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“Special”, la disabilità, l’omosessualità e tutte le bugie che diciamo a noi stessi (e agli altri)

Articolo. È stata rilasciata il 20 maggio da Netflix, la seconda e ultima stagione della sitcom ideata, scritta e interpretata da Ryan O’ Connell, di cui è anche produttore esecutivo. La serie, tratta dall’omonimo libro autobiografico pubblicato nel 2015, prova a ridere e a riflettere sulle disavventure di uno storpio (così si definisce lui stesso) che deve accettare la sua disabilità per poter così esprimere pienamente sé stesso e vivere onestamente la propria (omo)sessualità e le proprie relazioni

Lettura 6 min.
Ryan

Ryan O’ Connel è uno che sa il fatto suo. Altrimenti non sarebbe riuscito a costruire attorno alla sua immagine di persona con disabilità un prodotto editoriale di successo. Quindi da un lato del globo c’è lui che ha scritto diversi libri in cui racconta la sua disabilità in chiave ironica, ha collaborato col New York Times e ha partecipato alla sceneggiatura di serie tv molto note al pubblico (come il revival di “Will e Grace”). E poi, dall’altro lato, ci sono io che ho una disabilità motoria e scrivo la recensione di una serie di successo nella quale il protagonista è un disabile che racconta la sua quotidianità in un blog. Mi sono però già dilungata abbastanza su quanto possa essere complicato indossare i panni di una ragazza disabile.

Tornando alla serie, in “Special” Ryan interpreta un ragazzo omosessuale affetto da paralisi celebrale. “Ho una disabilità causata da un danno al cervello verificatosi prima, dopo o durante il parto e che si manifesta attraverso una mancanza di coordinazione muscolare”. È questa la definizione clinica (e cinica) che molto diplomaticamente Ryan fornisce ad un bambino che dopo aver assistito ad una sua caduta, gli chiede se è a causa della stessa che cammina così male. La reazione del ragazzino che scappa urlando, non sembra essere troppo diversa dall’atteggiamento più generale di una società che piuttosto che fermarsi e capire, preferisce darsela a gambe e passare oltre.

Ryan però è bravo a farci tornare indietro, a destarci dall’indifferenza e a farci vedere la cruda realtà. Quella che non siamo abituati a vedere sugli schermi, perché perfino la rappresentazione del dolore deve essere seducente e deve saper attrarre. “Special” ribalta questo canone, a cominciare dalla sigla che non risparmia le inquadrature del suo incedere per poi indugiare nelle diverse puntate sulle sue difficoltà con le azioni manuali. Si ferisce mentre cerca di farsi la barba, non riesce ad abbottonare la camicia, usa le scarpe con gli strappi perché i lacci sono una tortura.

Eppure Ryan continua a sorridere mentre cammina zoppicante su una strada che sembra proprio quella che lo condurrà verso l’accettazione della sua identità. Tuttavia, il percorso che lo porterà alla meta sarà tortuoso e pieno di insidie.

Anche le persone “normali” chiedono aiuto

Ryan si vergogna di sé stesso, perché non riesce a trovare il suo posto nel mondo, non riesce ad appartenere. È consapevole della sua diversità ma sente di trovarsi in un limbo nel quale il fatto che la sua disabilità sia lieve lo infastidisce e al tempo stesso lo fa sentire in colpa. Perché si trova quasi a invidiare i paralitici che in virtù delle loro sofferenze sono considerati degli eroi e tuttavia non è abbastanza abile per potersene andare in giro nel mondo come una persona “normale”.

Ryan ha ventotto anni, eppure la relazione più stabile nella sua monotona esistenza (per non dire l’unica) è quella con sua madre Karen (Jessica Hetch), un’ex infermiera che, dopo l’abbandono del marito, ha fatto di un rapporto asfissiante e iperprotettivo la sua unica ragione di vita. Così facendo, alimenta e nutre il suo spirito da crocerossina, dietro al bisogno di tutelare un figlio “unico”, “speciale”, dalla brutalità di un mondo che lo dipinge come uno storpio.

Ryan e la madre Karen

A rafforzare ulteriormente questo status, si aggiunge anche il suo orientamento. Ryan è gay ma la sua attrazione per le persone dello stesso sesso viene spostata su un piano di “normalità” (ammesso che di “normalità” si possa parlare e non di identità). Il vero ostacolo che gli impedisce di sperimentare la sua sessualità è che farlo significa mettersi a confronto con dei corpi statuari, atletici e prestanti che sembrano mettere ancora di più in evidenza la sua goffaggine e le sue cicatrici.

E sarà proprio un ostacolo su quella strada tortuosa a dare una scossa al piattume che scandisce la sua quotidianità. Una macchina lo colpirà in pieno costringendolo a svegliarsi dal tepore di una vita in cui essendo disabile, c’è solo una cosa che può e sa fare: chiedere aiuto (a sua madre).

