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«Diciotto castagne» di Mario Curnis, miseria e nobiltà di un uomo di montagna

Articolo. Considerato fra i più forti scalatori italiani, Mario Curnis nel corso della sua lunga attività ha conosciuto il meglio di un secolo di alpinismo, legandosi, fra gli altri, a Riccardo Cassin, Walter Bonatti, Reinhold Messner e Simone Moro. Il libro, uscito quest’anno, è una sorta di testamento spirituale in cui emergono i valori che da sempre lo hanno accompagnato: integrità, solidarietà, anticonformismo, rispetto per la montagna e desiderio di libertà

Lettura 6 min.
Mario Curnis

Ma «Diciotto castagne», attraverso flashback e aneddoti, è anche un racconto sul senso perduto e ritrovato da parte di un uomo pragmatico e schietto, la storia di un cerchio che si chiude e che svela cosa veramente conti nella vita.

La vita è un lento procedere verso casa. Ce lo insegna Novalis, con quella formidabile opera, l’«Enrico di Ofterdingen», che è caposaldo del Primo romanticismo tedesco. Con le dovute proporzioni, nel libro di Mario Curnis, «Diciotto castagne» (Rizzoli, 2022), pare riecheggiare questa idea e, in particolare, la convinzione che l’uomo sia fatto per abitare e prendersi cura del creato, perché esso è la sua casa naturale. Una certezza, per Curnis, incarnata dal suo amore per la montagna, allegoria dell’esistenza certo, ma soprattutto indissolubile inno alla libertà, confine fisico e simbolico fra lui (e quelli come lui) e la società contemporanea che, sempre più stordita dalle conquiste del progresso moderno, ha perso la via di casa, dimenticandosi, per l’appunto, cosa davvero significhi abitare il mondo.

Miseria e rivalsa

Nato a Nembro nel 1936 (settimo di otto figli), Mario Curnis passa un’infanzia segnata dalla povertà. È proprio questo contesto difficile, caratterizzato da fame e privazioni, a temprare il suo carattere e a dargli quella forza e quella resistenza che gli permetteranno di portare a termine diverse imprese, fra cui la scalata del Monte Bianco e delle Ande, senza dimenticare ovviamente la conquista dell’Everest (effettuata nel 2002, a sessantasei anni).

«Il cibo, ecco: la mia infanzia è stata soprattutto miseria e fame, una fame disperata e assoluta. Una delle immagini più dolorose di quegli anni è quella di mio padre, a tavola, che mangia la sua zuppa mentre noi figli, che abbiamo già divorato la nostra razione, stiamo lì a fissarlo. Anche lui ci guarda, poi spinge verso di noi la sua scodella mezza piena, perché la vista dei suoi ragazzi affamati gli chiude la gola […]».

Ma è l’insofferenza per le convenzioni sociali e l’autorità costituita (soprattutto quella clericale), unita all’arrivo del primo lavoro (da principio come muratore, poi come impresario) ad avvicinare Curnis alla montagna (e all’arrampicata) in modo maturo. «Capivo che la gente accettava regole, compiti e gerarchie che a me parevano inutili […]. Anche per questo credo di essere andato poi verso la montagna: per dimostrare qualcosa a me e a loro, per sfogare la forza e la rabbia che provavo. Ma prima cominciai a lavorare, e questo cambiò molte cose».

Il lavoro dà a Curnis un certo agio per coltivare la propria passione. Una passione che si nutre di incontri importanti, come quello con l’alpinista Leone Pellicioli: «Di me intuì che avevo la spinta giusta, e un giorno mi invitò ad andare in Cornagera con lui […] e quando mi legò alla sua corda e mi fece provare a arrampicare capii quanto la cosa mi riuscisse naturale. D’altra parte era da tanto, ormai, che facevo “arrampicata” sui ponteggi dei cantieri…».

La montagna, libertà e solitudine

È l’inizio di un grande amore segnato dal battesimo del fuoco avvenuto nel 1955, quando Walter Bonatti, Carlo Mauri e Riccardo Cassin invitano Curnis ad arrampicare in cordata con loro, ai torrioni Magnaghi. Per Curnis è un’epifania, grazie alla quale comprende come la montagna incarni per lui una dimensione altra, di libertà assoluta, nonché la possibilità di lasciarsi alle spalle il passato, le ingiustizie, la sofferenza, facendo e pensando quel che vuole, senza dover rendere conto delle proprie scelte a nessuno.

«A darmi forza non era solo il cibo, che finalmente ora non mancava, ma anche l’aver trovato una passione, e con essa la voglia di vivere e di imparare. La mia fame era diventata fame di vita. Avevo capito che la libertà che cercavo era in montagna». La montagna, per Curnis, è orgoglio, fantasia e ricerca. Ed è proprio questa insaziabile ricerca che porta l’alpinista a divorare spazi e pareti rocciose, a compiere le prime imprese come, per esempio, quelle del Gottardo e dell’Adamello, del Cervino e delle Dolomiti. Spedizioni non esenti dal rischio del fallimento e della delusione, come quella bruciante di Everest 1973. Ma la montagna è anche solitudine e, a volte, morte. «La montagna non ha intenzionalità, non è lei che ti uccide. Però ha una sua vita e questo lo senti; anche dove ci sono solo rocce percepisci l’eternità. Dentro a quell’infinito ci sei anche tu, e sei irrilevante. Lei sta lì, sei tu che vai a disturbarla, quindi sei tu che devi sapere quel che può capitare e devi chiederti: sono in grado di andare incontro a un gigante? Prima di affrontare la montagna devi affrontare te stesso».

