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Vera Gheno. Piccola guida per non essere dei disagiati della comunicazione

Articolo. Da “Italiano questo sconosciuto” a “Grammarnazi”, in mezzo si trova il “Grammamante”. Come la sociolinguista ospite il 7 agosto a Voci a Palazzo a Sovere si definisce, per il suo grande amore per l’italiano: una lingua sempre in evoluzione, che sta già facendo i conti con una società che si muove tra inclusività, differenze, disinformazione e leoni da tastiera.

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Se si dovesse definire la relazione tra gli italiani e la loro lingua Vera Gheno, non ha dubbi: secondo Facebook sarebbe “It’s complicated”, una relazione non risolta e non ben definita. Diversamente da quella che ha la sociolinguista, impegnata in un’opera di divulgazione che è una dichiarazione d’amore per la lingua italiana, per le sue possibilità e per le sue evoluzioni, on e offline. “Grammamante” si definisce sui social Vera Gheno, docente all’Università di Firenze, attivissima nel dibattito sulla comunicazione digitale e sull’italiano contemporaneo, contro il sessismo veicolato dalle parole e a favore di una lingua più inclusiva.“Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi)”,“Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello” e“Prima l’italiano. Come scrivere bene, parlare meglio e non fare brutte figure”sono alcuni dei suoi saggi, a cui si aggiunge “Potere alle parole, perché usarle meglio”, il libro che Vera Gheno presenterà sabato 7 agosto alle 21 a Palazzo Venturi a Sovere in dialogo con Alessandro Mantovani (tutto esaurito).

“Ognuno di noi è le parole che sceglie: conoscerne il significato e saperle usare nel modo giusto e al momento giusto ci dà un potere enorme, forse il più grande di tutti” scrive la sociolinguista, convinta che il nostro cattivo rapporto con la lingua sia un’opportunità persa. “Le persone in generale non hanno modo di coltivare una relazione non scolastica con l’italiano: il risultato è la convinzione che questa lingua sia fredda, poco amichevole. In realtà limitarsi a studiarla è come fare scuola guida, ma non guidare mai”.

SV: Come è nata la tua relazione con la lingua italiana, una passione tale da diventare oggetto della tua attività professionale?

VG: Il mio amore per l’italiano, più che dallo studio, nasce dall’infanzia e dall’adolescenza, durante le quali ho letto veramente tanto e di tutto. Sono cresciuta in casa dove c’erano molti libri e i miei non avevano una televisione, cosa che apre molti spazi per la lettura. Tutto questo mi ha fatto rendere conto di quante cose si potessero fare con le parole. Mio padre mi leggeva Asterix facendo le voci dei protagonisti e io stessa sono stata una grande lettrice di fantasy e fantascienza: da Lo Hobbit di Tolkien, al Signore degli Anelli, a Jules Verne: ho amato tanto il suo Ventimila leghe sotto i mari da ragazzina. Tra i miei preferiti più avanti ci sono stati Murakami, Gibson e tanti altri tipi di testi, come i fumetti di Neil Gaiman.

SV: Hai definito la relazione degli italiani con la lingua “complicata”. Da dove deriva questo problema?

VG: Dalla nostra storia: l’italiano fino agli anni Sessanta è stato una lingua letteraria e gli italiani parlavano solo lingue areali, sarebbe sbagliato chiamarli dialetti, quando si tratta di varietà sorelle, che han fatto meno fortuna di quella che poi si è diffusa. Solo sessant’anni fa abbiamo cominciato a parlare italiano, è una relazione giovane quella che abbiamo con la lingua e questo la rende “non risolta”, inoltre siamo straniti all’idea che l’italiano possa cambiare e facciamo molta resistenza: ci è difficile concepire l’adozione di parole nuove. C’è la convinzione molto diffusa ma sbagliata che l’italiano abbia tutti i termini che servono, ma evolvendosi il contesto cambiano anche le necessità linguistiche. Un dizionario non è mai potenzialmente completo, ma le parole devono sottostare a un processo di accettazione vero e proprio prima di essere riconosciute.

SV: Cosa intende per processo di accettazione?

VG: Le parole diventano “a pieno titolo” parte dell’italiano per vie diversissime: ci sono i gerghi delle sottoculture o del mondo underground che necessitano di parole specifiche, che rispecchino l’atto identitario dell’appartenenza e allo stesso tempo escludano chi non fa parte di quel gruppo. Penso al lessico dei gamer, i giovani che giocano online. In questo caso le parole restano più sommerse e patrimonio di chi frequenta quegli ambiti, ma ci sono anche altri casi in cui alcuni termini fanno carriera, come “umarell”, parola bolognese utilizzata per indicare gli anziani che guardano i cantieri, o ancora interi ambiti settoriali come quelli legati alla medicina, che in pandemia sono diventati patrimonio comune: chi sapeva cosa fosse la zoonosi, la proteina Spike o l’anosmia prima che arrivasse il Covid?

SV: Parlando sempre di pandemia, il dibattito sui vaccini e sul Green Pass (non solo) sui social è totalmente sfuggito di mano e ci sono stati commenti molto pesanti anche sulle pagine di istituzioni culturali come quella del Museo Egizio di Torino, in cui le persone hanno commentato con livore e odio. Tu che hai partecipato alla stesura del Manifesto della Comunicazione non ostile, come inquadri questi fatti?

