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Indie americano, Storia, psichedelia: 5 film da vedere su MUBI

Guida. Una selezione di titoli attualmente disponibili sulla piattaforma di cinema in streaming più completa (a nostro avviso) per scoprire i classici del passato e le novità del presente

Lettura 6 min.
Farewell Amor (MUBI)

Se Netflix spopola per le produzioni originali – che sono diventate (bravi loro) happening del consumo audiovisivo di massa in cui tutti a un certo punto si ritrovano a guardare-parlare-scrivere della stessa cosa come se la TV avesse ancora un solo canale (“The Last Dance”, “The Queen’s Gambit”, “Squid Game” e solo ultimo “Don’t Look Up”, qualche esempio) – MUBI ha fatto della cura del catalogo e della selezione oculata di film d’autore il suo punto di forza: retrospettive, approfondimenti, aree tematiche, distribuzioni.

Non si tratta certo di una nicchia per cinefili che si sentono migliori degli altri, prima di tutto perché una nicchia non conta circa 10 milioni di utenti in tutto il mondo. Ci piacerebbe quindi consigliare una manciata di titoli da vedere lì (ci si registra e c’è una settimana gratuita a disposizione). È una pubblicità del tutto disinteressata: MUBI ci piace e offre cinema di qualità. E quando una cosa piace, è un piacere consigliarla.

“First Cow” di Kelly Reichardt

È la metà del XIX secolo e in Oregon sbarca la prima mucca che abbia mai posato zoccolo nei territori del nord-ovest. Appartiene a un capo-fattore inglese con la nostalgia del latte con cui macchiare il tè. Ci sono poi Cookie e King-Lu, cuoco americano il primo, immigrato cinese il secondo, entrambi in cerca di fortuna e opportunità sulle rotte che portano a ovest. I loro destini si incrociano con quello della mucca, dalla quale ricavano il pregiatissimo latte (rubato, notte dopo notte) per avviare un sempre più florido (e pericoloso) commercio di frittelle.

Tanto basta a Kelly Reichardt – gemma del cinema indipendente statunitense – per imbastire una storia di amicizia e demistificazione del sogno americano (e della sua narrazione). Un film “di frontiera”, neo-western in cui è disattesa ogni regola di genere, dove il western è ribaltato come un calzino nel corollario di immaginari che si porta appresso. C’è un richiamo a “I compari” di Robert Altman, maestro nella rilettura dei generi. Come in quel caso, spariscono i cliché e i ruoli codificati. E il far west diventa un’altra cosa: le foreste ombrose, i corsi d’acqua dell’Oregon. E poi la tenerezza di un legame spirituale al centro di vicende da cui emerge una nuova narrazione del mito della frontiera: tridimensionale, crepuscolare, politica nei risvolti amari delle mitologie statunitensi, dal “destino manifesto” al modello di sviluppo capitalistico.

Kelly Reichardt racconta tutto con un rigore formale che non è mai fine a sé stesso ma sempre al servizio dei personaggi, dei temi, dell’ambiente come personaggio – l’Oregon, ricorsivo nei suoi film. La macchina da presa si concede tutto il tempo necessario, ed è un piacere ipnotico perché c’è una grazia autentica nei dettagli e nelle cose solo apparentemente marginali su cui la regista-montatrice sceglie di soffermarsi, e che rappresentano il cuore pulsante del film. L’inizio e la fine danno circolarità alla storia oltre la linea del tempo, coprendola con un velo di malinconia. Tratto da un romanzo di Jonathan Raymond, che con la Reichardt firma la sceneggiatura, “First Cow” è senza dubbio tra i migliori film realizzati nel 2019. E probabilmente anche in questi ultimi anni.

