Non è musica che si lascia addomesticare, né tantomeno ridurre a coordinate familiari o a categorie rassicuranti. Il lavoro di Dalila Kayros si muove in una zona più ambigua e fertile in cui la voce si trasforma in una materia viva, instabile, attraversata da tensioni che la portano a deformarsi, incrinarsi, espandersi. È un processo che non anela l’equilibrio, ma piuttosto una continua ridefinizione del suono come esperienza fisica e percettiva.
Questo percorso si è costruito negli anni attraverso il dialogo con il compositore Danilo Casti, presenza determinante nella definizione di un linguaggio che intreccia elettronica, improvvisazione e ricerca performativa. Con «Khtonie», il suo ultimo album, questo lavoro comune raggiunge una forma più compatta e consapevole, senza perdere quella qualità mobile e irrequieta che lo caratterizza. Il disco si sviluppa attorno a un’idea di profondità che richiama la terra non in senso descrittivo, ma come dimensione originaria, stratificata, in continuo movimento. Non si tratta di evocare un immaginario arcaico in chiave nostalgica, ma di riattivarlo all’interno di una scrittura sonora contemporanea, dove la lingua sarda emerge e si dissolve all’interno di strutture elettroniche taglienti e imprevedibili. In questo contesto, la voce non si limita a guidare l’ascolto, ma lo attraversa e lo mette in crisi, passando da momenti di tensione estrema a zone più ipnotiche, senza mai fissarsi in una forma riconoscibile.
Ciò che rende «Khtonie» particolarmente interessante è proprio questa capacità di tenere insieme elementi differenti senza appiattirli: il richiamo a un sostrato culturale profondo convive con una ricerca sonora radicalmente contemporanea, mentre il rapporto tra corpo e tecnologia viene continuamente rilanciato. Ne emerge un paesaggio sonoro complesso, che non si offre immediatamente ma richiede un ascolto attivo, capace di seguire le sue trasformazioni.
È nella dimensione live che questo materiale trova la sua piena realizzazione. La componente performativa, che include il lavoro sul corpo, sul volto e sulla trasformazione visiva, è più di un elemento accessorio, ma diventa parte integrante del discorso artistico. Il concerto diventa così uno spazio in cui il suono prende forma davanti al pubblico, in un equilibrio dinamico tra struttura e apertura, tra controllo e abbandono. L’11 aprile, all’Ink Club di Bergamo, questo universo si tradurrà in un’esperienza che si distingue per intensità e coerenza. Ad aprire la serata sarà Luca Barachetti, con una performance alla carriola preparata tratta dal suo EP «Rilascio»: un intervento sonoro non convenzionale, che si inserisce con naturalezza in un contesto orientato a un ascolto più consapevole e meno prevedibile. In vista dell’appuntamento abbiamo intervistato Dalila Kayros.
CP: Come ti racconteresti a chi non ti conosce e ti viene ad ascoltare per la prima volta?
DK: È una domanda enorme, ma anche molto bella. Se dovessi rispondere in modo immediato, direi – anche un po’ per gioco – che sono una «suonatrice della voce». Mi piace questa definizione perché sposta l’attenzione dalla voce come semplice mezzo espressivo alla voce come strumento vero e proprio, qualcosa che si può esplorare, manipolare, attraversare. In realtà sono una cantante che nasce con l’idea di utilizzare la voce per sondare tutte le zone del proprio sistema interiore: le zone di luce, ma anche quelle d’ombra. Forse potrei dire della propria anima, anche se è una parola impegnativa. Quello che mi interessa è capire fin dove può arrivare una voce, cosa può contenere: dall’emozione più istintiva fino al pensiero più articolato. La mia ricerca è proprio questa: usare la voce come un mezzo per attraversare stati diversi, senza limitarla a una funzione narrativa o estetica. È quello a cui aspiro e che, in qualche modo, continuo a costruire nel mio lavoro.
CP: Il tuo ultimo album è stato descritto come la colonna sonora di un mondo post-apocalittico. Da dove nasce questo immaginario?
