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#allamiaetà: Savino Pezzotta, “i compromessi col tempo li paghi tutti, non sono mai gratis”

Racconto. Bergamasco, sindacalista per oltre quarant’anni, segretario generale della CISL, deputato. Un incontro con Savino Pezzotta, nella sua casa di Scanzorosciate

Lettura 9 min.
Savino Pezzotta (foto Mirco Roncoroni)

La strada sale. Dal bivio si infila in un tunnel di alberi e cespugli. Poi si cominciano a vedere meglio le colline, i declivi morbidi segnati dai filari dei vigneti. I viali di ingresso delle tenute, le cascine, le aziende agricole, gli agriturismi che punteggiano tutta la zona, queste nostre langhe in miniatura.

Si continua a salire tra case e ville eleganti, muretti di pietra, giardini che fanno il giro delle case abbarbicate, alberi ben potati, verande, grandi finestre panoramiche. Un cartello dice “Tribulina – Frazione di Scanzorosciate”. Poco dopo si arriva al “crocevia”, piazza Giovanni XXIII, lo snodo per la Val Seriana e la Val Cavallina. C’è un piccolo rondò, la farmacia, una pizzeria e bar tabacchi, un piccolo parcheggio. Più su c’è la chiesa di San Giovanni dei Boschi, i profili delle colline boscose che guardano la valle e fanno come da cornice. Oltre, invisibile da qui, il Misma.

“Il mondo potrei racchiuderlo in questo piccolo universo: il Gavarno, la Tribulina, Rosciate. Sono i tre posti dove io ho abitato. Questa è la mia terra, è il mio panorama. Quando io penso a un paese, a un luogo dell’abitare, penso a Tribulina o a Rosciate, Scanzo. I luoghi dove conosco tutto. Conosco i boschi. Conosco le colline. Conosco la gente. Un ricordo della mia infanzia sono le estati passate con mio nonno su queste colline. D’estate ci portavano su. Ho imparato a conoscere bene tante cose alle quali sono rimasto affezionato tremendamente”.

Savino Pezzotta mi ha accolto seduto alla scrivania del suo studio. Renata, la moglie, dice che è il posto preferito anche dei nipoti, soprattutto perché c’è il computer. “E non ti dico come lo conciano questo povero studio”. Vorrebbe essere una specie di rimprovero ma la tenerezza dietro le parole è malcelata e strabordante, e disinnesca l’intento. Nello studio ci sono libri, molti libri. E fotografie.

Mi siedo alla scrivania già conoscendo una parte, quella più nota, della storia di Savino. So che è stato sindacalista, segretario generale della CISL dal 2000 al 2006, nel pieno del periodo berlusconiano (“il governo più lungo della storia repubblicana”). La mia memoria recupera delle immagini televisive dalle tinte cisline, in cui è tra la gente, per strada, forse durante una manifestazione, tiene in mano un’agenda, dei documenti, rilascia dichiarazioni. Dopo l’esperienza alla direzione del sindacato è stato deputato per l’UdC dal 2008 al 2013. Poi, più nessun incarico ufficiale. Cominciamo la conversazione da molto più indietro però.

“Io sono nato il 25 dicembre del 1943. Mio padre era in guerra. Stava facendo la campagna di Russia. Venne catturato al Brennero dopo l’armistizio, portato in Germania, si rifiutò di aderire alla RSI, per cui divenne un internato militare italiano. E morì in questa condizione”.

Dopo un’intera vita passata senza avere idea di dove fosse sepolto, un giorno del 2010 una signora suona alla sua porta con una copia di L’Eco di Bergamo in mano. All’interno si trovano nomi e luoghi di sepoltura di 298 bergamaschi dispersi in guerra.

“Una mattina, siamo a letto, suona il campanello, vado alla porta e mi dice: C’è suo papà sull’Eco”. Scopre così che è sepolto a Varsavia. “Era morto nella Prussia orientale ma le salme erano state trasportate in questo cimitero militare che era a Varsavia. Per cui io nasco a Natale e mio padre muore a giugno. Io non l’ho conosciuto. Però ho avuto anche una fortuna, diciamo così. Mia mamma si è risposata e io ho avuto la fortuna di avere un papà che mi ha voluto un mare di bene. Per cui orfano sì, ma con un papà. Ho avuto un’infanzia abbastanza serena, ho avuto due genitori, avevo la mia casa, la mia famiglia”.