“Climax” di Gaspar Noé

Uno di quei registi contemporanei che dividono spesso (e volentieri) il grande pubblico, e che con l’originalità di ciò che producono suscitano reazioni contrastanti, esaltate, scandalizzate, fiere, sprezzanti. In ogni caso, il cinema di Gaspar Noé resta prima di tutto un’esperienza: un’oscillazione continua tra piacere e angoscia, Eros e Thanatos. Il suo cinema trova forza in un linguaggio espressivo innovativo, un’estetica visiva coinvolgente, violenta, fatta di scritte frenetiche, luci stroboscopiche, riprese non convenzionali, una messa in scena creativa dei titoli di testa e di coda (in “Climax” i titoli di coda sono in testa, i crediti nel bel mezzo del film).

Così come per “Enter the Void” (altro capolavoro del 2009, finanche più complesso e profondo, disponibile sulla piattaforma) “Climax” racchiude un po’ tutti quegli elementi. Racconta di un gruppo di ballerini francesi che si ritrova a provare coreografie e fare festa all’interno di una specie di scuola isolata e vagamente misteriosa. Qualcuno però ha messo uno psichedelico nella sangria: sale a tutti di traverso, la festa deraglia in un vortice sempre più allucinato e angoscioso, un delirio da girone infernale dove ciò che era conturbante diventa perturbante, dove la vitalità iniziale si capovolge in animalità, paranoia, terrore, morte. Ed è bellissimo e inquietante da guardare in lunghi e coinvolgenti piani sequenza.

Noé ha dichiarato di essere partito da una sceneggiatura di sole 15 pagine: ne è uscita una montagna russa di un’ora e mezza a suon di psytrance, psichedelia ed erotismo. Merito anche di un cast di ottimi ballerini e due sole attrici professioniste. “Quando le porte della percezione si apriranno tutte le cose appariranno come realmente sono: infinite”, Blake inflazionato. Questa perla di Gaspar Noé ci ricorda che quell’infinito può anche essere un terribile incubo.

“Farewell amor” di Ekwa Msangi

Delle nuove voci del cinema contemporaneo statunitense, indipendente e non, fa parte una generazione di registi e produttori afroamericani che sta dando nuova linfa a una cinematografia e a un’industria da sempre bianco-centriche. Ha a che fare (anche) con la risonanza globale che il movimento Black Lives Matter ha acquisito negli ultimi anni, riattualizzando la critica ai meccanismi sociali che pongono il nero americano in una condizione ancora subordinata, soggetta. Questa nuova consapevolezza sta riuscendo a influenzare la produzione di contenuti audiovisivi (alla TV, al cinema) e a marcare i contorni di un nuovo black cinema in cui non sono i bianchi a raccontare la Storia e le storie degli afroamericani. Un cinema in cui affermare l’american blackness e mettere in discussione quei costrutti che incrostano anche le pieghe del pensiero progressista.

Ryan Coogler, Shaka King, Berry Jenkins, Ava DuVernay, Regina King, Jordan Peele. Sono solo alcuni dei nomi di questa nuova ondata che ha raggiunto anche Hollywood. Ci sono poi casi come quello di Ekwa Msangi, scrittrice e regista americana di origine tanzaniana, e del suo primo lungometraggio, “Farewell amor”, presentato e premiato al Sundance Film Festival 2020 e all’Indipendent Spirit Awards 2021, due importanti festival del cinema indipendente made in USA.

È una storia di ricongiungimento familiare: dopo 17 anni, Esther e Sylvia (madre e figlia) raggiungono Walter, partito dall’Angola per New York prima della guerra civile. Si riscoprono estranei, diversi, e la difficoltà di ritrovarsi nella quotidianità restituisce bene l’ampiezza del tema migrazione: che cosa succede alle persone quando sono costrette a lasciare casa, a separarsi. È u na storia corale e personale insieme, con una sceneggiatura dalla struttura tripartita in cui ogni personaggio ha modo di essere visto dall’interno, nella propria dimensione. Perché il mondo preso per categorie partorisce narrazioni senza messa a terra: “il migrante”, “la famiglia” non esistono. Esistono le persone. Ekwa Msangi esclude così gli aspetti tipicamente politici – di categoria – delle storie di migrazione: trafile burocratiche, abusi, razzismo, separazioni drammatiche, frontiere. Aspetti veri e tragici, ma meno capaci di farsi universali. Depoliticizza la figura del migrante per dargli una dimensione umana immediatamente riconoscibile. E poi c’è la musica e il ballo angolano (la kizomba ) che si carica di nostalgia e diventa il mezzo perfetto per riaffermarsi come parte dello stesso destino.

