Personalmente, mio padre è stato fondamentale per la formazione della mia cultura musicale: tra cantautorato italiano, rock alternativo e musica classica, ha influenzato i miei gusti e i miei interessi in modo indelebile. Noi di Eppen siamo fermamente convinti che, in forme diverse, questo valga per molti di voi e, per questo, in occasione del 19 marzo, abbiamo pensato di fare un regalo a tutti i papà, ma anche a tutti i figli e le figlie.
Ecco qui una playlist che esplora i vari aspetti del rapporto paterno: la tenerezza dei primi giorni, il bisogno di protezione, il conflitto, la distanza, fino ad arrivare al ricordo. Una playlist pensata per chi vuole ascoltarla insieme al proprio padre, ma anche per chi, non potendolo più fare, può riviverne il dolce e caldo ricordo. Qui sotto trovate alcune delle canzoni che la compongono: le raccontiamo una per una, per capire cosa dicono davvero.
Il mondo visto e promesso dai padri
Diventare padre è uno di quei momenti che molti artisti – sia italiani sia internazionali – hanno sentito il bisogno di raccontare in una canzone. È un momento preciso, sospeso tra l’ansia dell’ignoto e la felicità più pura, in cui il futuro appare improvvisamente vastissimo. Uno degli esempi più famosi ad aver catturato questa sensazione resta ancora oggi «Avrai» di Claudio Baglioni. In questa canzone – una delle sue più celebri – il cantante stila una sorta di elenco di ipotetiche gioie e di sofferenze che suo figlio incontrerà sul suo cammino, non promettendogli affatto un mondo perfetto, privo di fatiche, ma garantendogli la sua presenza costante a fianco di quel mondo che si schiude davanti a lui.
In maniera simile si muove anche Francesco Renga con «Angelo», brano in cui la consapevolezza delle difficoltà della vita si trasforma in una sorta di preghiera o richiesta di aiuto. Il padre, in questo caso, è conscio del fatto di non poter essere l’unico scudo per sua figlia e, pertanto, chiede alla propria madre di vegliare su di lei. All’estremo opposto c’è «Per te» di Jovanotti, che cattura invece l’attimo immediatamente successivo alla nascita: quello in cui tutto sembra ancora possibile e la realtà viene riscritta, senza ombra di tristezza o di difficoltà. Il brano è una ninna nanna moderna per la figlia, dove la malinconia cede totalmente di fronte all’energia vitale della nascita, grazie alla quale ogni elemento naturale – dal fango alle stelle – acquista un significato nuovo perché filtrato dagli occhi di chi è appena nato.
Una sensazione molto simile, propria di una paternità raccontata come sola luce, lo ritroviamo anche in «L’aurora» di Eros Ramazzotti, dove la speranza per il domani prende letteralmente il nome di sua figlia. Questo amore genitoriale, fatto di speranza luminosa e di uno stupore che non conosce ancora il peso delle responsabilità, permea anche «Beautiful Boy» di John Lennon, una delle sue canzoni più intime. Un brano semplice solo in apparenza, che diventa un inno sincero e in grado di catturare l’essenza della gioia di avere un figlio.
Ma non tutte le canzoni restano in questa luce innocente. Molto diversa, ad esempio, è la dedica di Francesco Bianconi, anima dei Baustelle, in «Ragazzina», brano in cui osserva la figlia crescere e affacciarsi ad un mondo complesso e a tratti spaventoso. L’idealismo protettivo, dunque, lascia il posto a una protezione più realistica, propria di un padre che sa di non poter essere per sempre lo scudo della propria figlia, di cui, anzi, accetta l’inevitabile autonomia con una punta di amarezza e un infinito amore. Bianconi, come Baglioni, è un padre pronto ad accettare che i figli si sporchino con la vita e a guidarli con discrezione.
Anche Tommaso Paradiso ne «I Romantici» sposta l’attenzione sul proprio ruolo di genitore, facendo una riflessione su se stesso, nella speranza di essere un padre migliore di quello che ha avuto lui; in questo legame, Paradiso riconosce l’unica vera forma di romanticismo rimasta in un mondo troppo cinico. Allo stesso modo, anche «L’albero delle noci» di Brunori Sas descrive come la nascita di un figlio cambi «le proporzioni del cuore», raccontando la fragile felicità dell’essere padre.
Il rapporto padre-figlio nel tempo
A raccontare il rapporto tra padri e figli, però non sono solamente i genitori. Molte canzoni nascono dalla prospettiva opposta e numerosi artisti, parlando proprio in quanto figli, hanno preso la parola per esprimere i loro bisogni e i loro ricordi. Pensiamo ad esempio a «Father, Son» di Peter Gabriel, che, in questa composizione dedicata al padre, descrive quanto sia eterno il legame tra un padre e il proprio figlio e come quest’ultimo possa andare lontano con la consapevolezza di averlo sempre al suo fianco. C’è una tenerezza disarmante nel modo in cui Gabriel ricorda la connessione con suo padre, con una lieve nostalgia di un tempo ormai perduto e un invito a godere della presenza dell’altro.
