Ci sono percorsi musicali che sembrano disegnati in anticipo, lineari, quasi inevitabili. E poi ce ne sono altri che si costruiscono strada facendo, tra deviazioni improvvise, incontri fortuiti e momenti in cui qualcosa scatta all’improvviso. Il cammino della violinista e performer Anaïs Drago appartiene decisamente a questa seconda categoria: una traiettoria fatta di curiosità, di intuizioni e di quella spinta sottile che accompagna la scoperta. Sabato 21 marzo alle 11, per la sezione «Jazz in città» di «Bergamo Jazz Festival», Anaïs Drago porterà il progetto «Relevé» all’Accademia Carrara. Il concerto fa parte delle iniziative che il festival dedica agli spazi culturali della città e vedrà sul palco, insieme alla violinista, il clarinettista Federico Calcagno e il batterista e percussionista Max Trabucco.
Per chi segue il jazz italiano degli ultimi anni, Anaïs Drago, vincitrice del «Top jazz 2022», è un talento difficile da incasellare: violinista di formazione classica, improvvisatrice radicale, compositrice, performer capace di muoversi tra jazz, elettronica e teatro musicale. Prima classificata al «Seifert Competition 2024», concorso internazionale per strumentisti ad arco nel jazz, e «Premio SIAE 2022», dal 2023 il suo nome appare regolarmente nel referendum annuale della rivista newyorkese Downbeat nella sezione «rising stars – violin section». Il suo è un percorso che però non nasce da una scelta programmatica, quanto piuttosto da una serie di incontri inattesi e da una curiosità quasi ostinata.
Nata a Biella nel 1993, Drago arriva alla musica attraverso una formazione classica rigorosa. Il violino è lo strumento che la accompagna fin dall’inizio, con il bagaglio di disciplina e precisione che la tradizione richiede. Ma già negli anni del liceo qualcosa inizia a incrinare quella linearità apparente. «È difficile individuare una motivazione unica. Molto è nato da occasioni casuali», racconta la violinista. Una di queste avviene quasi per gioco, in adolescenza: una festa organizzata dalla scuola in cui si ritrova a suonare musica folk irlandese insieme a un chitarrista incontrato sul momento. «Non avevo mai fatto musica folk in vita mia», ricorda. «Ma ho pensato: proviamo». È il primo piccolo spostamento di prospettiva.
Il vero punto di svolta arriva poco più tardi, subito dopo il diploma in violino classico. Le viene proposto di suonare uno standard jazz. Lei esegue il tema con sicurezza, poi si ferma, convinta che il brano sia concluso. «E invece mi hanno detto: “Adesso improvvisa”. Io sono rimasta spiazzata». La richiesta inattesa si trasforma in una sorta di scossa interiore. «In quel momento avevo appena finito gli studi e pensavo di avere già una formazione piuttosto completa. Scoprire che esisteva un universo musicale di cui non sapevo assolutamente nulla è stato uno shock». Non tanto una crisi, quanto una presa di coscienza. «Mi sono detta: come puoi pensare di essere una musicista completa se non conosci questa cosa?». Da lì, nasce una curiosità quasi ostinata che cambierà direzione al suo percorso.
Fino a quel momento, riferisce Anaïs, non aveva nemmeno immaginato davvero di fare la musicista di professione. Anche per una ragione personale: la sorella maggiore è violinista classica in orchestra, e il rischio di seguire lo stesso percorso sembrava troppo evidente. L’incontro con il jazz apre invece una terza via possibile. Drago comincia a studiare, inizialmente in modo molto autonomo, esplorando linguaggi e repertori lontani dalla formazione accademica. Solo in seguito arriverà anche il percorso di studi in arrangiamento e composizione jazz, culminato con una tesi dedicata a Frank Zappa, un’altra scoperta arrivata quasi per caso. «Ho ascoltato un brano e ho pensato: cos’è questa cosa? Era qualcosa di completamente nuovo per me. Ho sentito subito il bisogno di capirla».
