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“In Afghanistan è morto il domani, si vive in una precarietà quotidiana che lacera l’anima”

Intervista. La situazione afghana sembra una matassa impossibile da districare. La sconfitta degli Stati Uniti in una guerra che ha fatto più di 170 mila vittime (oltre 47 mila i civili). L’estremismo di Al Qaeda, dei Talebani al potere e dell’Isis-K. Ma più di tutto, la crisi economica e sociale della popolazione. Ne abbiamo parlato con Fawad e Raufi, scrittore afghano, dal 2015 in Italia. Domani a Nembro per la rassegna “Migliori di così”

Lettura 6 min.
Un bambino a Kabul ad agosto 2021 (foto Trent Inness)

C ome può un popolo evolversi, progredire e ricostruire relazioni, un tessuto sociale smembrato e bloccato da oltre quarant’anni di guerra? Si scappa appena si può da tutto questo, con la speranza di poter trovare la pace, vivere la pace, in un luogo sconosciuto dove ricominciare a respirare, a vivere e non sopravvivere”. Autore di due libri, entrambi editi da ZeL Edizioni, “Dall’Hindu Kush alle Alpi, viaggio di un giovane afghano verso la libertà” (2018) e “Ultimi respiri a Kabul. Tra la neve bianca e i lupi neri” (2021), Fawad e Raufi ha raccontato le difficoltà di vivere nell’Afghanistan in guerra, l’esperienza dei campi profughi in Pakistan, e la sua fuga verso l’Occidente lungo la via dei Balcani, con un arresto in Bulgaria, l’approdo in Germania e infine il trasferimento in Italia, a Pordenone.

Raufi sarà fra i protagonisti dell’incontro “Nuove sfide · Afghanistan. Incontro con Gigi Riva e Fawad e Raufi. Il ritorno dei talebani e la crisi dell’Occidente: quale accoglienza è possibile?” che si terrà domani (venerdì 15 ottobre) al Modernissimo di Nembro (ore 21) per la rassegna “Migliori di così”. Le ultime notizie dall’Afghanistan riportano un attentato alla moschea sciita di Kunduz, dove si teneva la cerimonia funebre della madre di Zabihullah Mujahed, capo della Commissione culturale del nuovo governo afghano, ennesima riprova che l’uscita americana ha lasciato campo libero allo scontro fra Talebani e Isis-K. In questi giorni si è tenuto inoltre un G20 speciale, proprio per ragionare sulla situazione afghana. A Doha, in Qatar, fino a domenica scorsa si è svolto invece il primo incontro fra le delegazioni di Talebani e Stati Uniti dopo il ritiro americano, a cui ha partecipato una rappresentanza UE. Fra i temi in discussione, anche l’accordo di Doha del febbraio 2020, che di fatto sancì il ritiro dei soldati americani dall’Afghanistan e la conseguente presa del potere da parte dei Talebani con la fine del governo afghano allora in carica.

Fawad e Raufi
(Foto Giuseppe Croce)

Insomma, la guerra a stelle e strisce iniziata nel 2001 per scovare i terroristi di Al Qaeda e Osama bin Laden dopo l’11 settembre si è trasformata in un contesto parecchio intricato con protagonisti gli Stati Uniti, i Talebani e Al Qaeda – e negli ultimi anni anche il terzo incomodo dell’Isis-K, lo Stato Islamico del Khorasan. Ma la popolazione afghana aveva già subito i dieci anni di combattimenti con l’ex URRS (1979-1989) e la guerra fra i Talebani e i cosiddetti Signori della Guerra, mai veramente conclusa. A farne le spese è sempre stata la gente comune: chi negli anni ha deciso di rimanere e chi se ne è andato in cerca di un futuro migliore, come Raufi.

LB: Tu nel 2015 hai deciso di andartene dall’Afghanistan. Dalla guerra ma anche da una vita diventata impossibile.