C’è una vecchia foto in alto, alla parete. Una cornice ovale racchiude i mezzi busti dei due giovani che l’hanno cresciuto, il padre e la madre. Hanno la compostezza e l’eleganza dei fotografati di un tempo. Lì accanto c’è anche la foto singola del padre morto da internato militare, poco distante dallo scatto che ritrae uno degli incontri di Savino con Papa Benedetto XVI.

La moglie Renata ci porta il caffè. Savino non mette zucchero, lascia la tazzina in disparte, “lo faccio raffreddare”. Racconta delle scuole elementari fatte “con scarso profitto”, del suo essere “un po’ lazzarotto”. “Dopo la scuola sono andato a lavorare in una piccola officina del mio paese, avevo dodici, tredici anni. E ci rimasi fino ai quindici, dove venni assunto al grande stabilimento della Reggiani. Per me e la mia famiglia fu una cosa estremamente importante perché finalmente avevo un lavoro pagato normalmente, con il contratto”.

Savino Pezzotta con la moglie Renata
(Foto Beppe Bedolis)

La Reggiani di Redona era uno stabilimento di finissaggio tessile. Stampaggio, tinteggiatura, candeggiatura. “Un ambiente brutto da tanti punti di vista, pieno di acqua e umido. Oggi nessuno ha in mente com’era duro stare in fabbrica allora. Vigeva l’autoritarismo dell’imprenditore ma soprattutto di capi e capetti, direttori e non direttori, che non ti lasciavano lo spazio di respirare, ti assillavano tutto il giorno. Ci distribuivano un litro di latte al giorno per combattere l’intossicazione. Cosa che non serviva a nulla”.

Il tessile, naturalmente. Il primo grande comparto industriale a insediarsi nella Bergamasca, nelle sue valli, a impiegare larga parte della popolazione. Condizioni di lavoro proibitive, insalubrità degli ambienti. Il (sempreverde) ricatto della salute e dei diritti in cambio di un minimo benessere economico.

“Il primo giorno che andai lì a lavorare mi dissero: Lei Pezzotta viene a lavorare domani mattina alle 6 fino alle 6 di sera. E andai avanti per un anno così, giorno e notte. Mezzora per mangiare e basta. Questa era la condizione operaia allora in fabbrica. Dura e difficile. Il sindacato c’era e non c’era, perché si aveva tutti un po’ paura. E poi si veniva da una condizione non di benessere, per cui aver trovato un posto e guadagnare una paga lo si teneva caro”.

Poi, in occasione del rinnovo del contratto nazionale dei tessili del 1962, alla Reggiani si decide di partecipare allo sciopero. La direzione fece “la serrata”, chiuse tutto per i giorni dello sciopero: “Non si lavorava più. Questo scatenò un po’ di tensioni tra i lavoratori e scatenò in me l’idea che forse bisognava reagire, bisognava darsi da fare, e che nessuno ci regalava niente. E allora mi recai dal delegato CISL, perché io venivo da un ambiente cattolico. Per cui la CISL era il mio riferimento. Avevamo anche un parroco molto bravo, alcune idee di tipo sociale e di emancipazione umana ce le aveva date”.

Savino prende la tessera della CISL nel 1963. Racconta che, invece di un’accoglienza entusiasta, dal rappresentante ebbe un’accoglienza “interrogante”: “Mi disse, io ti do la tessera, però tu non arrivi più in ritardo. Ma cosa te ne frega a te. E lui disse no, perché uno che si mette nel sindacato deve reggere di fronte al padrone. E la prima cosa è non farsi trovare fuori posto. Se vuoi difendere i tuoi interessi e quelli dei tuoi compagni per prima cosa devi essere rigoroso con te stesso. Io lì ho imparato che il sindacalismo fatto da questo operaio aveva una sua morale di fondo, alla quale ho cercato nella mia vita, con alti e bassi, di rimanere fedele... Il sindacato non è un mestiere. Si tende a trasformarlo in una professione ma non lo è. Il sindacato è una passione, una scelta etica, una scelta sociale, una scelta politica. Questo è il sindacato”.

