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Come si salva una mummia (e come rinasce un Museo)

Articolo. Il 21 giugno, presso il Policlinico di Milano, un team di esperti ha effettuato la tac sul corpo della mummia conservato dal 1885 presso il Civico Museo Archeologico di Bergamo. Dopo i lavori di restauro, sia della mummia che del museo, per Bergamo si apre una nuova stagione museale alla scoperta dell’Egitto

Lettura 5 min.
(Livio Bourbon)

Una mummia pronta a mostrarsi per la prima volta, un museo che si rinnova e una città in trepidante attesa. Sembrano i tre protagonisti di un film thriller e invece sono la realtà: la mummia conservata al Civico Museo Archeologico di Bergamo dal 1885, dopo una serie di esami clinici e il restauro, verrà esposta nei nuovi locali. Il progetto è ambizioso e nobile: “Raccogliendo determinate informazioni sulla mummia noi la salviamo – spiega Sabrina Malgora, egittologa e direttrice del Mummy Project – perché possiamo raccontare la sua storia ai visitatori del nuovo museo, quindi la mummia sarà in grado di raccontare di sé stessa. Da un punto di vista anche egittologico, poi, la salviamo perché la rendiamo eterna. Lo scopo della mummificazione era proprio quello di rendere eterno il corpo”.

Il progetto: una mummia da salvare

Il progetto nasce dalla volontà di salvare un reperto a rischio di conservazione”, spiega ancora Sabrina, laureata in Lettere classiche con indirizzo archeologico poi specializzata sulla archeologia dell’antico Egitto. Stefania Casini, direttrice del Civico Museo Archeologico di Bergamo, argomenta: “È l’unica mummia che abbiamo. Stiamo anche realizzando, per ogni tappa di lavoro, un video; sarà poi messo in esposizione e spiegherà in breve tutto il lavoro fatto sulla mummia e i risultati a cui si è pervenuti”.

Sabina Malgora
(Foto Livio Bourbon)

Tutto parte da qua, come sempre: dalla volontà di conoscere, approfondire e di permettere anche ai non addetti ai lavori di addentrarsi in una delle civiltà più importanti della storia, quella egizia. Per salvare un reperto, però, non basta una tac: “È necessario intervenire con un restauro e, prima, fare degli studi per facilitare il lavoro del restauratore. Nello stesso tempo è interessante fare una serie di analisi medico-investigative che permettano di recuperare delle informazioni sulla vita e sulla morte di questo individuo”, spiega la direttrice del Mummy Project.

La nuova sede Civico Museo Archeologico di Bergamo

Non solo il Civico Museo Archeologico di Bergamo metterà in esposizione la mummia restaurata, con tanto di spiegazioni, approfondimenti e laboratori a tema, ma arriverà un’ulteriore novità. “Il Museo avrà un nuovo ingresso – sottolinea Stefania Casini – Si entrerà dalla stessa porta in cui si accede per il Museo di Scienze Naturali E. Caffi e a metà scalinata i due percorsi si separeranno per entrare nei locali, oggi uffici da ristrutturare, che avranno un ampio soppalco. Saranno poi messi in collegamento con i preesistenti locali, andando a creare un piano dedicato alla parte preistorica”.

La struttura del museo seguirà un ordine cronologico: dal piano della preistoria, infatti, si scenderà verso l’area dedicata all’età romana, centrata soprattutto sulla città di Bergamo. Si ricaverà anche una piccola sezione egizia, dove ovviamente verrà collocata la mummia con il suo sarcofago, fino ad oggi mai esposta.

La mummia: una capsula del tempo

Il Mummy Project Research è finalizzato allo studio approfondito dei reperti organici e si occupa in particolare di mummie umane e animali, analizzate con le più moderne tecniche di indagine medica e investigativa da una squadra multidisciplinare: è composto da un’antropologa e odontologa, una osteo-archeologa, un chimico, uno specialista dell’analisi di C14, l’analisi al radiocarbonio e un egittologo e antropologo. C’è poi chi si occupa delle analisi chimiche, soprattutto sui batteri che infestano i denti della mummia.

Alla tac hanno partecipato, oltre ad alcuni membri dell’equipe del Mummy Project, il Prof. Carafiello dell’Università degli Studi di Milano e Direttore di Radiologia al Policlinico di Milano e il co-fondatore del Mummy Project Prof. Luca Bernardo.

L’equipe del Mummy Project prima della TAC alla mummia
(Foto Livio Bourbon)

La mummia si è presentata agli studiosi completamente scheletrizzata, con pochissimi tessuti molli. Le bende, inoltre, rivelano di essere state spostate nel corso degli anni: non si trovano, infatti, nella loro posizione originale. “In passato le mummie venivano considerate dei reperti che restituivano altri reperti. Tra le bende venivano inseriti amuleti e gioielli; in base alla posizione dell’individuo ce ne potevano essere di più o di meno”, spiega Sabrina Malgora.

In passato, quindi, per vedere com’era fatta una mummia non c’erano altri strumenti se non lo sbendaggio, che avveniva anche per recuperare gli oggetti da esporre dei musei. “Non si valutava, però, il fatto che la mummia fosse già in sé un museo biologico in grado di raccontare informazioni preziose sulle popolazioni antiche. Negli ultimi dieci anni è cambiato molto l’approccio nei confronti delle mummie, che vengono ora viste come capsule del tempo”.