DK: Questo immaginario nasce sicuramente dal presente, ma non solo da ciò che stiamo vivendo negli ultimi anni. È piuttosto il risultato di un processo lungo, di tutto ciò che l’essere umano ha costruito nel tempo. Quello che percepisco è una profonda disconnessione: tra gli esseri umani, tra le persone e il mondo che le circonda, e anche tra l’essere umano e l’ambiente naturale. È come se si fosse interrotto un dialogo fondamentale. Per me questo disco rappresenta quasi un urlo, un segnale di emergenza da dare al presente. Non vuole essere una denuncia fine a se stessa, ma un invito a fermarsi e osservare in modo critico il mondo che stiamo costruendo. Ci sono immagini che ormai fanno parte della nostra quotidianità – come gli aerei militari sopra le nostre teste – che sono sintomi evidenti di questa frattura. L’idea del mondo post-apocalittico nasce però anche da un desiderio: quello di azzerare per poter ricominciare. Non in senso distruttivo, ma come possibilità. Se tutto venisse distrutto, mi piace pensare, e piace pensarlo anche a Danilo, che qualcosa possa comunque salvarsi. Da quel “qualcosa” si potrebbe ripartire, costruendo una nuova base, più armoniosa. Un modo diverso di stare al mondo, più in relazione con l’ambiente e con tutti gli esseri viventi. Quindi sì, c’è una visione critica, ma anche una tensione verso una possibilità di rinascita.
CP: Nel disco la tua voce perde il suo ruolo tradizionale e diventa materia sonora, a volte anche aspra, non “piacevole” nel senso classico. Quanto è importante per te liberarla da questa aspettativa?
DK: Per me è fondamentale. La voce, per come la intendo io, non deve rispondere a un’idea di piacevolezza o di correttezza formale. Deve essere, prima di tutto, un’espressione autentica dell’emozione che si sta vivendo in quel momento. Per questo nel disco lavoro su registri molto diversi: ogni brano ha un proprio stato emotivo e la voce si adatta, si trasforma di conseguenza. Non è una voce che racconta dall’esterno, come una voce narrante che deve essere sempre chiara, controllata, comprensibile. È una voce in prima persona, immersa nell’esperienza. Se l’emozione è forte, la voce può diventare aspra, può spezzarsi, può urlare. E quell’urlo non è un effetto, ma una necessità espressiva. Non avrebbe senso filtrarlo. Il modo in cui sono arrivata a questo tipo di vocalità è stato molto naturale. Partendo dall’idea di creare un canale diretto tra ciò che si prova e ciò che si emette come suono, è inevitabile che la voce perda una forma fissa. Diventa qualcosa di vivo, che cambia continuamente. È proprio questo il punto: lasciare che la voce segua l’esperienza, senza costringerla dentro un’estetica prestabilita.
CP: Quanto spazio lasci all’improvvisazione?
DK: Ogni disco a cui ho lavorato non è la ripetizione del precedente: non cerco di mantenere un timbro riconoscibile nel senso tradizionale. L’improvvisazione ha un ruolo centrale, soprattutto nei live. Noi portiamo nel live il disco «Khtonie» in modo abbastanza fedele, quindi esiste una struttura, qualcosa di stabile. Ci sono naturalmente delle micro-variazioni, perché il live è vivo, ma l’impianto resta. Poi però c’è uno spazio dedicato all’improvvisazione, che è influenzata da tutto: da quello che è successo prima del concerto, dal viaggio, dalle emozioni accumulate, da ciò che accade sul palco e anche dall’energia del pubblico. Tutti questi elementi creano un sistema in cui emerge qualcosa di unico, che esiste solo in quel momento. Mi piace pensare che quell’improvvisazione sia anche un momento di costruzione: qualcosa che nasce lì può diventare il punto di partenza per sviluppi futuri. È come se ogni trasformazione contenesse già la possibilità di una nuova forma stabile, che a sua volta verrà poi messa in discussione. È un processo continuo: tutto si crea, tutto si trasforma, nulla resta immobile.
CP: Parliamo di «Khtonie»: cosa significa e qual è il filo conduttore del disco?