Durante una manifestazione nel 1989

Parla dello Statuto dei lavoratori del 1970, approvato sull’onda dell’autunno caldo, delle movimentazioni operaie e studentesche, che “ha rappresentato una conquista costituzionale all’interno della fabbrica. Con lo Statuto il lavoratore aveva la libertà di organizzarsi nel sindacato, di rappresentare i lavoratori, di votare per chi lo doveva rappresentare. E questo non lo faceva incorrere nelle reazioni, nelle reprimende. C’era più libertà. Lo Statuto del ’70 è stato veramente la Costituzione che entra in fabbrica. Bisognerebbe riscrivere uno statuto dei lavoratori dell’era digitale”.

E allora divaghiamo nel presente, mi interessa sapere cosa pensa della nuova configurazione del lavoro, di come il sindacato si approccia alla tutela di nuove professionalità e delle dinamiche lavorative odierne, di automazione: “Sono convinto che siamo nel mezzo di un cambiamento del lavoro profondissimo. Ma non solo in termini strutturali ma anche sovrastrutturali. Il lavoratore come interpreta, legge, vive il suo lavoro quando l’automazione lo condiziona al punto in cui lo sta condizionando oggi? Dove sta la sua libertà? Altro che green-pass. Qui si fanno i casini per il green-pass, ma questi mezzi? Non sono un luddista, voglio però che sia data la possibilità al lavoratore subordinato o dipendente di decidere anche lui come applicarle queste tecnologie. Perché deve decidere solo l’impresa e non i lavoratori? Io non riesco ad avere ancora le idee precise ma percepisco che siamo dentro una trasformazione dell’organizzazione del lavoro che è enorme. E vedo che il sindacato è in ritardo”.

E il salario minimo? Chiedo. Siamo l’unico paese in Europa in cui dagli anni Novanta i salari sono addirittura diminuiti. “Io non sono contrario. Se prendo il contratto dei metalmeccanici non è che non ha un minimo salariale. La categoria più bassa dei metalmeccanici può diventare un minimo salariale per tutti. E questo darebbe un ruolo anche al sindacato. Il problema è che il sindacato giustamente si oppone che diventi per legge, perché se lo fa per legge non c’è più l’autonomia contrattuale. Meglio legarlo alla contrattazione, perché con la contrattazione definisco il minimo salariale, ma anche i livelli salariali professionali. Se invece il salario minimo definito per legge ognuno lo applica e non applica più il resto diventa un problema. Non ho nulla in contrario al salario minimo, con le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale aumenteranno i profitti e pertanto una regola che redistribuisce la ricchezza ci vuole. Se è vero quello che sostengono alcuni che con le innovazioni tecnologiche diminuirà l’occupazione non è che si può morire di fame. Allora se diminuisce l’occupazione ho due strade da percorre, non in contrapposizione: quella del salario minimo e quella della riduzione dell’orario per permettere di dedicare le ore liberate a un lavoro di cura: figli, genitori non autosufficienti, eccetera”.

Il suo caffè è ormai freddo. Savino avvicina la tazzina e scola il contenuto alla goccia, come si usa con certi distillati. Poi torniamo nel passato, al suo biennio caldo ’68-’69, quando viene eletto nel consiglio di fabbrica della Reggiani.

Il Manifesto quando diventò segretario della CISL

“In consiglio alla Reggiani feci amicizia con persone eccezionali, una delle quali è morta recentemente, si chiamava Enrico Mismara. Era combattivo lui, eccezionale. Poi anche lui ha fatto come me il segretario dei tessili di Bergamo. Per me era un fratello. Il rapporto che avevamo maturato nell’impegno sindacale era andato oltre il rapporto convenzionale di conoscenza. Abbiamo condiviso fino in fondo, con litigate enormi eh. Per me era come un fratello. Ed è morto di Covid a marzo dello scorso anno. Per me è stata veramente una figura... quando eravamo in consiglio, essendo io più portato alla mediazione, c’era lui che mi faceva da stopper”.

