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Dentro la musica dei Northway, un viaggio attraverso le emozioni

Articolo. Entriamo in sala prove con la band che, tra Bergamo e Milano, fa dell’improvvisazione e dell’immersività la sua firma

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La band

Ci sono band che fanno del ritmo il proprio cavallo di battaglia e altre che puntano su un cantante carismatico o su una struttura fissa per i propri brani, in modo da rimanere impresse nella mente dei fan. Ma se l’obiettivo della musica non fosse questo? È la domanda che si sono posti i Northway, quartetto post rock nato nel 2014 a cavallo tra Bergamo e Milano che pone al centro dell’ascolto l’immersività sonora, ovvero il lavorare sul suono di chitarre, basso, batteria e basi elettroniche per avvolgere l’ascoltatore, “costringendolo” ad intraprendere un viaggio nelle sue sensazioni. Insomma, un genere musicale in cui l’ascolto smette di essere un’azione passiva e diventa anch’esso strumento creativo.

L’incontro con la band

Come accade quasi sempre negli ambienti underground, l’incontro con le band avviene in maniera quasi casuale, per passaparola o per conoscenze comuni. Nel caso dei Northway, mi sono avvicinato a loro grazie ad un articolo pubblicato negli scorsi mesi su Eppen, in cui annunciavo la pubblicazione dell’Ep «Impulse, Surrender!». Grazie alla pubblicazione del pezzo sui social, sono quindi entrato in contatto con il chitarrista Labo – diminutivo di Simone Laboccetta – con cui ho discusso di musica e frequentazioni comuni.

Incuriosito dallo stile musicale scelto dai Northway, ho chiesto di poter assistere alle prove e ci siamo dati appuntamento per le prove del lunedì. Ci ritroviamo quindi poco dopo cena in un parcheggio di Stezzano e condividiamo il viaggio in macchina fino a Pessano con Bornago (MI), luogo della sala prove. Durante il viaggio si parla ovviamente di musica, di concerti grandi e piccoli, del Sanremo appena terminato e dei tanti festival estivi a cui si vorrebbe partecipare. Arrivati sul posto, faccio la conoscenza del bassista Matteo Locatelli, il fondatore della band, del chitarrista Simone Pellegrino e del batterista, oltre che proprietario della sala, Giuseppe Brambilla.

L’ingresso nella sala prove e la questione mascherina

Una cosa che mi incuriosisce è che, prima di entrare nella sala prove, mi viene data una mascherina FPP2, per intenderci, come quelle che venivano usate durante la pandemia. Mi viene spiegato che la figlia di Matteo, l’anno scorso, ha combattuto contro la leucemia, una battaglia fortunatamente vinta ma che al momento presenta ancora immunodepressione, ovvero una risposta debole da parte del sistema immunitario della bambina contro gli agenti esterni. Per questo motivo, durante la permanenza in sala prove, tutti i membri della band indossano la mascherina, per poter permettere a Matteo di suonare senza il rischio di respirare batteri comuni che, una volta portati a casa, potrebbero mettere a rischio l’incolumità della figlia. Ovviamente accetto di buon grado di indossarla e, durante la fase di montaggio della strumentazione, scopro che la mascherina è diventata ormai parte delle esibizioni dal vivo.

Matteo la indossa durante l’intera esibizione e viene detto che per sapere il motivo basta chiedere al banchetto del merchandising. Qui, insieme a magliette, spille ed album, è possibile anche trovare i dati per una raccolta fondi creata da Matteo e dalla sua famiglia in favore della fondazione che ha reso possibili le cure.

L’inizio delle prove

Mi posiziono su un mobiletto alla destra dell’ingresso, in modo da lasciare più spazio possibile alla band. La sala non è piccola, ma è piena di strumentazione e ci sono due batterie completamente montate, questo perché Giuseppe insegna batteria, per cui durante il giorno quella saletta è in realtà un’aula di musica. Si comincia a suonare sperimentando delle variazioni su una traccia in costruzione.

