rientrare la domenica sera oppure quando avevano bisogno di vedere le loro genti. Nel periodo migliore eravamo davvero tanti, dicevano mille” (in “Nonna Lina, la mia vita in fabbrica”, L’Eco di Bergamo, 2001).

Nella metà degli anni Sessanta, a seguito del trasferimento dell’industria cotoniera, l’intero comparto della centrale termoelettrica fu abbandonato al degrado. Nel 2000, un intervento di ristrutturazione, cui seguì una nuova chiusura. Nel 2016 è il progetto Contemporary locus a riaccendere l’attenzione sull’ex Centrale, realizzandovi l’opera site-specific “Passi” dell’artista Alfredo Pirri. Ora per l’edificio e l’ampia piazza antistante è scritto un futuro di nuovo polo della cultura. Attualmente chiusa per un completo restyling, riaprirà i battenti con un programma tra cinema, arte, musica e formazione affidato a un network di associazioni culturali e sociali del territorio quali Lab 80, Nutopia, OpenArch, Unione Professionisti e Associazioni Culturali e Cooperativa Sociale Ruah.

San Pellegrino Terme, nuovo stabilimento San Pellegrino

Non si può parlare di archeologia industriale in senso stretto, ma è un clamoroso esempio di come il design di avanguardia può innestarsi sulle “vecchie” architetture industriali, rinnovandone completamente le potenzialità. Il nuovo stabilimento San Pellegrino è tra le fabbriche più belle del mondo – capolavori di design e architettura che diventano anche attrattive turistiche – secondo la classifica stilata dal sito TrucksandTrolleys.co.uk, accanto alla sede Bang & Olufsen a Struer, allo stabilimento Boeing di Seattle e alla Volkswagen Transparent Factory a Dresda.

Ad aggiudicarsi il bando per la costruzione della nuova sede – produttiva ed espositiva – di San Pellegrino, sullo stesso sito dello stabilimento originale in cui si è imbottigliata acqua minerale a partire dal 1899, è stato lo studio di architettura Big-Bjarke Ingels Group, con sede a Copenhagen e New York.

L’idea di fondo è di far assomigliare la fabbrica alla “versione acquatica di una cantina“. Il progetto in via di realizzazione, destinato a concludersi nel 2021, comprende e valorizza l’architettura dello stabilimento esistente, e poi si sviluppa integrandosi con il contesto naturale, tra passaggi ad arco, tunnel coperti, pergolati verdi, grandi volumi di vetro, che offrono scorci delle montagne circostanti.

Calusco d’Adda – Paderno d’Adda, Ponte di San Michele sull’Adda

Guardando il suo immenso arco in ferro che scavalca l’Adda, il pensiero corre immediatamente alla Tour Eiffel. E in effetti il celebre ponte di San Michele, che unisce Calusco e Paderno, fu inaugurato contemporaneamente alla torre parigina e progettato sul modello del viaduc de Garabit, realizzato appena quattro anni prima in Alvernia da Gustave Eiffel.

Il ponte, noto anche come ponte di Paderno, fu costruito tra il 1887 ed il 1889 dalla Società Nazionale delle Officine Savigliano di Cuneo su progetto dell’Ingegnere svizzero Julius Rothlisberger, nell’ambito del piano di riordino della rete ferroviaria italiana È unanimemente considerato un vero e proprio simbolo dell’archeologia industriale in Italia e una delle più interessanti realizzazioni dell’ingegneria italiana nell’Ottocento.

La sua costruzione infatti fu tra le prime sperimentazioni della teoria dell’ellisse di elasticità: lungo 266 metri, il ponte è sostenuto da nove appoggi che reggono un’arcata metallica di 150 metri di corda e 37,50 di freccia. Proprio al compimento dei suoi 130 anni, il ponte è stato chiuso al traffico per dare via a lavori d’urgenza, ma il 30 marzo 2019, a conclusione della prima fase di interventi, è stato riaperto al passaggio di ciclisti e pedoni.

Fara Gera d’Adda, Linificio Canapificio Nazionale

Nel cuore di Fara Gera d’Adda, tra la Basilica Autarena e il fiume Adda, si estende per 84.000 metri quadrati un altri interessante episodio di dialogo tra industria e territorio. È il Linificio Canapificio Nazionale, fondato nel 1870 da Andrea Ponti e Giuseppe Ceriani, destinato a diventare nel giro di pochi anni il più importante stabilimento del lino e della canapa in Europa.
Nella fabbrica si producevano circa 4 milioni di filati ogni anno che venivano esportati in tutto il mondo, gli operai impiegati erano 1700, e nel 1871 all’impresa fu concesso anche l’utilizzo delle acque dell’Adda ai fini dell’imponente produzione, realizzando un canale di adduzione ancora oggi visibile a Canonica D’Adda.

La creazione del vasto complesso produttivo mutò radicalmente il carattere rurale dell’abitato, che si trasformò in un tipico villaggio operaio, dotato di servizi, opere assistenziali e case per le maestranze.
Il villaggio di Fara d’Adda tuttavia nasce da una concezione profondamente diversa da quella di Crespi. Qui i “padroni della fabbrica” non inseguono l’utopia della costruzione di una cittadella chiusa e autosufficiente, ma immaginano un insediamento che deve necessariamente integrarsi con il nucleo abitato preesistente. Non a caso, la struttura cardine del villaggio operaio è la via Andrea Ponti che connette la fabbrica direttamente con la piazza del paese.

Martinengo, Il Filandone

In via Allegreni 37, a Martinengo, potresti scambiarlo per una chiesa neogotica ma è l’elegante Filandone, celebre per essere stato scelto tra le location del film “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi. Esempio affascinante di archeologia industriale di fine Ottocento, il Filandone, così chiamato dai martinenghesi per la sua mole imponente che lo faceva spiccare sugli altri opifici della zona, chiuse i battenti negli anni Cinquanta. Fu sistemato e riaperto proprio in occasione delle riprese di Olmi, ma poi di nuovo abbandonato.

Nel 1982 viene acquisito dal dal Comune di Martinengo e dopo un completo restauro lo spazio è stato aperto al pubblico nel 2013 e oggi ospita la biblioteca comunale, una sala conferenze e uno spazio espositivo, con un ricco programma di incontri, mostre, cinema, spettacoli, musica e degustazioni.

Rovetta – Songavazzo, Il ponte storico

È poco noto ma un vero gioiello d’avanguardia: il ponte che in 128 metri scavalca il torrente Valleggia collegando Rovetta e Songavazzo, progettato nel 1907 dall’ingegner Cortese di Clusone, è uno dei primissimi ponti costruiti in Europa utilizzando la nuova tecnica del cemento armato.

La scelta progettuale fu molto dibattuta, tante le proposte vagliate e rigettate dal comune. Alla fine si decise di osare con questa struttura che dal punto di vista ingegneristico era per l’epoca decisamente ardita e che, inevitabilmente, suscitò nella popolazione qualche timore riguardo alla sua tenuta.

Il collaudo del 1911 doveva quindi essere esemplare: quattro muli con un doppio carro carico di calcina viva equivalente a cento quintali passarono sul ponte “senza nessun uomo che li accompagnasse, perché la paura di un crollo era tanta”. Nessun segno di cedimento nemmeno dopo il 1945 quando, nonostante l’ordine dell’ufficiale di procedere cautamente uno alla volta, una colonna di carri armati avanzò in contemporanea facendo “barcollare” il ponte. E nel 2011, in occasione del centenario, una serie di test hanno verificato che il ponte sul Valleggia gode ancora di ottima salute.

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