Mettiamo tutti un filtro Verdena alla nostra vita per farla sembrare migliore

La rivoluzione di Ryan comincia con la scelta di andare a lavorare come tirocinante per Eggwoke, una rivista online che propone una “geniale e divertente satira generazionale”. Qui due presenze si riveleranno cruciali per il suo percorso di crescita: la sua collega Kim (Punam Patel), una ragazza indiana che con le sue forme prorompenti riesce a raccontare una femminilità diversa rispetto alla perfezione dei corpi da passerella – i suoi articoli sono infatti i più letti del blog. Il rischio però è che la sua immagine di donna in carne che propone una narrazione differente dell’essere donna, dia vita ad uno stereotipo nello stereotipo.

Assieme a lei un altro dei punti di forza della serie è Olivia (Marla Mindell) la direttrice egocentrica e anaffettiva del giornale, il cui unico obiettivo è di pubblicare dei contenuti che diventino virali. Se di primo acchito potrebbe sembrare un capo spietato che si accanisce contro un povero disabile (gli chiede se ad aprire la posta è stato lui o Edward mani di forbice), la sua quasi indifferenza nei confronti della disabilità di Ryan sembra la faccia di una società che non fa sconti. E quindi se lui pospone continuamente il termine di consegna degli articoli dicendo “Hey, guardami, la mia esistenza è piena di sofferenze”, lei gli fa (giustamente) svolgere altre mansioni. È come se Ryan volesse emanciparsi dalla sua identità di disabile, ma poi pretendesse di essere compreso e ricevere trattamenti di favore, in virtù della sua disabilità.

Ryan, Kim e Carey

La prima questione che si bisogna definire per completare l’ingresso di Ryan in redazione è infatti l’argomento di cui si dovrà occupare. Sua madre gli suggerisce prontamente di parlare della paralisi celebrale ma la disabilità nella sua vita è stata sempre la portata principale, mentre lui non avrebbe neanche voluto che si trovasse nel menù. Così Ryan capisce che c’è un solo modo per raccontare le ingiustizie che subisce ogni giorno a causa della disabilità, ovvero mentire.

È la stessa Olivia a dargli l’ispirazione: “Scrivi sull’essere investiti da un’auto, i pezzi sulle storie traumatiche sono incredibili”. Insomma, la storia della paralisi celebrale è noiosa e sembra non interessare a nessuno. Dunque, quando i colleghi iniziano a pensare che le sue difficoltà siano dovute all’incidente, semplicemente glielo lasciano credere.

Puoi avere una disabilità ed essere anche una persona cattiva

L’amicizia con Kim e il nuovo lavoro gli daranno la giusta motivazione per andare a vivere da solo e rivolgersi ad un terapista sessuale per vivere la sua “prima volta”. Ma per organizzare la festa di inaugurazione della nuova casa, si fa ancora aiutare dalla madre, continuando a trattarla come una colf. Soprattutto, non invita Kim ma i suoi vecchi compagni di università, ai quali voleva dimostrare che contrariamente alle loro aspettative era riuscito a farcela. Peccato che questi gli diano buca.

Ryan pretende egoisticamente di poter dare per scontati i suoi affetti, quindi quando sua madre si rende conto che col figlio lontano da casa, può smettere di spiare il vicino dalla finestra e uscirci, lui si arrabbia semplicemente perché non vuole che abbia un fidanzato prima di lui.

Nella seconda stagione il format di 15 minuti viene allungato ma la narrazione sembra perdere il suo brio. Se da un lato Ryan trova finalmente un gruppo al quale appartenere, “gli storpi”, dall’altro conosce Tanner (Max Jenkis), un ballerino che insegna in una scuola di danza (giusto per non alimentare gli stereotipi sul mondo gay) che ha a sua volta una relazione aperta con un uomo facoltoso, più grande di lui. Questo particolare gli serve per continuare a crogiolarsi nel suo ruolo di vittima.

Quando infatti Tanner gli dichiara il suo amore e la volontà di avere un rapporto esclusivo, lui si dimostra insofferente alle sue continue domande. È già stanco di spiegarsi ogni giorno col resto del mondo e non vorrebbe farlo anche con la persona che ama. Alla base di questo atteggiamento sembra però esserci la stessa motivazione che lo aveva spinto a non raccontare la verità sull’origine della sua disabilità: è più facile mentire che spiegare.

È la morte di sua nonna a far capire a Ryan quanto sia stato importante tutto ciò che la madre ha fatto per lui e che sia giunto il momento di uscire dalla sua campana di egoismo. A partire dalla scelta di assecondare sua madre che finalmente trova la forza di recidere il cordone ombelicale e trasferirsi in un’altra città per vivere finalmente una vita che sia soltanto sua.

Spoiler: la storia si conclude con la spietata direttrice che in modo grottesco si unisce civilmente ad una donna nera che aveva subito un’amputazione dopo essere stata investita dalla stessa Olivia. Kim decide di fondare una rivista nella quale non deve più recitare la parte della donna indiana e in carne e Ryan si licenzia per seguire la sua amica. Non vuole più raccontare la disabilità in modo divertente e non vuole più scrivere cose per far sentire a proprio agio le persone.

Ma il compito di chi scrive, soprattutto affrontando temi delicati che hanno a che fare con l’intimità, l’inclusione, sessualità, la disabilità, non dovrebbe essere quello di fornire degli strumenti alle persone “comuni” perché smettano di averne paura?

Caro Ryan, il futuro è tutto da vivere ma hai ancora un sacco di cose da imparare…

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