La batteria porta un giro base in quattro quarti non indugiando sull’utilizzo del charleston. In sottofondo aleggia una base suonata con il synth. Si aggiunge poi il basso con un giro morbido, su cui le due chitarre a turno sperimentano con singole note o arpeggi, sempre mantenendo un clima onirico e con note lunghe che si perdono nel tempo. Il batterista comincia ad usare i tom (i tamburi cilindrici senza cordiera, ndr) per seguire il basso, abbandona i tocchi leggeri sul charleston, cominciando invece a calcare la mano sugli altri piatti. Il crescendo si trasforma in un cambio di stile totale, con Labo che inserisce la distorsione. Il tutto termina in una sequenza sonora piena, stratificata, che riempie totalmente la stanza per poi scomparire dopo l’ultima nota.

Il brano era quasi del tutto improvvisato su una struttura già usata dalla band, e l’obiettivo era quello di trovare uno stile definitivo per la traccia. Tutti si mettono a ridere quando scoprono che, al solito, nessuno aveva fatto partire la registrazione, come abbiamo già visto nei precedenti articoli della rubrica «Sala prove». Praticamente ogni band oggi si organizza per avere la possibilità di registrare in presa diretta le prove. Giuseppe mi spiega che la traccia non ha ancora uno stile definito, ma la band l’ha già eseguita dal vivo almeno due o tre volte improvvisando, per cui quello che avevo visto era l’ennesimo tentativo di decidersi su come eseguirla perché nessuno si ricorda mai come l’ha portata a termine la volta precedente.

Mi vengono portati birra e taralli, questi ultimi portati da Simone che mi ha rivelato di essere entrato nella band perché «non c’erano abbastanza pugliesi nella formazione». Le prove continuano e il tema della mancanza di memoria sui pezzi torna. Può sembrare un difetto, ma a ben pensarci se un gruppo totalmente strumentale decide di lavorare sulle emozioni del pubblico, è naturale che le tracce stesse vengano plasmate su misura per le singole serate. Se la musica deve essere un viaggio, è anche divertente decidere in autonomia la strada da percorrere. A tal proposito è Matteo a descrivermi le sue sensazioni sul palco. «Normalmente so sempre dove mi trovo. Quando sono sul palco però non penso a dove sono o cosa suono. Suono e basta. Per un’ora tu su quel palco non sei una persona, sei musica». Il resto della band annuisce e lì capisco che la sensazione è condivisa da tutti – onestamente anche io, da osservatore esterno – durante le prove mi sono ritrovato a vagare con la fantasia. Non per distrazione o noia, semplicemente il cervello stava seguendo la musica e si lasciava trascinare.

La fine delle prove

È lunedì, la giornata lavorativa è stata pesante. Le prove di conseguenza sono leggere. Si ride, si lanciano frecciatine e si discute. Mi ritrovo a parlare con la band sul concetto di fare rete tra artisti e sul come loro non vogliano prendere date in stile «serata musicale con pizza», preferendo i club musicali, cosa che però toglie loro molte possibilità di esibizione dato che gli eventi con cibo e musica dal vivo sembrano ormai andare per la maggiore. Mi raccontano delle loro esperienze a Torino e dei legami che hanno creato negli anni con altre realtà post rock italiane, mi parlano di come siano dispiaciuti di avere più date a Milano che a Bergamo, dato che la bergamasca è il luogo in cui teoricamente hanno più contatti. Insomma, nonostante cambino i gruppi e i generi, la fine delle prove è sempre un’occasione di confronto sulla realtà musicale locale.

Ci salutiamo in amicizia e i Northway mi regalano una copia di «Impulse, surrender!», proprio l’EP che mi ha permesso di entrare in contatto con loro. Non mi stancherò mai di dare questo consiglio: se una band underground vi piace, entrare in contatto con i musicisti permette di scoprire sfaccettature incredibili di canzoni che pensiamo di conoscere a memoria. L’opera d’arte è «solo» il prodotto finito, è l’intenzione dell’artista che l’ha generata a creare l’emozione.

Tutte le foto sono di Giulio Taminelli

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