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Fratellanza e giustizia, la visione di Papa Francesco

Intervista. Marco Politi è a livello internazionale uno dei maggiori esperti di questioni vaticane. Vaticanista de La Repubblica per quasi un ventennio, poi editorialista de Il Fatto quotidiano”, collabora con Abc, Cnn,Bbc, Rai, Sdf, France 2 e The tablet. Il 5 novembre a Molte fedi

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Papa Francesco

Politi ha pubblicato da pochi giorni “Francesco. La peste, la rinascita” (Laterza). Il 5 novembre sarà a Molte fedi sotto lo stesso cielo per l’incontro con Padre Antonio SpadaroLa solitudine di Francesco” (edit: per questioni di salute Politi non parteciperà all’incontro).

DT: Siamo nel pieno della “peste” Covid, le chiese che lentamente stavano tornato ad essere frequentate, soffriranno di nuovo. La Chiesa scomparirà di nuovo dalla scena pubblica?

MP: La pandemia è una prova durissima per la Chiesa perché il Cristianesimo ha un carattere fortemente comunitario. Ma è stato anche momento di riflessione in cui da un lato parrocchie diocesi ordii religiosi hanno scoperto o potenziato la comunicazione via web, trovando nuovi modi di stare più vicino ai fedeli. Dall’altro lato le diocesi e le organizzazioni cattoliche come la Caritas si sono mobilitato potentemente a favore delle persone in difficoltà e continuano a farlo ora.

DT: Il lockdown ha interessato direttamente anche i sacerdoti…

MP: Infatti c’è stato un terzo momento più intimo che riguarda tanti sacerdoti che hanno avuto un momento di pausa rispetto ad agende quotidiane sovraccariche e che quindi si sono chiesti anche loro cosa il giorno della fine di questa pandemia deve essere considerato essenziale e cosa invece si può delegare ad altre persone. E quello che molti preti hanno capito è che il senso profondo è quello della missione e quello di farsi carico del dolore degli altri, di stare vicino alle fragilità delle persone e di essere buoni samaritani come dice Francesco nella sua enciclica Fratelli tutti.

DT: Fratellanza non è una parola fuori tempo, è l’orizzonte che ci può salvare dalla solitudine e dalla conseguente tristezza.

MP: Il Papa spinge a non rimanere chiusi nella propria casa, nella propria cerchia e anche nel proprio egoismo, ma ad essere in contatto e in partecipazione con i problemi della società contemporanea, con le gioie e le sofferenze degli uomini e delle donne di questo mondo. Il messaggio del Papa è un potente stimolo ad uscire fuori da sé stessi. Ricordiamoci che ci sono giovanissimi che vivono chiusi nella stessa stanza e non hanno contatti, se non mediati dal computer, con il mondo esterno.

DT: C’è differenza tra la “fraternitè” della Rivoluzione illuministica francese e questa fratellanza che il Papa indica come via della salvezza?

MP: Già gli stoici nell’antica Grecia consideravano il senso dell’umanità che supera la distinzione tra greci e barbari. Il commediografo latino Publio Terenzio Afro dice “Niente di ciò che è umano mi è estraneo”, facciamo parte della stessa umanità. È un concetto profondamente laico e che si incontra con il pensiero della dottrina sociale degli ultimi pontefici che hanno sottolineato l’importanza di considerare tutta l’umanità un’unica famiglia umana. Il salto dalla concezione laica a quella religiosa è quella che sottolinea Papa Francesco, ovvero siamo tutti figli di Dio. Madre Teresa stessa diceva “Dio non è cattolico”, cioè non possiamo mettergli un’etichetta facendolo appartenere solo ad un certo gruppo.

DT: In questo senso Francesco ama ripetere che Dio è padre di tutti gli uomini, quale che sia la loro religione o impostazione filosofica (atei, agnostici, etc.).

MP: In una parrocchia della periferia di Roma, il Papa ha incontrato un bambino di nove anni che era rimasto orfano del padre e che gli ha chiesto se il padre, sebbene ateo, fosse entrato in Paradiso. Il Papa rispondendo a lui e agli altri bambini presenti ha ribaltato la domanda: quest’uomo è stato un buon padre e un buon marito, ha cresciuto un figlio educato religiosamente. Secondo voi va in Paradiso questo padre buono? I bambini in coro hanno risposto di sì.

DT: Un episodio che per le persone è molto più significativo di qualsiasi architrave teologica…

MP: Spesso Papa Francesco parla attraverso segni e piccoli gesti, tuttavia ha un’architettura teologica molto raffinata e anche in questo caso ha voluto sottolineare che Dio è padre di tutti e che ciò che conta alla fine è come ogni uomo e ogni donna si pongono rispetto al tema del bene o del male. Se vive in maniera buona o cattiva. I cristiani in quanto battezzati hanno una responsabilità in più, di testimoniare la buona novella con la vita e non solo con le parole. Quando il Papa sottolinea il valore della fratellanza, ma anche l’imperativo della fratellanza e sorellanza questo significa che nessuno può voltare la testa dall’altra parte. Il problema non è quello che accade sul marciapiede di fronte, il problema tocca a te, sei tu che devi intervenire se vedi una persona fragile, debole e in difficoltà.

