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Cina, Corea e America (nera): i film che hanno vinto o perso gli Oscar. Sulle piattaforme e in sala

Guida. Poche sorprese, una cerimonia un po’ piatta e molti premi distribuiti un po’ a tutti. L’edizione 2021 rischia di farsi ricordare più per le restrizioni dovute alla pandemia che per i film premiati, eppure ci dice molto sul cinema di oggi e su quello che verrà, intanto che le sale a Bergamo riaprono

Lettura 6 min.
Chloé Zhao e gli Oscar vinti per “Nomadland”

Alla fine è andata come si prevedeva. “Nomadland” ha stravinto e i premi ai film più attesi sono arrivati praticamente tutti. Per questa edizione stravolta dalla pandemia, senza momenti particolarmente indimenticabili in fondo, è stato già abbastanza – la cerimonia si è tenuta nella location inedita della Union Station di Los Angeles, principale terminal ferroviario della città californiana (affiancata a quella consueta del Dolby Theater).

La notizia migliore, almeno per noi, è che la cerimonia, dopo lo slittamento in avanti di oltre due mesi. ha finito per coincidere (del tutto casualmente) con la riapertura delle sale cinematografiche. E la programmazione di molti dei film vincitori potrebbe fare da volano al rilancio in queste prime settimane di rientro dopo oltre sei mesi di chiusura. Staremo a vedere…

Anche in quest’ottica quindi vale la pena fare il punto sugli Oscar 2021 per capire cosa ci dicono i premi di domenica notte, quali temi hanno posto e cosa ci aspetta al cinema nei prossimi giorni. Cominciando proprio dal trionfatore assoluto.

“Nomadland”, cronaca di una vittoria annunciata

“Nomadland” (ne abbiamo parlato qui) si è portato a casa tre statuette su sei candidature ma il suo è un cappotto vero e proprio. Ha lasciato sul tavolo solo il montaggio, la fotografia e la sceneggiatura non originale e si è aggiudicato i premi per il miglior film, regia e attrice protagonista, stabilendo una serie di record, tutti al femminile.

Chloé Zhao è infatti la prima donna asiatica a vincere un Oscar come regista (la seconda donna di sempre dopo Kathryn Bigelow) ma per “Nomadland” è riuscita nell’impresa più unica che rara di aggiudicarsi Leone d’oro, Golden Globe e Oscar (oltre a un’altra numerosa serie di premi) tutti insieme. Per Zhao, nata a Pechino nel 1982 e traferitasi ancora adolescente prima a Londra e poi negli Usa per studiare cinema, un successo strepitoso e forse irripetibile. Ma in generale questi premi sono un segnale del forte vento del cambiamento che soffia già da qualche tempo in America relativamente all’intenzione di dare risalto alle opere e al lavoro delle donne in un’industria da sempre dominata dal genere maschile.

Frances McDormand in “Nomadland”

Il successo di “Nomadland” Zhao lo condivide equamente con Frances McDormand, interprete principale e produttrice del film. Al suo terzo Oscar come attrice protagonista (dopo quelli per “Fargo” e “Tre Manifesti a Ebbing, Missouri”) e al primo come produttrice, McDormand è diventata insieme a Katharine Hepburn l’attrice più premiata della storia degli Academy Awards con quattro statuette. Si afferma fra le star di Hollywood più influenti e come punto di riferimento per il suo riconosciuto understatement rispetto alle tradizioni dell’establishment del cinema americano, per il suo stile ribelle e i suoi modi da anti-diva.

Per tutte queste ragioni (e anche per altre) è innegabile rilevare come “Nomadland”, al di là dei meriti, fosse per certi versi il candidato ideale per gli Oscar di questo momento storico. In un’America dove le istanze delle minoranze etniche, le politiche in favore dell’uguaglianza razziale e di genere e le battaglie sociali più impetuose sono all’ordine del giorno, il cinema sente il bisogno di schierarsi. Questo però ha fatto sì che – come poi vedremo – i film non apertamente inquadrati politicamente (dalla parte giusta) o nei quali le minoranze non vengono adeguatamente rappresentate, siano stati praticamente ignorati dai votanti. Dimostrando come la rivoluzione annunciata dall’Academy per il 2024 – quando anche solo per essere candidate le opere dovranno rispondere a determinati requisiti atti a favorire l’equa rappresentanza di origine, genere, orientamento sessuale e disabilità – sia già sostanzialmente in atto.

Niente di particolarmente nuovo per la verità (il dibattito intorno a questi temi è in corso da tempo) tuttavia il dubbio che i premi al film di Chloé Zhao non fossero i migliori possibili e qualcun altro meritasse di più resta e, comunque la si pensi, dice molto del mondo e dei tempi in cui viviamo.

[Nomadland sarà disponibile su Disney+ dal 30 aprile ma da giovedì 29 si potrà vedere in sala al cinema Capitol e al Conca Verde: clicca qui per aprire l’agenda]

Finale senza sorpresa

In un programma tanto prevedibile e piuttosto scontato, la vera sorpresa è stata la decisione dell’Academy stravolgere il finale della cerimonia rispetto alla consuetudine. Tradizionalmente, da sempre, gli Oscar si chiudono con l’annuncio del premio al miglior film, ma quest’anno le ultime statuette a venir consegnate sono state quelle agli attori protagonisti.

L’intento degli organizzatori era probabilmente quello di terminare in bellezza con l’annuncio dell’Oscar postumo a Chadwick Boseman, il talentuoso attore afroamericano scomparso lo scorso anno a soli 43 anni per il grande sgomento e il cordoglio di tutto il pubblico americano. Boseman era candidato per il ruolo da protagonista maschile in “Ma Rainey’s Black Bottom” (leggi qui), sua ultima apparizione prima della morte e la vittoria sembrava scontata.