“The Event” di Sergei Loznitsa

Nato in Bielorussia negli anni Sessanta, prima matematico poi laureato al VGIK, l’istituto di cinematografia di Mosca, Sergei Loznitsa concentra la sua attività di regista soprattutto sul found footage , il cinema di montaggio in cui i film sono realizzati con materiali d’archivio, video preesistenti. Da anni conduce una ricognizione quasi-speleologica degli archivi dell’ex Unione Sovietica: raccoglie, recupera e rimonta estratti da cinegiornali, programmi tv, film di propaganda e altro materiale video.

The Event” è un esempio rappresentativo di questo modo di fare il cinema. Presenta un rimontaggio di una serie di filmati girati a San Pietroburgo nei giorni del cosiddetto “Putsch di agosto”, il tentativo di colpo di Stato dell’ala più oltranzista e reazionaria del PCUS (il Partito Comunista dell’Unione Sovietica) che nell’agosto del 1991 tenta di deporre il presidente Gorbaciov, conservare l’Unione delle Repubbliche Sovietiche e il ruolo di preminenza del partito. In quei giorni a Mosca girano i carrarmati, nelle città si fanno barricate, le piazze si riempiono di persone disorientate, divise, in cerca di risposte. TV e radio interrompono le trasmissioni e il vuoto è riempito dal nastro a ripetizione de “Il lago dei cigni” di Ciaikovski, che per questo motivo assume un ruolo anche nel documentario stesso.

Soprattutto, “The Event” è rappresentativo di come Loznitsa intenda il documentario storico: un mezzo attraverso cui riflettere sulle modalità stesse di rappresentazione e di narrazione della storia. L’unico intervento dell’autore è il montaggio: non ci sono spiegazione fuori campo, contestualizzazione, tesi o narrazioni con cui essere in accordo o disaccordo (al di là del montaggio, che è già narrazione). La storia è intesa come materia del presente, il distacco è quasi totale, lo spettatore lasciato a sé stesso di fronte alla frammentarietà dei documenti, al loro disordine. Quasi un antidoto, una reazione di metodo a quell’uso politico della storia tanto caro alla Russia di Putin.

“Non uccidere - Breve film sull’uccidere” di Krzysztof Kieślowski

Presentato al Festival di Cannes del 1988, dove ha vinto il Premio della Giuria, “Breve film sull’uccidere” è la versione lungometraggio del capitolo 5 del “Decalogo”, la serie-capolavoro di 10 film per la tv liberamente ispirati ai 10 comandamenti che il regista polacco ha girato alla fine degli anni Ottanta. Il lungometraggio riesce a fare addirittura di più dell’episodio di partenza, e condensa la capacità dell’autore di raccontare la complessità dell’essere umano con una poetica di straordinaria semplicità e profondità.

Jacek è un giovane disoccupato che ha perso la sorella. Lo vediamo vagare per Varsavia, inquieto, disorientato. Prende un taxi, si fa portare fuori città e uccide il tassista con un’efferatezza che non ha motivo. Segue il suo arresto e una condanna alla pena di morte. Tocca a Piotr difenderlo, è un neo-avvocato progressista che prende a cuore quel suo primo caso. Una vicenda in cui il confronto con una situazione estrema è in grado di mettere in discussione i principi della morale: è giusto uccidere chi uccide senza motivo? Ci può essere dell’etica nel dare la morte? Sul piatto ci sono dilemmi profondissimi e un regista in grado di affrontarli come nessun altro è stato più capace di fare. Un capolavoro assoluto e universale, un film sulla morte che è un manifesto alla vita, oltre le vittime e i carnefici. Da vedere e rivedere, soprattutto in tempi come questi.

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