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“Cafuné” ovvero parlare d’amore attraverso acrobatica, danza e circo

Intervista. Martedì 1 settembre la compagnia catalana Du’k’to inaugura la seconda parte di Festival Danza Estate 2020 con “Cafuné”. Uno spericolato passo a due, una sinfonia di coppia raccontata con l’acrobatica circense

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Per chiunque sia appassionato di lingue e traduzione o semplicemente di piccole, affascinanti specificità culturali, la parola cafuné fa venire subito in mente una serie di illustrazioni che l’artista britannica Emma Block pubblicò nel suo blog qualche anno fa, rese poi virali da un articolo del Post, dedicate alle parole d’amore intraducibili.

To run your fingers through a lover’s hair”, si legge nella didascalia dell’immagine di cafuné, termine portoghese-brasiliano che significa esattamente “accarezzare i capelli della persona amata”.

Il gesto di base che ispira lo spettacolo “Cafuné” è proprio la carezza, matrice minima di un linguaggio primordiale e universale: quello della relazione, sia amorosa che umana, come unione di individui. Bárbara Vidal e Bernat Messeguer, i due performer in scena, esplorano i movimenti di un’esperienza relazionale in bilico perenne – letteralmente – tra slanci e cedimenti. Chi ha già incontrato i Du’k’to all’edizione 2017 del Festival Danza Estate – a cui hanno partecipato con la prima produzione, “In-Confort” – conosce il loro caratteristico stile che amalgama circo e danza, acrobatica ed elementi drammaturgici.

Incontro, scontro, astio, passione, rabbia, riconciliazione: sembra paradossale incanalare le mareggiate emotive di una relazione negli equilibri sottilissimi dell’acrobatica mano a mano, eppure nei corpi dei due performer in scena c’è questo e molto altro. Proprio nel momento in cui lo spettatore è più stregato dalla complessità di una presa, e di conseguenza più distante che mai da ciò che vede, ecco che l’acrobatica lascia il posto ad un gesto di stizza o di tenerezza, che riavvicina all’improvviso la coppia al suo pubblico.

Coordinazione estrema e racconto intimo, fisicità pura e teatralità espressiva. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Bernat Messeguer sulla seconda pluripremiata produzione dei Du’k’to, in scena il 1° settembre alle 21.00 al parco di Corso Europa di Levate, presentato da Festival Danza Estate in collaborazione con A levar l’ombra da terra (l’ingresso è gratuito e in caso di pioggia lo spettacolo si terrà nella palestra della scuola elementare, via 4 novembre, Levate).

LDG: La parola cafuné è stata scelta prima o dopo l’elaborazione dello spettacolo?

BM: Abbiamo scelto il titolo prima di iniziare la fase di creazione. Volevamo parlare di relazioni, non necessariamente di coppia, ma umane, e abbiamo deciso di partire dalla nostra. Nello spettacolo precedente, “In-Confort”, c’era già “Cafuné” in germe, circa un minuto della nostra storia, mia e di Bárbara. Così abbiamo aperto un dizionario e abbiamo trovato la parola cafuné, e da lì abbiamo iniziato a scrivere il progetto per la prima residenza dello spettacolo. Abbiamo poi fatto varie residenze tra le isole Baleari, Maiorca, la Francia, i Paesi Baschi, la Catalogna. Ci abbiamo messo circa un anno a costruire lo spettacolo.

LDG: Anche “In-Confort” era uno spettacolo che parlava di relazioni, in quel caso di come si costruiscono in un gruppo di persone. È un vostro tema portante?

BM: Noi non abbiamo mai fatto un lavoro particolarmente incentrato sull’aspetto teatrale. Non siamo clown, non abbiamo mai lavorato sul personaggio. “In-Confort” era la nostra storia personale: eravamo in quattro e abbiamo fatto un viaggio in giro per l’Europa in van, partendo dal desiderio di entrare in contatto con altri professionisti delle nostre discipline. Alla fine a Barcellona si incontrano sempre le stesse trenta persone… Volevamo nuovi stimoli, con l’idea di farne venir fuori un progetto artistico. E quando ci siamo chiesti su cosa lavorare, abbiamo capito di voler parlare di noi stessi, raccontare la nostra storia. Non volevamo finzione, ma naturalezza. In “In-confort” c’è la nostra storia. E da quel lavoro abbiamo ricavato la storia mia e di Bárbara.