I The Giornalisti, in «Proteggi questo tuo ragazzo», affrontano lo stesso tema, ma in modo completamente diverso, ovvero da una prospettiva di vulnerabilità: la canzone è una richiesta di protezione rispetto ad un mondo fatto di «piazze affollate» e di «cieli troppo alti» e, soprattutto, rispetto alle proprie debolezze di uomo. È il riconoscimento che, a qualsiasi età, lo sguardo paterno resti un elemento importante e necessario per il proprio figlio. Un’idea che ritroviamo anche in «Per sempre» di Ligabue, dove il cantante cerca di esprimere in musica quanto siano stati importanti per lui i suoi genitori e, in particolare, l’educazione ricevuta dal padre, a tratti dura, ma profondamente protettiva.
Quando il tempo avanza, però, il rapporto tra padre e figlio vive una metamorfosi profonda, fatta anche di un ribaltamento dei ruoli che la musica ha saputo raccontare talvolta con pudore estremo e talvolta con una profonda necessità. «Father and Son» di Cat Stevens descrive perfettamente questo passaggio mettendo in musica un conflitto generazionale, fatto di incomprensioni tra due punti di vista opposti, benché entrambi validi: il figlio vuole emanciparsi, mentre il padre lo invita ad agire con prudenza. Il rapporto con il padre, dunque, può essere anche fatto di frizione e di necessità di distacco e, in «Assassinio dilettante», Francesco Bianconi racconta proprio questo rapporto – non di protezione, ma di conflitto – come necessario per diventare davvero adulti. Al pari di un novello Edipo, per trovare la propria voce e costruire un’identità autentica, il figlio deve simbolicamente “uccidere” il modello paterno e distaccarsene per non restarne schiacciato, con la consapevolezza che anche lui un giorno sarà la “vittima” dei propri figli. Questo denso brano ricorda quanto sia importante anche che l’autorità paterna sia messa in discussione e che lo stesso padre permetta ai propri figli di essere diversi da lui.
Questo ribaltamento di ruoli può assumere anche sfumature più dolci e malinconiche, come mostra la straordinaria raffinatezza di «Tutto più chiaro» di Francesco De Gregori. Il cantautore parla del padre ormai cieco, identificandolo come un uomo che ha visto tutto della storia di Italia, e proprio a lui rivolge la richiesta di aiutarlo ad osservare il presente, cercando un ordine in mezzo alla confusione del mondo moderno.
Il ricordo: un’eterna presenza
Ci sono infine canzoni che sono la prova di come il rapporto paterno non si esaurisca mai: anche quando il proprio padre non c’è più, egli continua a vivere in eterno nel ricordo e in altre forme. Ne «L’odore della giacca di mio padre», Manuel Agnelli degli Afterhours riesce a condensare in un testo molto breve poche immagini davvero dense. Il cantante, infatti, racconta con sincerità la necessità di andare avanti dopo la perdita – malgrado l’enorme dolore – e di riuscire a «navigare da solo nel panico», con la consapevolezza che, in realtà, il padre vive ormai dentro di lui. Allo stesso modo De Gregori in «Parole a memoria», composta dopo la morte del genitore, ripercorre con accenni quasi ellittici alcuni tratti della vita che ha vissuto assieme al padre, celebrandolo con profondo amore e rispetto.
Altre canzoni, incentrate sul padre, nascono invece da un’assenza originaria e sono quelle di artisti che hanno scelto di raccontare la perdita di padri mai conosciuti o perduti troppo presto. Lucio Dalla in «4 marzo 1943», ad esempio, mette in musica la storia di un figlio nato da una giovane donna e da un soldato straniero, affrontando i temi dell’assenza paterna e della crescita. Nonostante non sia autobiografico in senso stretto, il testo si ispira alla storia di Dalla, rimasto orfano di padre dall’età di sette anni. Anche «My Father’s Eyes» di Eric Clapton attinge dalla realtà del cantante, che non ha mai potuto conoscere suo padre, e descrive il desiderio struggente di un confronto mai avvenuto. Infine, non possiamo dimenticare il dolore inverso: quello di un padre che ricorda la perdita del figlio. Nick Cave, ad esempio, fa spesso riferimento a questo tragico evento nella sua musica e, in particolare, la canzone «Girl in amber» – una delle sue più toccanti – è stata modificata per omaggiare il figlio.
Quest’anno, per la «Festa del Papà», abbiamo raccolto in un’unica playlist tutte queste canzoni e molte altre provando a seguire il filo di un rapporto che cambia continuamente forma, ma non si interrompe mai davvero. Tra una zeppola e l’altra, questo 19 marzo regalate un ascolto a voi stessi e ai vostri padri e lasciate che siano queste canzoni a dire qualcosa che spesso facciamo fatica a pronunciare.
