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A Bonate Sopra arriva «Bobby», lo spettacolo di Francesco Brandi con Ippolita Baldini

Articolo. Lo spettacolo, con la regia di Giacomo Poretti, farà tappa al Teatro Verdi sabato 11 aprile alle 21 all’interno della stagione di prosa

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Bobby (Foto di Martina Bari)

Il racconto della nascita di «Bobby», nelle parole di Francesco Brandi, ha qualcosa di profondamente concreto, quasi quotidiano. Nessuna mitologia dell’ispirazione, nessuna costruzione epica, piuttosto un’urgenza. Scrivere, in questo caso, nasce da un bisogno preciso, da un momento di vita “non semplice” in cui la parola diventa uno strumento per mettere ordine, o almeno per iniziare a farlo.

«Bobby» arriva all’interno della stagione di prosa del Teatro Verdi di Bonate Sopra sabato 11 aprile alle 21 (i biglietti si possono acquistare online o alla biglietteria del teatro a partire da un’ora prima l’ora di inizio spettacolo). La stagione è promossa dall’amministrazione comunale e gestita da Teatro de Gli Incamminati, con la direzione artistica di deSidera Teatro e Utim. «Bobby» è scritto da Francesco Brandi, l’autore è anche interprete sul palco insieme a Ippolita Baldini, la regia è di Giacomo Poretti, la produzione Teatro de Gli Incamminati.

Il punto di partenza è un sogno. O meglio, un frammento: l’immagine di un confronto con il proprio pupazzo d’infanzia. «Una scena sola», racconta l’autore, qualcosa che resta addosso senza spiegarsi del tutto. È da lì che prende forma l’intuizione: trasformare quell’apparizione in un dispositivo teatrale. Non un monologo, però, non una confessione solitaria. «Sarebbe stata una contraddizione», spiega. Se il cuore del lavoro è l’idea che «da solo nessuno fa nulla», allora serve un altro corpo in scena, una relazione, uno scarto. Così il pupazzo prende vita, si fa presenza, diventa interlocutore. È una scelta drammaturgica che definisce tutto il lavoro. Il dialogo che ne nasce non è consolatorio, né tantomeno indulgente, non ci sono autoassoluzione, né condanna, piuttosto un esercizio di responsabilità: «un esame di coscienza abbastanza forte», condotto però con un tono che resta leggero, ironico, mai apertamente drammatico. È una cifra precisa della scrittura di Brandi, che rifiuta tanto la gravità quanto la semplificazione. I suoi personaggi attraversano zone di crisi, ma senza compiacimento, senza indulgere nel buio.

Al centro di «Bobby» c’è infatti una domanda più che una risposta: come si cambia? O meglio, come si prova a cambiare quando si è in quella zona intermedia dell’esistenza – «intorno ai quarant’anni», dice Brandi – in cui il bilancio diventa inevitabile. Non è un caso che uno dei temi più forti del testo sia il fallimento, inteso non come esito, ma come condizione necessaria. «Il fallimento ti impone una riflessione», spiega Brandi. «La vittoria parla da sola, non ha bisogno di essere interrogata. Il fallimento invece è pieno di voci». È qui che la drammaturgia si fa fertile. Non nel racconto di ciò che funziona, ma nello spazio in cui qualcosa si incrina. Il protagonista di «Bobby» è un uomo apparentemente “normale”, con una vita costruita secondo traiettorie riconoscibili, eppure attraversato da una sensazione di vuoto: «non ha nulla di suo», precisa il drammaturgo. Una condizione che l’autore non definisce generazionale – «non credo molto a queste categorie» – ma esistenziale, trasversale, condivisibile. La scrittura, in questo senso, parte da sé per tentare uno slittamento verso l’altro: rendere una materia personale qualcosa di più ampio, di meno doloroso, forse anche di più leggero.

La leggerezza, però, non è mai evasione, si tratta semmai di una strategia. Anche nel rapporto tra i due personaggi, l’uomo e il suo pupazzo, il tono evolve: si parte da un rimprovero, da una messa alle strette, per arrivare gradualmente a una forma di complicità, di riconoscimento reciproco. Il dispositivo teatrale si costruisce proprio su questa oscillazione: tra distanza e vicinanza, tra scontro e alleanza. Interessante, in questo senso, è anche la scelta arrivata in un secondo momento di affidare il ruolo del pupazzo a una figura femminile, Ippolita Baldini. Una variazione che non ha richiesto modifiche sostanziali al testo, ma che ha aperto nuove possibilità di lettura. «Potrebbe essere interpretato da un uomo o da una donna», sottolinea Brandi, a conferma della natura non realistica, quasi simbolica, di questa presenza. Non un personaggio in senso stretto, ma una voce altra, capace di incarnare uno sguardo esterno e insieme profondamente interno.