La sua fotografia è appesa accanto allo schermo del computer, lì come fosse un punto cardinale, un riferimento fondamentale nel suo percorso di formazione, umano e professionale. Costellato da amicizie importanti e da riferimenti ideologici-culturali convergenti. Il personalismo cristiano di Mounier e Maritain, Teilhard de Chardin e Simon Weil, il laburismo cristiano di Mario Roani, don Milani, il sindacalismo di Livio Labor, per cui fu promotore del Movimento Politico dei Lavoratori. E poi Giulio Girardi e il cattolicesimo del dissenso, l’incontro tra marxismo e cristianesimo, l’internazionalismo sindacale, Franco Rodano come “grande intellettuale di cui non si parla più”, la giornalista Adriana Zarri. E poi Don Mazzi, Don Adriano Vincenzi, il vescovo Maurizio Gervasoni che “mi hanno aiutato a costruire quella che Romano Guardini chiama la Weltanschauung cattolica. Guardare il mondo con occhi diversi. Il mio mondo era la cultura cattolica e una cultura sociale avanzata”. Un piccolo posto in questo Pantheon ce l’hanno anche Tolstoj, Dostoevskij, Pasternak, il poeta Mario Luzi. A suo tempo, aggiunge, “ho letto tutto Il Capitale di Marx, anche se non so quanto ne ho capito. È là sotto”. E indica un punto alla base della libreria.

Sulla sua carriera professionale è molto più sintetico invece. Sindacalista a tempo pieno dal primo maggio 1974, segue una serie di aziende tessili nella zona di Grumello, poi Zingonia e Treviglio. Torna a Bergamo e diventa segretario della Federazione Italiana Lavoratori Tessili di Bergamo. Il 21 febbraio del 1977 si sposa con Renata, “prima non avevo tempo” dice, e sorride alla moglie lì vicino. Di lì a poco avranno due figli, un maschio e una femmina. “Poi sono diventato segretario della CISL di Bergamo. Poi segretario regionale. Poi sono entrato in segretaria confederale e sono diventato segretario generale della CISL, ruolo in cui ho potuto usufruire della preziosa collaborazione dell’amico Giulio Mauri”.

Tiene a specificare che non fece una battaglia, come di solito si usa fare, per diventare segretario generale. Lo è diventato per una combinazione di fattori. “Tra cui il fatto che mi avevano riconosciuto nei miei interventi in consiglio come uno che poteva farlo. E mi scelsero per farlo”.
Spiega le difficoltà del rapporto con Cofferati, allora segretario della CGIL, sul ruolo del sindacato nelle dinamiche politiche. Il “Patto per l’Italia” e gli accordi presi con Berlusconi, che Berlusconi non mantenne. Le dinamiche intestine nella dirigenza del sindacato, per cui scelse di dimettersi.

“Mi dimisi senza indicare chi mi doveva succedere, che era la prassi dei segretari confederali uscenti. Carniti aveva indicato Marini, Marini aveva indicato D’Antoni, D’Antoni aveva indicato me. Tutti avevano indicato il loro successore. Io non lo indicai in dissenso con il metodo che avevano messo in piedi per mettermi in discussione. Ho preferito rinunciare alla carica di segretario generale, che avrei potuto fare con un bel compromessino, ma no: perché poi i compromessi li paghi tutti, non sono mai gratis. Ho preferito andarmene io e non rompere la CISL, e lasciare la responsabilità delle rotture e delle cose sbagliate che poi sono state fatte ad altri”.

Con Cofferati e Angeletti

Poi è arrivata la politica, e i cinque anni di legislatura con il suo partito “Rosa per l’Italia” in coalizione con l’Unione di Centro. “E poi finalmente è tornato a casa” interviene Renata, c’è del sollievo nella sua voce. “Sei stato tredici anni a Roma eh... dal 1999 al 2012”.

C’è un breve silenzio. Poi Savino dice: “Dal mio punto di vista sono soddisfatto di quello che ho fatto. Non ho rimpianti. Se tornassi indietro ripeterei le cose, correggendone alcune minimali. La mia vita è stata soddisfacente, io sono contento della mia vita. Per questo che non ho paura di morire. Perché ho...”. Renata, sentendo quest’ultima frase, sussulta sulla sedia e agita le braccia, come a dire ecco, ci risiamo con questa cosa di morire. Lui le sorride. Un sorriso che sembra chiedere pazienza, ancora. “No Renata, non ho paura perché sono contento della vita che ho vissuto. È costata fatica, è costata incomprensioni. È costata quello che costa la vita di ognuno... Però è stato tutto sommato bello”.

“Ciao nonno!”, una voce bianca irrompe dall’altra stanza. È il più grande dei quattro nipoti. Si mette a sedere vicino a noi, affamatissimo, sgranocchia una fetta di pane. Dice che alla mensa della scuola non gli danno il prosciutto. Forse sente di essere nel posto giusto per una rivendicazione.

(Grazie alla figlia Giuditta Pezzotta, senza la quale questo articolo non sarebbe stato possibile)

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