DT: Caino ammazza Abele, Giacobbe ruba la primogenitura a Esaù, Giuseppe viene venduto dai fratelli in Egitto. Il Papa li cita per dirci che la fratellanza non è un sentimento mieloso, ma abbraccia i rapporti nella loro complessità. Secondo lei il Papa offre questa chiave di lettura per leggere ciò che sta accadendo in Vaticano?

MP: Il Papa insiste anche sul tema della giustizia e quindi chi ha commesso il male deve riparare. Non a caso dice che se i mafiosi non fanno un atto pubblico di contrizione, sono scomunicati. Da questo punto di vista è molto netto il messaggio del Papa: tu fai del male e tu devi ammettere pubblicamente di aver fatto del male e pentirti pubblicamente di avere fatto questo male. Solo a quel punto c’è la misericordia che riconcilia e perdona tutto. Il perdono esige il riconoscimento del male fatto. In una chiesa francese c’è un capitello scolpito che da un lato mostra Giuda che si impicca, ma dall’altro mostra Cristo che si carica sulle spalle il cadavere come fa il buon pastore. Questo capitello si trova nella Basilica di Vézelay. Il perdono per Papa Francesco non è mai segno di debolezza.

DT: La fraternità è il principio che consente agli eguali di essere persone diverse, scrive al Papa nel maggio 2017 alla presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, quindi possiamo nutrire e coltivare pacificamente le differenze liberandoci dall’obbligo di essere uguali. Non si corre il pericolo di lasciare le persone disorientate dal punto di vista etico?

MP: Qui sono due punti importanti nella predicazione di Francesco. Da un lato l’eguaglianza degli esseri umani intesa come rispetto della dignità e come accesso di tutti ai beni necessari per vivere. Nessuno deve essere scartato ed emarginato e deve essere assolutamente colmato il fossato che ormai si è creato tra una casta ridotta di superricchi a livello mondiale e centinaia di milioni di esseri umani che si trovano svantaggiati e in una situazione di inferiorità e penuria. Quindi il tema dell’eguaglianza per il Papa è legato al superamento delle diseguaglianze. Al tempo stesso Francesco ha sempre sottolineato che ogni persona ha la sua personalità e ricchezza. Persino le vite più sventurate hanno un insegnamento da dare e contengono un frammento di valore e quindi a maggio valore le diversità di cultura mentalità e approccio religioso sono una cosa positiva.

DT: Nel suo ultimo libro “Francesco. La Peste, la Rinascita” lei scrive che il Papa ha parlato di “Risorgere” per indicare lo spirito e l’impegno con cui bisogna affrontare la ricostruzione avendo in mente un modello diverso di società, a partire dai giovani.

MP: Il Papa sottolinea che nulla sarà più come prima e che da questa grande crisi, che è una catastrofe economica a livello mondiale, noi vediamo già che si è interrotta una linea di sviluppo, cresce la disoccupazione per milioni di persone. Da questo dramma, dice il Papa, “Se ne esce peggio o se ne esce meglio, ma non si esce uguali”. Meglio per il Papa significa che bisogna costruire una società più inclusiva in cui si superino le disuguaglianze intollerabile, in cui venga assicurato uno sviluppo sostenibile e in cui si ponga fine ad un degrado naturale il quale porta con se un degrado sociale. E questo significa costruire una società che non tratta i giovani da materiale di scarto.

Il 27 marzo dell’anno 2020 Jorge Maria Bergoglio si affaccia solitario sul sagrato abbandonato della basilica di San Pietro. Il vecchio pontefice avanza zoppicando. I capelli schiacciati sotto lo zucchetto, Una macchia bianca, irreale sotto il cielo nerastro. Da quasi tre settimane la Chiesa sembra aver cessato di esistere. Templi praticamente chiusi, fedeli spariti. Non si celebrano messe, non si festeggiano battesimi, niente matrimoni, niente funerali. L’ultima benedizione ai moribondi è affidata dai vescovi agi infermieri, Spizzano i camici, non le stole. Mai nella storia la Chiesa aveva disertato il dolore degli uomini. Con il suo gesto straordinario Francesco riempie questa assenza E pensa soprattutto al dopo. Chiede una società inclusiva, un’economia al servizio di tutti, una politica che dia voce ai più vulnerabili. Cattolici e laici hanno capito da che parte sta Bergoglio. E colgono il pungolo della sua ironia quando dice: “Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla”.

Sito Molte fedi sotto lo stesso cielo

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