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Siete in the mood for love o sull’orlo di una crisi di nervi? C’è il Mercoledì da Leoni di Esterno Notte con Wong Kar-Wai e Almodóvar

Guida. Il cinema all’aperto nel cortile della Biblioteca Caversazzi riparte da due grandi autori del melodramma (e non solo) e dedica loro due retrospettive che ci terranno compagnia per tutta l’estate, ogni mercoledì

Lettura 6 min.
In the mood for love

Non c’è stagione migliore dell’estate per godersi il cinema. Ovviamente nelle arene all’aperto, con il fresco della sera, aspettando che venga buio e possibilmente (mantenendo il distanziamento) senza mascherina. Esterno Notte, il cinema en plain air più longevo di Bergamo è iniziato da qualche giorno e, per la prima volta, propone un calendario spezzato in due. Una prima parte, da giugno fino alla fine di luglio (consultabile qui) e una seconda, ancora da svelare, da agosto ai primi di settembre. Il motivo di un calendario così frammentato è la scarsità di film usciti nell’ultimo anno e mezzo fra cui operare una selezione.

Una penuria di novità che è però diventata l’occasione per infilare nel programma grandi opere un po’ meno recenti e di creare due vere e proprie micro-retrospettive dedicate a due autori contemporanei: Wong Kar-Wai e Pedro Almodóvar. “I mercoledì da leoni”, le serate che tradizionalmente, una volta a settimana, propongono capolavori del cinema del passato sono dedicate quasi interamente a loro. Dieci film in totale, sei di Wong e quattro (e mezzo) di Almodóvar, scelti fra i più vecchi nelle filmografie dei due registi che vale la pena rispolverare o, per i più fortunati, scoprire per la prima volta.

La legge del desiderio

Due autori lontanissimi per storia, stile, appartenenza geografica e umore fra cui si trovano inaspettati punti di contatto. Come la grande capacità e sensibilità di muoversi nei territori del melodramma, un genere antico, spesso ritenuto sorpassato, ma del quale entrambi sono interpreti sopraffini, abilissimi a ripensarne i cliché in chiave contemporanea. Ma anche il gusto per il colore – imprescindibile elemento compositivo per tutti e due – e la maestria nel saperlo rendere espressivo e materico.

Wong Kar-Wai

Wong Kar-Wai, certamente il meno conosciuto dei due, è un regista cinese, classe 1958, da sempre attivo nel vivace milieu cinematografico di Hong Kong, l’ex colonia britannica in cui dagli anni Sessanta del secolo scorso si è sviluppata una delle industrie cinematografiche più floride di tutto il continente asiatico, diventata vero oggetto di culto a partire dagli anni Ottanta (per informazioni chiedere a Quentin Tarantino).

L’Immagine ritrovata di Bologna in collaborazione con l’americana Criterion e con la supervisione del regista ha recentemente restaurato e digitalizzato le pellicole dei film più vecchi di Wong rendendoli di nuovo disponibili al grande pubblico. Un restauro in 4k che ha permesso di rimettere mano soprattutto ai colori rivitalizzandone i toni ma anche ripensandone da zero l’effetto cromatico e dotando le opere di una fotografia quasi del tutto nuova. L’opportunità per accostarsi ai film più vecchi (e forse un poco dimenticati) di un autore così rilevante del cinema contemporaneo è davvero imperdibile.

Per nulla estraneo ai generi più tipici praticati a Hong Kong, come film di arti marziali, polizieschi e action movie – si veda l’esordio di “As tears Go By” del 1988 (mercoledì 11 agosto), crudo gangster movie che fa il verso a Scorsese, ma è filmato con una libertà espressiva memore della Nouvelle vague francese – Wong si è tuttavia imposto grazie a grandissimi capolavori in cui racconta storie d’amore e esistenze travagliate, sull’orlo dell’incomunicabilità e della solitudine. E in cui evidenzia una forte inclinazione all’ermetismo.

Come in “Days of Being Wild” del 1991 (già passato lo scorso 23 giugno), il suo secondo film, molto simile al primo per stile e riferimenti al cinema francese, ma completamente differente per scelte estetiche e soggetto. Una storia di amori e vite maledetti, di fughe disperate e impossibili e di incontri mancati. Un film giocato sul tema del ricordo e dell’oblio, in cui i personaggi compiono solo scelte sbagliate, cercano una redenzione impossibile e sembrano condannati per predestinazione. Un’opera struggente e magnifica che ha fatto conoscere Wong anche fuori da Hong Kong e ne ha indirizzato il percorso autoriale.

Anche se a consacrarlo definitivamente è stato “Hong Kong Express” del 1994 (stasera 30 giugno), il primo dei suoi film a essere distribuito in Italia. Composto da due episodi in cui si intrecciano le vite di alcuni personaggi che gravitano intorno a un centro commerciale di Hong Kong, il film racconta con la solita libertà formale la malinconia e la caducità delle emozioni e dei sentimenti come riflessi di esistenze sconnesse e frammentate degli abitanti di una grande metropoli. Il tutto confezionato con musica pop, immagini da videoclip e scelte estetiche discontinue (ralenti, sfocature, camera a mano, stop motion). Visto per la prima volta è un vero colpo di fulmine ancora oggi.

