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Ansia, depressione, mancanze emotive: quando mangiare diventa patologico

Intervista. Dal pregiudizio per cui “lo psicologo cura i matti” duro a morire, all’istituzione della figura dello psicologo di base. La consapevolezza dell’importanza della salute mentale, anche in seguito alla pandemia, sta aumentando. Importante è “riconoscere che il benessere psicologico conta tanto quanto quello fisico”, come spiega la psicologa Cristina Uccelli, protagonista di un incontro su cibo e mente il 15 ottobre a Clusone

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In un solo anno, in seguito alla pandemia le depressioni e i disturbi d’ansia sono aumentati rispettivamente del 28% e del 26% secondo quanto rilevato da uno studio globale dell’autorevole rivista Lancet. Il confinamento forzato, la distanza dai propri cari (o l’eccesso di vicinanza in spazi troppo ridotti) e tensioni e paure prolungate hanno messo a dura prova il benessere mentale di molte persone. Da argomento tabù e poco trattato, la salute mentale ha cominciato a emergere non solo come urgenza, ma anche come diritto. In Italia, ad oggi i fondi destinati al benessere psicologico sono solo il 3,5% del totale e l’accesso alle cure nella maggior parte dei casi è complesso a causa dei costi elevati, a meno che non ci si rivolga a Onlus e centri territoriali.

Sul tavolo al Governo c’è una proposta di legge relativa all’istituzione dello psicologo di base , che dovrebbe affiancare medico e pediatra di famiglia, anche se per molti parlare di salute mentale è ancora un tema dominato da forti pregiudizi, come riconosce anche Cristina Uccelli, psicologa della Val Seriana, specializzata in disturbi alimentari, psicologia del comportamento alimentare, disturbi dell’umore e disturbi d’ansia, che il 15 ottobre sarà a Clusone per una serata dedicata al rapporto tra mente e cibo.

In questi due anni, complice anche la pandemia, abbiamo visto quanto sia essenziale considerare sia la salute fisica delle persone, che quella mentale – spiega – molte persone che non avevano mai mostrato delle difficoltà da quel punto di vista hanno sofferto a livello psicologico. Fortunatamente anche a livello centrale le cose si stanno muovendo, sia in merito al dibattito sulla figura dello psicologo di base, sia nell’obbligo di avere uno psicologo scolastico, lo stesso sta accadendo in molte aziende, che si stanno dotando di uno psicologo interno”.

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SV: Eppure restano ancora forti i pregiudizi. Cosa si può fare per cambiare le cose?

CU: Lo stigma sociale esiste ancora ed è complesso da smontare: per molti se vai dallo psicologo sei matto, in realtà una persona può avere un disagio di tutt’altro genere. Purtroppo, è anche vero che, in molti casi, chi ha bisogno dello psicologo è proprio chi evita di andarci. Rivolgendomi a chi è scettico non banalizzerei la cosa mettendola al pari di vai a fare una chiacchierata con un amico, non è quello che si va a fare, ma direi che la nostra mente e il nostro corpo sono strettamente correlati, per cui ad esempio avere un disagio psicologico può diventare un disagio fisico che non trova soluzione.

SV: Può farci un esempio?

CU: Pensiamo a un’eruzione cutanea che non riesco mai a far passare, molto spesso un sintomo fisico in realtà nasconde una questione mentale. Se questa cosa è una manifestazione di un disagio psicologico posso anche lavorare solo sul sintomo, il disturbo mi passerà ma tenderà sempre a ripresentarsi finché non lavoro sulla sfera mentale. Mente e corpo sono collegati, è importante prendersi cura di entrambi, non farlo è un curarsi a metà.

SV: Non è sempre semplice rendersi conto di avere un problema che richieda l’intervento dello psicologo, a meno che non si tratti di qualcosa di grave. Come accorgersi che è il caso di farci dare una mano?

CU: Ci sono di solito due parametri che anche noi valutiamo per capire quanto uno è grave, quanto i suoi sintomi sono cronicizzati e quanto il disturbo va a interferire con i vari ambiti della vita. Faccio un esempio: ho l’ansia, ce l’ho da 15 giorni e mi capita quando faccio un esame in università, è normale, ma se sono sei anni che ne soffro quando sono al lavoro, quando sto con il fidanzato o vado al supermercato direi che è il caso di considerare un consulto.

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SV: Dallo psicologo non si arriva solo per disturbi gravi e fortemente invalidanti, ma anche per altre difficoltà…

CU: Assolutamente, molti richiedono un consulto pure per questioni non meramente patologiche, ma anche quando qualcosa ci dà sofferenza dal punto di vista psicologico, come nel caso di forte rabbia o ansia, che diventano invalidanti e pesanti. Quello che si fa dallo psicologo è lavorare sul pensiero che può essere disfunzionale: ad esempio davanti a un tradimento, l’impatto psicologico non dipende dal fatto in sé, quello che mi rende triste è quello che io penso di ciò che succede, ad esempio sento di non valere niente e che resterò sola tutta la vita. Su questi pensieri e su come io interpreto la realtà andiamo a lavorare in colloquio, per cambiare la percezione delle cose. Il benessere comincia da lì.

SV: Lei nello specifico si concentra molto sul rapporto tra mente e corpo, a cui dedicherà anche la sua conferenza di venerdì.

CU: Quello fra mente e cibo è un tema importante e attuale, anche se resta spesso sommerso. Sempre di più mangiamo non per fame fisiologica, ma per una serie di altri motivi ed è per questo che non riusciamo a seguire una dieta, ciò che ci spinge a mangiare sono bisogno emotivi che colmiamo con il cibo.

SV: Ci può spiegare la differenza tra fame emotiva e fisiologica?

CU: Partiamo dal paradosso delle diete, che si concentrano tantissimo sul cibo, sui grammi da pesare. Io non dovrei avere il pensiero fisso del cibo, non è sano. La sera non dovrei veder l’ora che sia domani per fare colazione o pensare all’armadietto con la nutella. Se mi invitano all’aperitivo il primo pensiero è se ci sarà il buffet. Meno ci penso e più ho un rapporto sano e corretto con il cibo: se non riesco a fare la dieta perché ho un’amica che viene a bere il caffè e mi abbuffo di biscotti, me la sto raccontando. Le cose vanno bene quando sono così presa da un’attività che mi sento felice e realizzata e l’ultimo mio pensiero è il cibo, a cui penso solo quando mi viene davvero fame. Ecco il rapporto ideale.

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SV: Come si procede a lavorare insieme in studio quindi?

CU: La prima consapevolezza è senza dubbio rendersi conto che sono io che mi voglio trovare in queste condizioni e sono io che cerco il cibo. Lavorare con la consapevolezza di quanto mangio è un primo step: utilizzando un diario alimentare e segnandoci sopra tutto quello che mangio durante la giornata molti pazienti perdono già un chilo dopo la prima settimana, perché realizzano davvero quanto e cosa mangiano. Quante volte vado a spizzicare nell’armadietto dei biscotti, quante caramelle mi mangio.

SV: Ma cosa c’è dietro questa spinta a mangiare?

CU: In casi patologici spizzicare non è fame, ma cerchi di compensare qualche mancanza emotiva con il cibo, ti consoli mangiando. Individuare quali sono i momenti in cui mangio di più è un ottimo strumento per aiutarci a capire: mangio troppo quando sono sotto esame? Con buona probabilità il cibo mi aiuta a gestire lo stress.

Pagina Facebook Cristina Uccelli

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