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“Non vogliamo piacere a tutti, ma vogliamo piacere a te”: quattro chiacchiere sulla radio con Teo Mangione

Articolo. È il nuovo claim di Radio Alta. Da anni il direttore artistico di Radio Alta propone ad ascoltatori vecchi e nuovi “Musica Grande”. E non ha mai smesso di sognare di aprire un laboratorio di radio…

Lettura 6 min.

È sveglio dalle prime luci dell’alba ma ha ancora voglia di accogliermi in studio e condividere con me qualcosa di quel mondo che l’ha affascinato fin da ragazzo: un mondo imprevedibile, spettacolare, un amalgama perfetto di voce e musica, di forma e contenuto in uno spazio di pochi minuti.

(Mat)teo Mangione, voce storica ed instancabile direttore artistico e musicale di Radio Alta, porta cucita su di sé la definizione di dee-jay: il “disc jockey”, letteralmente “fantino del disco”. Cioè colui che sa dominare la musica, come il capitano di una nave condurla dove vuole sulle onde dell’etere; e poi spiegarla, renderla migliore e divertire l’ascoltatore. È anche colui che, nell’età del digitale e di Spotify, non rinuncia ad andare a caccia di novità, che sia un gruppo musicale in ascesa, o una canzone poco sentita.

Ho incontrato Teo in occasione del lancio del nuovo palinsesto di Radio Alta, un concentrato di programmi e voci diverse, come quella di Micaela Carrara, da vent’anni a Bergamo TV, e ora in radio con “Carrara… Che Sorpresa!”, oppure quella di Cristian Fulgosi, grande ritorno in radio con “Cosa Resterà”, un tuffo dinamico e ben ragionato negli anni ’80. E poi ancora, Davide Munari, Luciano Berry, musica house e musica funk. Per chi la radio ha ancora voglia di ascoltarla, e non solo di sentirla.

Come è cominciato tutto

Non c’è nostalgia negli occhi di Teo Mangione: solo la consapevolezza di una radio che cambia e di un ascoltatore che cambia insieme a lei. Voglio parlare con Teo del futuro della radio, ma per parlare di futuro non posso che partire dal passato.

Teo ricorda ancora l’anno della sua “folgorazione. “Era il 1974. Avevo dodici anni e un mio amico mi disse di ascoltare una radio in onde medie”, mi racconta. “Conta che io non sapevo neanche cosa fossero le onde medie. Andai ad acquistare questa radio e il mio amico mi dice ‘Sintonizzati sui 1440 kHz, c’è Radio Luxembourg”. Al Teo liceale si spalanca un mondo: musica inglese, dj inglesi, jingles mai sentiti. A Radio Luxembourg, prima cotta, segue Radio Milano International, che porta in Italia “i gruppi che qua non sapevi neanche chi fossero… artisti come Quincy Jones, i Jacksons, dove c’era anche Michael Jackson . Con Radio Luxembourg e Radio Milano International, l’oltreoceano diventa casa. Una sorta di Internet prima dei tempi. “Era l’accensione non solo su un modello musicale, ma anche radiofonico, su quello che era la costruzione della radio e quindi il jingle, il disco, il dj, la voce… tutto quello che accadeva in radio era un disegno, uno spettacolo. Era il concetto: non era solo il disco, ascoltavi un tutt’uno, un quadro, un film”.

All’adolescente innamorato della radio, l’ascolto comincia a non bastare più. Teo si propone a Radio Alta, che allora trasmette da Città Alta. Fa un provino che non passa. Troppo americano è la motivazione del rifiuto.

Con il disappunto del padre, che lo avrebbe voluto con la testa sui libri di scuola (di certo non nell’etere), Mangione si unisce a Blue Lake Sound, emittente nata da poco a Gaverina, in Val Cavallina. “Era una radio ancora troppo acerba. Io arrivavo già preparato, forte dei miei ascolti su Radio Luxembourg… fino a che diventai leader di quel gruppo. Lì capii che la radio era il mio mondo”. L’entusiasmo è ancora alle stelle. “Inventammo un lavoro che non c’era, anche un’industria: i giradischi, i dischi, gli impianti, i ripetitori, le antenne”.

La radio chiama, Teo risponde

“Un bergamasco a Milano” è il titolo del capitolo successivo della storia e della carriera di Mangione. Il mercato delle radio esplode e Teo, “cresciuto e svezzato”, si sposta a Radio Peter Flowers, una radio rock pluriregionale in cui milita dal 1987 al 1992. Milano non è per lui una città del tutto nuova; la frequentava già prima, per procurarsi una copia già datata della rivista americana Billboard, fonte indispensabile (e ai tempi costosissima!) di tutte le novità musicali in voga oltreoceano.

Mangione fa il pendolare per un po’, poi si prende un anno sabbatico. Niente da fare, le onde medie tornano a chiamare. “Mi hanno cercato a Milano per costruire un progetto, che era Circuito Marconi. Lì si è riacceso il fuoco della radio: diventai direttore artistico e inventammo quello che non c’era: una radio cattolica, che però non ‘puzzasse di prete’”.