Simone Moro e Mario Curnis (foto Klaus Dell’Orto)

Non è tanto la tecnica che salva ma l’autocontrollo e la concentrazione. Una concentrazione totale, che può essere scambiata per cinismo e che prescinde anche da legami e affetti: «[…] devi saper dimenticare tutto il resto, devi concentrarti sul qui e ora». E tutto significa tutto, anche la moglie Rosanna (sposata nel 1970), presenza discreta e, allo stesso tempo, fondamentale nella vita dell’alpinista bergamasco. Ma se la famiglia può essere, per qualche tempo, dimenticata, è difficile non fare i conti con il senso di finitezza e la paura di morire (come quella provata nel 1981, sul Makalu): sentimenti che aprono gli occhi sull’essenziale. Un essenziale che dà molto da pensare a Curnis e che scopre fra gli indigenti del Nepal: «[…] pur non possedendo niente, quelle persone sembravano felici, mentre noi avevamo tutto e sembravamo scontenti. Avevano una luce negli occhi, parevano andare d’accordo con la loro vita».

Eppure, questa filosofia della sobrietà (che Curnis e sua moglie Rosanna sposano appieno) e la gioia data dalle scalate (la più significativa nel 2002, quando Curnis raggiunge con Moro la vetta dell’Everest) non sono sufficienti a renderlo immune dalla depressione. Il male oscuro lo colpisce nel 2010, a seguito di un fallimento in cui perde l’azienda e tutti i beni di proprietà.

Mario Curnis

«Non si può sapere che cosa significhi, se non lo si è vissuto: al mattino hai tutto, la sera non hai più nulla. Ci tolsero qualunque cosa […]. Nessuno di noi poteva possedere più nulla, nemmeno tenere aperto un conto. Per lo Stato chi fallisce non esiste più, ti demoliscono, non sei più nulla, rimane un nome […]. L’ingiustizia subita e il senso di impotenza mi facevano impazzire. Ero pronto a uccidere, a farla pagare a chi mi aveva fatto del male […]. Ma non potevo fare niente, non potevo lavorare e nemmeno combattere… Entrai in depressione». Non solo la depressione si accanisce contro Curnis, ma anche un tumore maligno. Un binomio impietoso, una tempesta perfetta che lo scoraggia come non mai. Curnis una sera, nel mentre di un momento di particolare tristezza, pensa di farla finita.

La natura come cura

Ma «lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva», recita un verso di Hölderlin e, ancora una volta, la montagna torna a essere, per lui, fautrice di senso. «Mio cognato […] doveva amministrare una stalla e un gregge di cento capre in un pascolo sopra Rovetta […] e mi offrii di pensarci io, andando ogni giorno avanti e indietro da San Vito a Rovetta […]. Non avevo esperienza di allevamento, non sapevo nulla di capre, niente di niente. Meglio così, avrei imparato e mi sarei distratto».

Curnis si prende cura delle capre per un anno. Quel lavoro così in sintonia con i ritmi della natura e a così stretto contatto con il mondo animale diviene balsamo per la sua anima, permettendogli di recuperare il senso della vita. «“Ma in fin dei conti”, cominciai a pensare “mi hanno portato via solo la materia. Che cosa mi manca? Mia moglie c’è. Le capre mi fanno festa, nascono le caprette” […]. Sentivo che il mio spirito si stava riprendendo, che la voglia di vivere era più forte di tutto e aveva solo bisogno di tempo, di spazio e di silenzio per riemergere».

Tornare a casa

Curnis riuscirà a emergere dalla depressione (e a vincere anche il tumore) e questa esperienza di caduta e risalita sarà per lui la lezione più grande che gli permetterà di comprendere ciò che conta davvero nella vita: «[…] per ritrovare qualcosa di quel che noi uomini abbiamo perduto, dobbiamo essere disposti a privarci un po’ di ciò che abbiamo accumulato: artifici, pigrizie, accessori. Questo non è l’elogio della povertà, ma una diversa idea di ricchezza». Ma anche di concepire la montagna attraverso un’altra prospettiva: non come una sfida da superare ma, più semplicemente, un elemento all’interno di un mondo più vasto da ascoltare e di cui prendersi cura.

È il suo abitare in una baita lontana da tutto che, oggi, testimonia questo suo credo: «Io non riconosco più molto i miei simili, è vero; ma loro non riconoscono più la natura, e questo mi sembra più grave del mio eremitaggio. Ci siamo dimenticati come si abita il mondo. Bisogna tornare a casa». Un ammonimento che cela un ideale di felicità che nulla ha a che vedere con l’avidità e la frenesia della società moderna, ma, piuttosto, con la semplicità e l’umiltà delle castagne.

Spinose fuori e generose al loro interno. Le stesse castagne che durante tutta l’infanzia e la giovinezza furono il solo pane di Curnis. Quelle rubate nei boschi, ma anche quelle che sua madre, affettuosamente, gli metteva nella sacchetta del pranzo. Un frutto che si fa memoria e che, come un aratro, delinea un solco fra ciò che è futile (e destinato a scomparire) e ciò che, resistendo al tempo, rimane.

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