FR: La guerra non distrugge solo le cose materiali, ma anche i valori, il senso della vita, ogni possibilità di sognare il futuro, di sperare di diventare vecchi perché le bombe, gli attentati distruggono tutto fuori e dentro le persone. I bambini non giocano più, gli aquiloni sono spariti dal cielo dove il fumo dei bombardamenti colora di nero le nuvole. In Afghanistan è morto il domani, si vive in una precarietà quotidiana che lacera l’anima. Il timore di non tornare a casa vivo la sera attanaglia ogni pensiero e impedisce di progettare la propria vita per più di qualche ora.

LB: Quanto hanno contato i tuoi studi letterari in questa scelta?

FR: Una persona, una comunità, un popolo si eleva quando ha la possibilità di studiare, di istruirsi, di conoscere, di incontrarsi con altri modi di pensare e di vivere, quando la sua storia si intreccia con quella degli altri. È fondamentale che tutti possano accedere a percorsi scolastici adeguati perché la pace nasce anche dalla capacità di aprire la mente e accordarsi per un obiettivo comune. Nonostante la guerra, nonostante quasi un decennio vissuto come profugo fuori dal mio Paese (in Pakistan, ndr), mio padre mi ha sempre incitato e facilitato la strada dell’istruzione e questo mi ha consentito di discernere cosa era meglio per me.

LB: Quando hai deciso di andartene, hai dovuto affidare il tuo futuro ai mercanti di uomini lungo la rotta balcanica.

FR: La Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo proclama che tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti e che ogni individuo ha diritto di spostarsi liberamente nel proprio Paese e fuori dal proprio Paese. Ma è valido per alcuni, mentre per altri è soltanto scritto sulla carta e non nel cuore dell’uomo che costringe altri essere umani come lui a lasciare tutto e a intraprendere viaggi in mano ai trafficanti di uomini, viaggi disumani dove spesso per incontrare la vita, si trova la violenza, la tortura, la morte.

LB: Sei uno scrittore. Perché scrivi? A cosa ti serve?

FR: Scrivo da quando avevo sedici anni, scrivo perché è la mia vita, scrivo per essere la voce di un popolo che soffre nell’indifferenza di altri popoli, scrivo per lasciare traccia della storia che spesso passa nell’invisibilità degli occhi umani.

LB: Oggi tu vivi a Pordenone. In qualche modo le montagne friulane ti ricordano casa?

FR: L’Hindu Kush, le montagne di Kabul dove sono nato, sono montagne alte, aspre, brulle che esprimono sofferenza per il sangue versato da centinaia di migliaia di afghani e dai milioni di piedi che ci hanno camminato sopra. Quelle del Friuli sono più basse, verdi e accoglienti, pur avendo offerto la propria terra come casa perenne per tantissimi soldati che hanno difeso con la propria vita la pace e i confini di questa regione. Le montagne simboleggiano la vita, in ogni luogo ci si trovi, rappresentano la fatica dell’affrontare e scalare le difficoltà che ogni giorno porta con sé, ma rappresentano altresì la bellezza di scoprire cosa c’è dopo, di respirare aria pulita che appartiene a ogni nuova esperienza.

L’Hindu-Kush
(Foto Valerii_M)

LB: In Italia ti sei sentito accolto?

FR: Da quando sono arrivato mi sono sentito accolto: dai luoghi ricchi di storia, di architettura antica, di letteratura e di una bellezza sconvolgente, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Cagliari… sono uniche al mondo, così come la pedemontana pordenonese, i piccoli laghi alpini, le spiagge e le coste a picco sul mare, i piccoli borghi sui monti… tutto parla dell’uomo che è passato, è presente e accoglie. Ma anche le persone mi hanno accolto, sia a Pordenone dove vivo, che in tante altre parti di questo meraviglioso Paese. Cercavo libertà e l’ho trovata, cercavo pace e l’ho trovata, cercavo cultura e l’ho trovata, cercavo una speranza per il mio domani e l’ho trovata. Sicuramente alcuni aspetti dell’accoglienza e dell’approccio migratorio possono essere migliorati, ma io sento davvero gratitudine e rispetto per l’Italia.