La tac: stesso macchinario, parametri diversi

Il team di esperti ha eseguito la tac sul corpo della mummia. “Il macchinario è lo stesso che si usa per una tac a un paziente e si ottengono le stesse immagini in 3D. Ciò che cambia è la taratura della macchina perché, avendo la mummia un corpo disidratato, cambiano alcuni valori ”.

La TAC alla mummia
(Foto Livio Bourbon)

L’analisi è partita guardando una vecchia radiografia, per altro parziale, con il sospetto che si trattasse di una mummia disturbata (cioè violata da qualcuno che anticamente si è appropriato di amuleti e gioielli che erano sul corpo), sospetto per altro confermato dalla situazione delle bende e dal fatto che il cranio fosse visibile, “Sapevamo, da uno studio di circa vent’anni fa, che probabilmente si trattava di un uomo di settant’anni; ovviamente, però, era uno studio fatto con le tecniche di quei tempi. In questi vent’anni soprattutto gli studi antropologici hanno fatto passi da gigante”.

Il restauro

Il restauro che si effettuerà sulla mummia sarà di tipo conservativo, non ricostruttivo. “Il restauratore lavora a fianco dell’egittologa e insieme cercano di comprendere come era realizzata la bendatura. Andremo a riporre le bende nella loro posizione, se riusciremo a comprendere bene quale essa fosse”. Un altro importante scopo del restauro è quello di fermare l’eventuale degrado, causato dagli attacchi di muffe, acari o tarme. Per permettere alla mummia di parlare di sé, infatti, è necessario esporla e, affinché ciò avvenga, diventano imprescindibili i lavori di conservazione.

Dagli esami riusciamo anche a verificare com’era stata fatta la mummificazione, se i campioni che preleviamo sono a bassa contaminazione umana. Riusciamo a recuperare le piante e gli oli che sono stati usati: la mirra, l’olio di camomilla, il sale con cui normalmente venivano disidratate…” racconta Sabrina. Non si recuperano quindi solo informazioni sulla mummia in questione, ma anche importanti cenni culturali di un’epoca così lontana e difficilmente accessibile, se non tramite questi approfonditi studi.

La datazione

Un aspetto non scontato dei lavori sulla mummia è quello della datazione del corpo. “Possiamo datare con certezza il sarcofago in base alla decorazione e alla tecnica costruttiva: siamo nella XXII dinastia, tra il 900 e l’800 a.c. Io suppungo che la persona sepolta all’interno sia effettivamente questo sacerdote scriba che si chiama Akhetkhonsu, nome che significa ‘Il dio Khonsu è vivente’. Il periodo in cui questo sacerdote è vissuto, però, è stato molto turbolento per l’Egitto”.

(Foto Livio Bourbon)

Si chiama, infatti, Terzo periodo intermedio e si caratterizza per forti guerre interne. Quando il potere centrale non è forte, vengono a mancare tutta una serie di sorveglianze, tra cui quelle nelle necropoli. I sarcofagi, spiega l’egittologa, erano preziosissimi perché il legno di cui sono fatti è particolare e in Egitto non c’era, veniva importato; se le necropoli non erano adeguatamente controllate, i già frequentissimi furti aumentavano. “Durante questo Terzo periodo intermedio è successo parecchie volte che accadessero furti, tant’è che a un certo punto alcuni sacerdoti preoccupati della salvezza delle mummie dei sovrani hanno portato via le mummie dalle tombe reali e le hanno nascoste in un’altra tomba. Ramsete I, Ramsete II, per esempio, non sono stati trovati nelle loro tombe ma in questo nascondiglio. Facendo ulteriori analisi speriamo di confermare la datazione di questo individuo; nel caso contrario dovremo risolvere il mistero”.

Sesso e età

Siamo partiti cercando di accertarci del sesso della mummia; non potendo vederlo chiaramente abbiamo lavorato sul bacino”. Esistono infatti delle tabelle di riferimento che, a seconda della misura delle ossa, determinano il sesso dell’individuo; in questo caso, però, il bacino era in buona parte frantumato. Noi lavoreremo anche ricostruendolo con particolari software: prenderemo pezzo per pezzo e lo ricostruiremo, come un puzzle”.

Chantal Milani e Francesca Motta al lavoro sulla mummia
(Foto Livio Bourbon)

Per quanto riguarda l’età, dopo gli studi eseguiti confermano che si tratta di un individuo di età matura ma non settant’anni, come si ipotizzava precedentemente: potrebbe averne tra i quaranta e i sessanta. “Questo l’abbiamo dedotto dalle suture craniche, quelle cerniere che nei bambini sono molto aperte e col tempo si chiudono: quelle della mummia sono abbastanza chiuse e questo ci conferma che si tratta di un individuo maturo. Ci sono altri parametri ossei però che smentiscono i settant’anni.” In più, a causa del lavoro di ricerca di gioielli e oggetti preziosi, neanche le ossa non sono più nella loro posizione, molto spesso: “Ci aspetta un bel lavoro, estremamente affascinante: andremo a ricostruire l’intero scheletro”.

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