Un terzo episodio pensato per “Hong Kong Express” rimase solo sulla carta e non fu mai incluso nel film, ma meno di un anno dopo, affiancato a un ulteriore capitolo diventò “Angeli perduti” (mercoledì 21 luglio). Ambientato come il precedente fra i bassifondi e i negozi della metropoli asiatica è un film affascinante, che mischia stili e generi di ogni epoca senza soluzione di continuità mettendo al centro le esistenze perverse e i rapporti morbosi di donne e uomini ai margini della legge, della società e della vita.

Come ai margini sono i protagonisti di “Happy Together” del 1997 (mercoledì 1 settembre), sperduti fra oriente (sempre Hong Kong) e occidente (l’Argentina). Un film diverso dal solito, incentrato sulla narrazione dell’esilio e sull’incapacità di trovare un posto nel mondo che racconta l’amore attraverso la perdita e l’incomunicabilità. Suggestive le location e elegante, come d’abitudine, il modo di raccontare e costruire le immagini da parte di Wong, per un film quasi dimenticato ma ancora incredibilmente attuale.

Ma è nel 2000, all’inizio del nuovo millennio, che si situa il vero capolavoro di Wong: “In the Mood for Love” (mercoledì 7 luglio). Recentemente ridistribuito in sala grazie a Tucker Film, dopo vent’anni non ha perso un grammo del proprio smalto e della propria eleganza. Probabilmente il più grande melodramma del cinema contemporaneo (e uno dei migliori di sempre), fonde le storie personali di due coppie in disfacimento con la Storia di Hong Kong (il film è ambientato nel 1962) fotografata all’epilogo della dominazione coloniale. Personalissimi, come sempre, la messa in scena e l’uso dei colori, capaci da soli di evocare tutta la malinconia della fine di un’epoca e il dramma di esistenze effimere e dolenti come si sono viste poche altre volte al cinema.

Pedro Almodóvar

All’interno della lunga e variegata filmografia di Almodóvar Esterno Notte sceglie quattro opere fra le più celebri e amate degli anni Ottanta e Novanta, quelle della fase di maturazione in cui il regista spagnolo, abbandonati i temi surreali e le provocazioni dei primi film (tutti straordinari ancora oggi), inizia l’esplorazione del mélo in tutte le sue forme, affinando lo stile che lo ha reso celebre in tutto il mondo.

Una fase inaugurata con “La legge del desiderio” del 1987 (mercoledì 14 luglio), opera in cui si trova tantissimo dell’universo simbolico e stilistico tipico di Almodóvar, dagli omaggi cinefili, alla contorsione della trama fino ai raffinatissimi rimandi letterari. Ma anche i rapporti violenti e morbosi fra i personaggi, la forza dirompente della passione e del desiderio (come sottolinea il titolo) che dominano e sconvolgono tutto riuscendo a restituire però anche un tono romantico e sincero. In una scena del film Carmen Maura (protagonista insieme a Antonio Banderas) recita una parte del monologo “The Human Voice” di Jean Cocteau, poi rimesso in scena da Almodóvar stesso nel suo ultimo film omonimo uscito pochi mesi fa (noi ne avevamo parlato qui).

E proprio “The Human Voice” sarà proiettato insieme al film forse più celebre del regista spagnolo: “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” del 1988 (mercoledì 28 luglio). Probabilmente più citato (per via del suo impareggiabile titolo) che visto, è nuovamente una variazione della pièce di Cocteau, oltre che uno dei grandi capolavori del cinema degli anni Ottanta. Irresistibile e con un ritmo indiavolato ancora oggi è il manifesto di un’epoca capace di raccogliere allo stesso tempo le istanze postmoderne, quelle politiche di una Spagna che usciva dall’incubo franchista cercando il proprio risveglio nella trasgressione e tutto un mondo di liberazione e indipendenza sessuale e di genere in cui la Movida madrileña veniva eletta a stato sociale, mentale, politico. Da vedere e rivedere.

Molto meno celebre e senz’altro più periferico è “Kika – Un corpo in prestito” del 1993 (mercoledì 4 agosto). Un film tipicamente almodovariano, ricco di rimandi cinefili che ragiona, con un certo e malcelato livore, sulla “pornografia” della televisione e sulla perversione voyeurista a essa sottesa. Il regista oppone all’imbarbarimento mediale che racconta la forza e la poesia del cinema, riflettendo sulla violenza in maniera non banale e mostrando come la rappresentazione agisca in modo differente a seconda del luogo in cui si trova. Un’opera che parla molto più al presente di quanto sembri.

L’ultimo Almodóvar in programma è “Il fiore del mio segreto” del 1995 (mercoledì 18 agosto), fra le opere più sincere del regista spagnolo e anticipatore di una certa forma, maggiormente intimista, alla quale aderirà con sempre più frequenza nel decennio successivo. Al centro della storia c’è ancora una donna non più giovane alle prese con la fine di un amore cui si accompagna anche lo sfaldamento della vita professionale. Profondamente malinconico e allo stesso tempo tenero Almodóvar va a fondo dei sentimenti più veri dei suoi personaggi, giocando con la messinscena e regalando dei momenti di cinema di una purezza e di un’autenticità straordinari per intensità ed eleganza. Da non perdere e, assolutamente, sul grande schermo.

Sito Esterno Notte

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