Milano cattura, affascina quasi come la musica che viene dall’America, e che si fa a gara per trasmettere anche in radio. Ma Bergamo, per Teo Mangione, resta casa. A chiamarlo, nel 2000, è Elio Corbani, allora amministratore delegato di Bergamo TV. “Ci innamorammo, lui aveva capito che potevo essere l’uomo giusto per dirigere Radio Alta, e fece di tutto per farmi rimanere qua. Così, mi sono dedicato a Bergamo”.

La mission di Radio Alta, al comando di Teo Mangione, diventa allora una: parlare di Bergamo. Perché all’inizio Radio Alta questo non lo fa. “C’era un progetto che si chiamava ‘Cosa succede a Bergamo’” – e qui rido, perché il claim della testata su cui scrivo in questo momento è proprio “Cosa succede a Bergamo” –“inventammo ‘Presa diretta’, ovvero quattro appuntamenti al giorno in cui andavamo fuori sul territorio, Bergamo era sempre nella nostra bocca: le vie, parlare bergamasco dei bergamaschi è stato fondamentale”. Certo, mi spiega Teo, l’importante è che anche il parlare bergamasco venga fatto bene, con consapevolezza. “Il consiglio che do a chi fa radio e televisione locale è quello di sapere la dizione. Non devi fare il teatro in radio, ma devi saperle queste cose. Sento a volte degli sbagli e delle brutture… anche lo stesso bergamasco vuole sentire qualcosa di meglio e tu devi saperlo”.

Un laboratorio di radio

Ho ancora 25 anni e sto ancora aspettando di arrivare alla meta”, ammicca Mangione, mentre lo osservo con lo sguardo di chi non capisce come, dopo anni di albe trascorse sui dischi (ben 14 con “Colazione con Radio Alta”), si possa essere ancora così entusiasti.

La radio è stata un’università incredibile e ogni giorno impari un sacco di cose, è vita”, commenta. Fare radio bene, secondo Teo Mangione, vuol dire essere un po’ tuttologi. “Devi guardare e sapere tutto, non puoi essere preso in contropiede da un ascoltatore: tu devi anticipare l’ascoltatore, è come se uno non avesse studiato e parlasse dell’Illuminismo… devi poter controbattere, dire qual è il tuo pensiero”. Di certo, Teo ha avuto dei buoni insegnanti. Me ne cita qualcuno, mi invita ad appuntarli sul quaderno: Leonardo Re Cecconi, il “leopardo” di Radio Milano International. E poi, naturalmente, i dj di Radio Luxembourg. “Avevo ascoltato una hit parade mandata in onda da Radio Luxembourg: avevano annunciato nel ‘63 un nuovo disco dei Beatles. Il dj lo aveva messo per sbaglio a 78 giri, ma ne è uscito fuori dicendo ‘This is the special crash, the new single of Beatles’. In quel momento ho capito che lui era padrone del mezzo, non ha detto di aver sbagliato, ma ha detto che era un effetto speciale che avevano solo loro di Radio Luxembourg”.

A fare radio si impara. Però la radio bisogna viverla. Tra i progetti che l’instancabile Teo vorrebbe portare avanti c’è una scuola di radio. Attenzione, non una scuola con tanto di banco e professori, ma un vero e proprio laboratorio, uno studio radiofonico moderno e analogico al tempo stesso. “Se non fai vivere la radio, i ragazzi non possono sapere di voler fare questo mestiere. Ora tutto va digitalmente, prima c’era il vinile, il giornalista che faceva il notiziario in diretta, quello che entrava con i dischi in mano… A me piacerebbe fare uno studio radiofonico su come era la radio, perché se uno inizia a fare la radio non può non sapere le basi, come siamo arrivati qua”.

Fare radio oggi

Se Teo Mangione facesse una scuola di radio, sarei di sicuro la prima iscritta. Non ho vissuto il mondo di cui mi parla Teo, quello delle radio in ogni via e del “futuro” nel passato (“Radio Luxembourg non esiste più, è passata, ma per noi era il futuro”). Ma credo di capire e condividere la fame del conduttore nell’andare a cercare qualcosa di nuovo, tutti i giorni. È il compito che, allargando il raggio, hanno assunto molte radio locali, meno legate alle Case discografiche rispetto a quelle nazionali: quello di fare fatica, cercare dischi e brani originali. L’unico modo che la radio ha per sopravvivere – di questo Teo è convinto – è quello di distinguersi dall’algoritmo di Spotify.

Proporre musica di qualità resta la mission di Mangione e di Radio Alta. Ogni settimana, Teo spulcia i siti delle radio americane e guarda le classifiche. Si ascolta gli artisti, li scopre e li “consiglia in radio senza dirtelo”. A brani da hit parade affianca canzoni meno conosciute, con cui interroga e stimola il pubblico.

E ve ne dico una. Io ho incontrato e amato i Greta Van Fleet grazie a Teo Mangione, che oltre a svegliare il pubblico di “Colazione con Radio Alta” ne intrattiene la community su Facebook. “Con Spotify puoi avere tutto, ma non quello che non cerchi”, mi rivela. “Se io ti parlo dei Greta Van Fleet, tu vai ad ascoltarti qualcosa che magari da solo non avresti ascoltato. Io ti posso guidare a cercare qualcosa. Che siano i Greta Van Fleet, i Volbeat, o Joe Bonamassa. 7 minuti di canzone… ma chi te li mette ancora in radio 7 minuti di canzone?”.

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