VG: Non bisogna pensare a quello che è successo sui social in questi casi come esempio eccezionale. Purtroppo qualsiasi sia l’argomento di discussione nel nostro paese si ricrea una polarizzazione e quindi uno scontro. Abbiamo un problema di argomentazione in Italia: da 40 anni le tribune televisive sono organizzate così, solo con opinioni pro e contro. Questo genera una calcificazione della forma mentale, che porta le persone a schierarsi e non confrontarsi, inoltre nessuno ci ha preparati a un contesto di discussione come quello dei social. Purtroppo l’argomentazione non si insegna a scuola, anche se in alcune realtà si sta introducendo il dibattito a squadre, un ottimo esercizio, che fino ad ora hanno praticato forse solo gli avvocati. I social hanno solo reso tutto questo più evidente, compresa la nostra tendenza a improvvisarci esperti virologi o costituzionalisti, quando invece dovremmo coltivare l’importanza del dubbio e quel famoso sapere di non sapere: non basta gugolare per conoscere.

SV: A questo si aggiunge un altro problema, l’analfabetismo funzionale. Non capiamo quello che leggiamo. Secondo l’Istituto Cattaneo che studia la società italiana nel contesto europeo «più di sette italiani su dieci sono analfabeti funzionali o hanno capacità cognitive e di elaborazione minime». Cosa si può fare a riguardo?

VG: Analfabetismo funzionale significa anche non riuscire a capire cosa dice un referto medico oppure un contratto. La scuola in questo senso ha una grande responsabilità: non può più limitarsi a insegnare a leggere, scrivere e far di conto, ma anche trasmettere come si comunica. Il linguista Tullio De Mauro si batteva per educazione linguistica democratica e io sostengo questa linea. Dobbiamo imparare come si legge una multa, come rivolgerci alle persone in base a quello che succede e tutto questo va interiorizzato in tenera età se non vogliamo avere generazioni di disagiati della comunicazione.

SV: Tra l’italiano che si studia e quello che si parla ci sono numerosi scollamenti. Lei ha parlato di lingua ingessata e lingua scialla… cosa intende?

VG: Negli anni Ottanta diversi linguisti si sono resi conto che c’era una grammatica che si usava nel quotidiano, diversa da quella imparata a scuola, un italiano neostandard. “Ci si beve un caffè”, “Non c’è niente che ho bisogno”, “Se lo sapevo non venivo”. Pensiamo che questi siano errori, ma non lo sono, sono la lingua che parliamo tutti i giorni e dobbiamo solo a capire che italiano adottare in base al contesto. Il modo in cui scriviamo un curriculum sarà diverso da come parliamo con gli amici davanti a una pizza, che non è sbagliato, ma solo meno ingessato.

SV: L’italiano, come tutte le lingue è in continua evoluzione e sperimentazione. In questo senso da tempo ha proposto l’uso dello Schwa, la “e” ribaltata, una terza forma neutra in opposizione al maschile utilizzato per indicare entrambi i generi, compreso quello neutro…

VG: In realtà tutto è nato da una riflessione sullo Schwa contenuta nel libro “Femminili singolari”, in relazione al libro “Feminismo em comun”, tradotto in italiano con “Il contrario della solitudine”. In questo volume si utilizzavano i termini “todos”, “todas” e “todes” come forma inclusiva: “tutti”, “tutte” e una terza forma che non aveva corrispondenza in italiano. Per riportarla nella nostra lingua si era deciso per lo Schwa “ə” in traduzione. Stavo raccontando questa cosa e da qui è partito tutto. Purtroppo però lo Schwa è stato recepito in modo distorto, come se si volessero abolire le desinenze e il dibattito è risultato molto polarizzato. Da linguista poi mi sono messa a studiare la questione: dal recente Schwa, all’uso dell’asterisco, alla x, alla chiocciola, tutti esperimenti che segnalano un problema linguistico inedito, dato dal fatto che esistono persone che non si riconoscono nel maschile o nel femminile o che il maschile sovraesteso non funziona più in una società che rincorre una maggiore parità tra i generi e le diversità. In questo senso la lingua non fa altro che riflettere un cambiamento di mentalità, non credo che la scelta linguistica vada intesa come una soluzione, ma come sintomo di qualcosa. Utilizzare lo Schwa è un posizionamento, è come scegliere di mettere un badge, un nastrino per segnalare la sensibilità alla lotta all’AIDS, come si faceva tempo fa.

SV: Quali sono le sfide che aspettano l’italiano nei prossimi anni?

VG: Secondo me le vediamo già adesso: stiamo andando in società di convivenza delle differenze. Come dice Fabrizio Acanfora: “non consideriamo la diversità un peso, ma un pregio”. È importante rapportarsi con le diversità in una società come la nostra, non possiamo più fingere che le cose siano diverse. Una società più equa passa anche dalle parole che utilizziamo per definirla.

La serata di Voci a Palazzo in cui sarà ospite Vera Gheno è al completo. L’ingresso sarà consentito esclusivamente con Green Pass e mascherina.

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