È proprio Ippolita Baldini a restituire, dall’interno del processo, la qualità di questo incontro artistico: « Desideravo lavorare con Francesco Brandi da quando ci siamo conosciuti sul set di “Benvenuti al Nord” (il film del 2012 diretto da Luca Miniero con Alessandro Siani, Claudio Bisio e Angela Finocchiaro, ndr), c’è stata subito un’intesa professionale, soprattutto fuori scena. Mi piace molto la sua scrittura: non la banalizzerei con un lieto fine, ma ha sempre una forma di risurrezione. I suoi personaggi attraversano il buio, la fatica, però alla fine emerge un messaggio di speranza, e questo per me è fondamentale ».

Se la relazione è il motore del lavoro, lo è anche a livello più ampio, nella concezione stessa di teatro. Brandi parla apertamente della propria difficoltà nel lavorare con gli altri, della “scomodità” che la relazione comporta. Eppure è proprio lì che sceglie di stare. «La scomodità mi rende più fragile», dice, «e quindi più disponibile a raccontare». È una posizione che si traduce anche nella costruzione scenica: un teatro che cerca il contatto, che prova ad abbattere la distanza tra palco e platea, che immagina lo spettatore come parte di un’esperienza condivisa. Non a caso, nel descrivere l’effetto desiderato, Brandi guarda più ai concerti che al teatro tradizionale: a quella partecipazione immediata, quasi istintiva, che precede ancora la comprensione. L’idea è creare un coinvolgimento emotivo che non passi solo attraverso la narrazione, ma attraverso una presenza condivisa, un “viaggio” in cui pubblico e attori si trovano sullo stesso piano.

Anche su questo piano, le parole di Baldini si intrecciano con quelle dell’autore: «Sento che questo tipo di teatro sposa anche la mia idea di arte: alleggerire, dare speranza, non lasciare lo spettatore nel nero. Non c’è la pretesa di curare nessuno, però il teatro può avere un ruolo quasi curativo, può offrire strumenti o semplicemente un sollievo. In un momento in cui le notizie sono spesso pesanti, mi interessa che chi viene a teatro possa tornare a casa un po’ più sereno, non turbato, con un senso di possibilità, di apertura». Dentro questo impianto, «Bobby» si muove su un equilibrio sottile: è un testo comico attraversato da tensioni profonde, in cui la risata non cancella la domanda, semmai la rende più accessibile. E la struttura stessa del dialogo permette continue deviazioni, sorprese, cambi di tono che impediscono allo spettatore di assestarsi su un’unica chiave di lettura.

È qui che entra in gioco anche il lavoro attorale, nella sua dimensione più concreta, fatta di corpi e contrasti, come spiega Baldini: «Interpretare questo ruolo è stato interessante anche per il gioco fisico: io sono una stanga di un metro e ottantadue e divento l’incarnazione del suo pupazzo d’infanzia, quindi c’è un contrasto che funziona molto bene in scena. Il mio personaggio arriva per scuotere la coscienza di quest’uomo bloccato nella sua vita, nella sua capacità di muoversi nel mondo. È una figura quasi sovrannaturale, non del tutto definita, e proprio per questo molto affascinante da costruire, anche nel dialogo con Francesco, che è molto preciso nella scrittura ma ha accolto le mie suggestioni permettendomi di farlo diventare mio».

Alla fine, ciò che resta non è una risposta ma un’immagine evocata anche nel testo: «Siamo tutti autobus con la scritta deposito» riflette Brandi «Siamo tutti vuoti e diretti verso lo stesso destino: il deposito. Ciò che importa è mantenere il controllo della guida e portare all’interno del veicolo chi ci pare, che ci si diverta. Conta il tragitto. Al deposito ci finiamo tutti, ma un conto è finirci guidati da altri, un altro è essere noi a farlo ». È forse qui che si concentra il senso del lavoro di Brandi. Non nell’illusione di cambiare il finale, ma nella possibilità di intervenire sul percorso. È una visione del teatro che rifiuta tanto il compiacimento quanto la chiusura. Che cerca, piuttosto, uno spazio di condivisione in cui riconoscersi senza essere assolti, interrogarsi senza essere schiacciati. «Da solo non si salva nessuno», scrive Brandi. Ed è una frase che, più che un messaggio, suona come una dichiarazione di metodo.

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