In questa traiettoria fatta di scoperte successive, l’improvvisazione diventa progressivamente il centro del suo linguaggio musicale. All’inizio, come accade spesso a chi proviene dalla musica classica, il confronto con lo spazio vuoto della pagina senza spartito genera quasi un senso di vertigine. «C’è proprio un horror vacui», spiega. «Se non hai nulla di scritto davanti, ti chiedi: cosa suono?». Col tempo, però, la prospettiva si capovolge. Oggi è quasi il contrario: la libertà dell’improvvisazione è diventata il suo territorio più naturale. «Adesso la mia comfort zone è non avere uno spartito. A volte addirittura non avere nemmeno un canovaccio». Quando suona senza una struttura rigida, racconta, entra in gioco una dimensione più fisica e intuitiva. «È qualcosa di molto irrazionale, che governa tutto».
Questa tensione verso l’apertura e l’esplorazione attraversa anche i suoi progetti artistici, spesso poco riconducibili a una sola definizione. Jazz, improvvisazione, elettronica, teatro musicale: mondi diversi, che nel suo lavoro non restano compartimenti separati, ma si contaminano continuamente. «Non ho mai cercato di fare qualcosa solo per il gusto di essere “strana”», precisa. «Il motore è sempre stato la curiosità». Per spiegare questa attitudine l’artista cita Franco Battiato. In uno spettacolo dedicato all’artista siciliano, a cui sta lavorando in questo periodo, emerge l’idea del “tradimento” artistico. Battiato, nel corso della sua carriera, ha cambiato più volte direzione, passando dalla sperimentazione radicale al pop, dalla musica colta alla canzone. «Molti fan si sono sentiti traditi da questi cambiamenti», osserva Drago. «Ma in realtà sono tutte facce della stessa persona». Una riflessione che sente vicina alla propria esperienza: «Capita che chi mi ascolta in un contesto rimanga spiazzato nel sentirmi in un altro completamente diverso. Ma per me sono tutte sfaccettature dello stesso solido».
Questa ricerca di equilibrio tra stabilità e movimento è al centro anche di «Relevé», il progetto che porterà sul palco di «Bergamo Jazz Festival». Il trio – completato da Federico Calcagno e Max Trabucco – nasce dopo un lungo periodo in cui Drago si è dedicata soprattutto al lavoro in solo, un’esperienza intensa e introspettiva. Con «Relevé» il desiderio è tornare a una dimensione più dinamica e relazionale. Anche la formazione strumentale è insolita: manca sia uno strumento armonico tradizionale come pianoforte o chitarra, sia un vero strumento di basso. Un’assenza che crea un assetto volutamente instabile. «È una formazione che già nell’organico suggerisce una certa precarietà», precisa ancora Drago.
Il titolo arriva dal lessico del balletto classico: il relevé è il movimento con cui il danzatore si solleva sulle punte. Una posizione apparentemente statica, quasi una posa, che in realtà richiede un continuo lavoro di tensione e di equilibrio per contrastare la forza di gravità. «Mi piace pensarlo come qualcosa di “instabilmente ballabile”», dice la violinista. «C’è una dimensione di movimento, ma anche una costante ricerca di equilibrio». È proprio in questa zona di instabilità che la musica del trio prende forma: un dialogo aperto in cui le identità sonore dei tre musicisti si incontrano, si intrecciano e a volte si scontrano. Un processo che nasce anche da un rapporto umano consolidato nel tempo. «Li ho conosciuti più di sei anni fa, nell’Orchestra Nazionale Jazz dei Conservatori diretta da Paolo Damiani. È raro incontrare musicisti con cui si crea un’intesa così profonda ». Sul palco, quell’intesa diventa un continuo riequilibrarsi: esperienze diverse, gusti differenti e sensibilità che si confrontano in tempo reale. «È bellissimo quando queste differenze emergono», conclude. «Perché è proprio lì che la musica continua a muoversi ».