Anthony Hopkins in “The father”

Invece – confermando alcuni rumors degli ultimi giorni – ad aggiudicarsi il premio è stato Anthony Hopkins (già vincitore nel 1992 per “Il silenzio degli innocenti”) per “The Father”. Un Oscar meritatissimo ma dallo scarso effetto sorpresa dato che Hopkins non ha potuto recarsi di persona a ritirare il premio e la cerimonia si è chiusa in modo piuttosto piatto e sbrigativo. Tutto il contrario di quanto previsto…

Nuovo cinema coreano

Dopo il trionfo di “Parasite” nell’edizione 2020 anche in questo 2021 il cinema sudcoreano si conferma uno dei più popolari e culturalmente rilevanti nel panorama americano. “Minari” del regista coreano-americano Lee Isaac Chung era candidato a sei statuette fra cui quella per miglior film. Le cose non sono andate benissimo e di Oscar se ne è aggiudicato solo uno, quello per la miglior attrice non protagonista, andato alla veterana Youn Yuh-jung.

“Minari” di Lee Isaac Chung

Tuttavia l’attenzione che si è concentrata intorno al film, sin dalla sua presentazione al Sundance, ha dimostrato come anche un’opera apparentemente “estranea” come questa possa incontrare l’affetto e il favore del grande pubblico. “Minari” è un film autobiografico, ambientato negli Usa ma recitato in coreano, che racconta le difficoltà di un ragazzino di cultura asiatica ad inserirsi nella vita e nel mondo dell’Arkansas degli anni Ottanta. Un piccolo grande film.

[“Minari” è al Conca Verde a partire da questa settimana: clicca qui per aprire l’agenda]

I premi che mancano

In un’edizione in cui – non capitava da quindici anni – nessun film ha vinto più di tre statuette il grande sconfitto è senza dubbio “Mank” (vedi qui). Con dieci nomination all’attivo il film di David Fincher ha portato a casa solo due statuette e entrambe per il comparto tecnico (fotografia e scenografia). Ma al di là dei numeri la sensazione è che il miglior film in assoluto fra quelli candidati sia stato ignorato in maniera troppo superficiale.

“Mank” di David Fincher

Era ampiamente prevedibile come competere con “Nomadland” per il premio per il miglior film fosse fuori discussione, tuttavia la possibilità che uno dei più grandi registi americani viventi come Fincher potesse aggiudicarsi il premio alla regia (peraltro mai vinto in precedenza) non era poi così spregiudicata. Invece gli effetti di quel melieu culturale di cui si diceva in precedenza hanno probabilmente avuto la meglio e un’opera tanto complessa, stratificata e ricchissima di storie e memorie cinematografiche, ma povera di istanze politiche legate alla contemporaneità, non poteva che finire per essere trascurata. Ed è un vero peccato,

[“Mank” è su Netflix. Ma anche in sala: al Conca Verde e all’Anteo di Treviglio: clicca qui per aprire l’agenda]

Black Panthers Matter

L’Oscar più annunciato e prevedibile della serata (forse anche più di quello a “Nomadland”) è quello a Daniel Kaluuya come attore non protagonista per il suo ruolo in “Judas and the Black Messiah” in cui interpreta l’attivista afroamericano degli anni Sessanta Fred Hampton.

Hampton, a cui Kaluuya ha dedicato (fra gli altri) il premio, fu un membro di spicco delle Pantere Nere, il partito rivoluzionario afroamericano di ispirazione socialista, e venne ucciso nel sonno dalla polizia di Chicago nel 1967. Il film ricostruisce la sua storia e gli esiti processuali che portarono all’archiviazione del suo assassinio come “omicidio giustificabile”.

Daniel Kaluuya in “Judas and the Black Messiah”

“Judas and the Black Messiah” ha vinto anche per la miglior canzone originale (“Fight For You” di H.E.R.) ma la cosa da sottolineare è come in una venue di grande prestigio e visibilità come quella che ospita gli Oscar sia oggi possibile rendere omaggio alla memoria e alla storia delle Pantere nere senza alcun tipo di remora. Una cosa impensabile solo fino a pochi anni fa della quale è bello non doversi più nemmeno stupire.

[su Chili]

Spirito danese

Un po’ a sorpresa l’Oscar per il miglior film straniero – che adesso si chiama “miglior film internazionale” – se l’è aggiudicato “Un altro giro” di Thomas Vinterberg. In una cinquina un po’ strana con alcuni film davvero pessimi e molte assenze, l’Academy ha scelto di premiare un regista brillante e sempre tutt’altro che banale. Forse ad attirare le preferenze dei votanti è stato anche il volto del popolare Mads Mikelsen, attore protagonista del film, ma in fondo non pare una scelta sbagliata.

“Un altro giro” di Thomas Vinterberg

“Un altro giro” è incentrato sulla vita di quattro insegnanti quarantenni i quali decidono di provare a tenere costantemente il proprio tasso alcolico a 0,5% (il massimo legale consentito) al fine di migliorare le proprie prestazioni professionali e sentirsi più vivi – così come descritto da un bizzarro filosofo norvegese. Un film antiretorico e anticonvenzionale come un po’ tutto il cinema del regista danese con un finale per nulla scontato. Da noi è passato solo alla Festa del cinema di Roma lo scorso ottobre, ma dopo questo Oscar ci si augura possa tornare presto direttamente in sala.

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