LB: Avrai parenti e amici che sono rimasti in Afghanistan. Com’è la situazione oggi?

FR: Quando si lascia la propria casa per un viaggio come il mio, si è costretti a lasciare tutto alle spalle, situazioni difficili e anche relazioni affettive. La situazione di quando sono partito non è migliorata, anzi continua a rispecchiare tanta miseria e povertà per milioni di persone, soprattutto per i minori e le donne, che sono le vittime più numerose. La guerra colpisce maggiormente i più deboli, i più indifesi, creando e aumentando situazioni già precarie. I servizi sociali, quali l’energia elettrica, i trasporti, quelli sanitari, per gran parte della popolazione sono inesistenti, o concessi a intermittenza. La sicurezza non è garantita e nemmeno il lavoro. L’istruzione è soltanto per pochi, troppo pochi perché un paese in queste condizioni possa rialzarsi. E così i giovani scappano, o provano ad andarsene in tutti i modi, sebbene la chiusura delle frontiere da parte dei paesi vicini siano un forte deterrente.

LB: Cosa pensi dell’epilogo della guerra, dell’abbandono degli Stati Uniti dopo vent’anni e della salita al potere dei Talebani?

FR: La guerra in Afghanistan sembra non finire mai, è difficile dire che sia finita, anche se in cuor mio spero che sia così. Da tempo tutto il mondo era a conoscenza del ritiro delle truppe statunitensi e non solo, anche se abbiamo avuto la percezione che sia successo tutto in un istante. Probabilmente esistevano accordi in tal senso col governo afghano, che però non è riuscito ad affrontare con responsabilità una situazione che si è aggrovigliata in poco tempo. Spero che i Paesi che hanno sostenuto l’Afghanistan in questi anni con aiuti economici, con la realizzazione di innovativi progetti di cooperazione internazionale e altro, continuino a sostenerlo, che non ci lascino soli.

Rifugiati dopo la presa del potere da parte dei Talebani
(Foto Trent Inness)

LB: Come stanno vivendo gli afghani il ritorno dei Talebani?

FR: L’esperienza di aver già vissuto con un governo di formazione talebana fa riaffiorare nella popolazione il timore di un tempo buio per la cultura, di assenza di libertà, di impedimento all’istruzione per le donne, della distruzione di opere uniche al mondo come i Buddha (si riferisce ai Buddha di Bayman, ndr); è come camminare all’indietro, perdendo quel po’ di fiducia e di speranza faticosamente conquistate giorno dopo giorno. Non interessa chi è al potere ma si ritiene importante che ci sia maggior attenzione per la gente che soffre, che non ha cibo, casa, lavoro, che è ammalata, più impegno per ricostruire un paese distrutto che ha bisogno di tutto, soprattutto di scuole, di ospedali, di strade…

LB: Cosa speri per il futuro del tuo Paese?

FR: Che possa rinascere insieme al suo popolo, e lo potrà fare soltanto se la mano del mondo intero non lo lascerà solo. È necessario uno sforzo di tutti, per costruire scuole, dare istruzione a tutti, promuovere cultura, riconoscere i diritti delle donne, creare lavoro, ridurre la povertà, un approccio con la tecnologia e un sistema di reti stradali per un trasporto più veloce e moderno, una cultura della pace… Non si potrà conoscere la pace finché le armi prendono il posto del cibo e delle medicine. Spero che la comunità internazionale resti ad investire sul nostro futuro, con progetti umanitari perché sarà il futuro di tutta l’umanità.

Cantava Ivano Fossati: “Se non c’è strada dentro il cuore degli altri / Prima o poi si traccerà”. Auguri Fawad. Auguri bellissimo, disperato Afghanistan.

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