LDG: È un tipo di lavoro in cui conta al massimo l’estrema sintonia tra voi, altrimenti, semplicemente, si casca a terra…

BM: Noi lavoriamo insieme dal 2015, siamo una coppia sia nel lavoro che nella vita privata. Sicuramente è molto importante la fiducia tra noi, ci permette di riconoscere molte cose e fare insieme un lavoro di riflessione. La nostra ricerca, poi, si basa molto – e in questo spettacolo in particolare – sull’acrobatica mano a mano, in cui non solo il porteur deve essere solido; ci deve essere una relazione molto forte.

Bárbara Vidal e Bernat Messeguer in Cafuné
(Foto Rakel Cros)

LDG: Nei vostri lavori mescolate danza, circo, acrobatica, teatro… Qual è la vostra formazione? Come trovate un punto di contatto tra i diversi linguaggi?

BM: Le nostre produzioni hanno moltissimo circo, ma credo che l’arte contemporanea debba mescolare le arti: è questa la sua missione e la sua direzione. Bárbara parte dalla ginnastica artistica, io mi sono formato alla Escuela de Circo Rogelio Rivel di Barcellona. Avevo una solida formazione di circo e acrobatica ma ho deciso di imparare un po’ di tecnica del movimento, perché ero proprio digiuno. Quindi ho iniziato a seguire delle lezioni. A partire da questo corso abbiamo fondato con alcuni ballerini la nostra prima compagnia, di circo e danza. Dopodiché è arrivata Du’k’to. E penso che questa mescolanza che ci contraddistingue sia fondamentale: teatro, danza, mano a mano, musica.

LDG: In “Cafuné”, infatti, lavorate con un musicista che suona dal vivo. È una nuova esperienza?

BM: Sì, esatto. Era da un po’ che volevamo fare questa sperimentazione, ci avevamo provato con la prima produzione ma non ci siamo riusciti. Per “Cafuné” abbiamo fatto una prima breve prova con un musicista ed è andata bene, quindi abbiamo continuato. Il musicista non improvvisa, c’è una partitura aperta. La parte emotiva, le linee musicali sono fissate, ma poi c’è un ampio margine di improvvisazione, sempre attenta al nostro lavoro di movimento. Abbiamo anche sperimentato il cambio del musicista: Adrià ha adottato il lavoro del precedente e lo ha reinterpretato.

LDG: Lo spettacolo ha avuto una fittissima tournée che ha toccato anche il Messico: secondo te il pubblico recepisce il vostro tipo di lavoro in modo diverso secondo le diverse culture?

BM: Noi non usiamo la parola in scena e questo, di base, ci aiuta ad avvicinarci alla gente. Per quanto riguarda la differenza di percezione, non direi che c’entri la distanza geografica. In Spagna, ad esempio, puoi andare in scena in due luoghi molto vicini uno all’altro e incontrare un’accoglienza totalmente diversa. Più che dal paese io credo dipenda molto dalla situazione sociale ed economica: ci sono contesti più o meno agiati e si percepisce l’approccio diverso. Quest’anno avremmo dovuto andare in Corea, ma la cosa non è andata in porto per il Covid, altrimenti avrei potuto parlarti di quel tipo di pubblico.

LDG: Cosa ci dici della nuova produzione che state preparando?

BM: In “Ágora” lavoriamo di nuovo col danzatore di “In-Confort”. Si tratta tutto di un lavoro mano a mano, ma stavolta in tre invece che in due. Parlerà dello spazio pubblico, di come non siamo più abituati a vivere luoghi tipo una piazza, la strada… Ci annoiamo di tutto, senza renderci conto che l’immaginazione è naturalmente generata dalla noia. Le persone sono sempre connesse, sempre tra telefono, televisione, computer. Durante il lockdown l’abbiamo visto: le persone hanno tirato fuori l’immaginazione. E noi lo raccontiamo con un mix di circo e danza.

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