DK: «Khtonie» deriva dal greco chthón, che significa terra, in particolare la terra intesa come profondità, come dimensione sotterranea. Nella mitologia, Chtonie è una divinità del sottosuolo, ma in una fase ancora primordiale, precedente all’incontro con il cielo, prima di ciò che poi diventerà Zeus. È quindi un’energia originaria, ancora in una fase embrionale, non ancora definita. Questo è il punto centrale del disco: lavorare su un’idea di origine, di possibilità non ancora compiuta. Tornare a un momento in cui la terra non era ancora strutturata secondo le logiche che conosciamo oggi. Nel mito, la terra emersa nasce da un’unione, un “matrimonio”, tra terra e cielo. Ma quello che ci siamo chiesti è: è possibile immaginare un’altra evoluzione? Possiamo pensare a una terra che si sviluppa senza quel vincolo, seguendo un proprio percorso? Il disco prova a esplorare questa possibilità. È un invito a ripensare la Terra, le modalità con cui organizziamo il mondo. I confini, per esempio, non devono essere necessariamente quelli imposti dall’essere umano: possono anche non esistere, o essere semplicemente quelli naturali. Il filo conduttore è proprio questo: immaginare una nuova possibilità di esistenza, più armoniosa, non fondata su strutture rigide o su logiche di divisione. Una trasformazione che parte da uno stato originario per generare qualcosa di diverso.
CP: Nei live c’è anche un forte aspetto performativo: il trucco, i colori, la trasformazione del corpo. Che significato ha?
DK: La figura che porto in scena — e che appare anche nella copertina del disco — è una trasformazione del volto e del corpo che richiama direttamente il mondo simbolico di Khtonie. Il sorriso che si vede è ispirato al “riso sardonico”, una maschera che nella tradizione aveva la funzione di scacciare i demoni prima della morte. Questo elemento è molto importante: se pensiamo a una fine — o a un’apocalisse — come a un passaggio necessario, allora prima bisogna liberarsi del superfluo. C’è quasi un gesto paradossale in questo: ridere di fronte alla fine. Ma è proprio questo che permette una trasformazione. I colori sono legati alla terra: il rosso delle argille, l’oro dei metalli, il nero del sottosuolo, della terra più profonda, fangosa. Con Sofia Usai abbiamo lavorato per costruire un’immagine che fosse a metà tra umano, animale e materia terrestre. Questa trasformazione non è solo estetica. Sul palco cerco di incarnarla anche attraverso il corpo, il movimento, la presenza. È un modo per rendere visibile e tangibile quell’energia sotterranea, primordiale, che è al centro del disco.
CP: Che esperienza vuoi far vivere a chi viene ad ascoltarti?
DK: Idealmente, mi piacerebbe che le persone arrivassero al concerto senza aspettative. Con un atteggiamento aperto, disponibile all’ascolto e al coinvolgimento. Non voglio guidare l’esperienza in modo rigido, né imporre un significato preciso. Ognuno può ricevere qualcosa di diverso, a seconda della propria sensibilità e del momento che sta vivendo. Se poi nasce un confronto dopo il concerto, uno scambio, quello è ancora più interessante. Ma il punto di partenza è proprio questo: entrare nello spazio del concerto in modo “nudo”, senza filtri.
CP: Il tuo messaggio sembra critico ma anche profondamente positivo.
DK: Sì, è così. Non si tratta di fermarsi a una visione negativa o apocalittica del presente, ma di usarla come punto di partenza per immaginare altro. Quello che mi interessa è invitare a guardare il mondo con occhi nuovi, a mettere in discussione i propri schemi, i propri pregiudizi, i propri limiti. Non per eliminarli in modo forzato, ma per riconoscerli e lasciarli andare. Questo vale anche nella musica: ascoltare senza aspettative, senza categorie rigide. Ma vale soprattutto nella vita. Superare i propri limiti, uscire da logiche individualistiche, può essere un passo fondamentale per costruire davvero un mondo diverso. Un mondo che non sia basato sulla separazione o sulla violenza, ma sull’accoglienza. In fondo, quello che cerco di fare con la musica: creare uno spazio simbolico in cui elementi diversi possano coesistere, incontrarsi, trasformarsi. Un modo per suggerire che un’altra realtà è possibile, più aperta, più fluida, più armoniosa.
