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Cinque buoni motivi per (ri)scoprire “La vita davanti a sé”

Articolo. La rassegna “Fiato ai libri” porta sabato 10 luglio a Torre de’ Roveri un capolavoro della letteratura francese contemporanea, letto dall’attrice Arianna Scommegna, con l’accompagnamento musicale di Giulia Bertasi alla fisarmonica

Lettura 3 min.

Un libro straordinario, in una cornice sorprendente: Meccanotecnica, che produce cucitrici automatiche per la produzione industriale di libri, ospiterà nella sua sede di Torre de’ Roveri l’appuntamento di Fiato ai Libri dedicato a “La vita davanti a sé” di Romain Gary (qui il programma completo).

Lo spettacolo, patrocinato dal Comune di Torre de’ Roveri, è sabato 10 luglio alle 21 presso Meccanotecnica Spa (via Casale, 20. Parcheggio consigliato in via Donizetti). Accompagnata dalla fisarmonica di Giulia Bertasi, l’attrice Arianna Scommegna darà voce a Momò, il bambino protagonista e narratore del libro, allevato nel popolare quartiere parigino di Belleville da Madame Rosa, ex prostituta e sopravvissuta ad Auschwitz – dal libro è stata ricavato anche un film che trovate su Netflix.

Meccanotecnica Spa

La lettura inizierà alle 20.30, ma chi volesse può arrivare un quarto d’ora prima per vedere in funzione le macchine per la rilegatura dei libri che sono prodotte da Meccanotecnica ed esportate in tutto il mondo, che vantano il primato mondiale di velocità. Una doppia esperienza, capace di sorprendere, come tutto nel romanzo di Romain Gary.

L’incredibile storia del suo autore

Il romanzo uscì nel 1975 con lo pseudonimo di Émile Ajar, un modo per il vero autore di prendersi una rivincita contro la critica, che lo considerava uno scrittore ormai finito. A scrivere è Romain Gary, già vincitore vent’anni prima del premio Goncourt, il più importante riconoscimento letterario francese, che per regolamento non può essere attribuito a uno scrittore più di una volta nella vita. Gary è stato l’unico nella storia a vincerlo due volte: prima col suo nome e poi come Émile Ajar, proprio con “La vita davanti a sé”.

Romain Gary

La sua stessa vita è un romanzo. Innanzitutto, nemmeno Romain Gary era il suo vero nome: nacque Roman Kacew, nel 1914 a Vilnius, Lituania. Arrivò a Parigi a 13 anni. Prese parte alla Resistenza contro i nazisti e nel dopoguerra fu un diplomatico, tanto da diventare console di Francia negli Usa. Sposò in seconde nozze un’icona della Nouvelle Vague, Jean Seberg, che morì suicida. Anche Gary si suicidò, nel 1980, con un colpo di pistola. Solo dopo la sua morte si scoprì che era lui Émile Ajar. Fino ad allora a interpretarne il ruolo era stato un suo parente, Paul Pavlovitch.

La voce narrante

A volte i libri scritti con un registro linguistico inusuale sono di faticosa lettura, ma non è questo il caso. Qui le pagine scorrono velocissime, merito anche della brillante traduzione italiana (l’eminente francesista Giovanni Bogliolo, recentemente scomparso, per Neri Pozza) che rende con naturalezza il linguaggio un po’ involuto, spontaneo, sboccato di Momò, ragazzino cresciuto nella periferia multietnica di Parigi, non molto istruito ma sensibilissimo e pieno di vita.

Difficile mantenere con credibilità il punto di vista di un bambino, ed è anche qui che sta la grandezza di Romain Gary, che dell’infanzia ci riporta gli aspetti i più candidi e i più crudeli, con una nota di umorismo che riconcilia con l’esistenza. Una scrittura che si presta particolarmente alla lettura dal vivo, perché per tutto il libro si ha la percezione che sia Momò stesso a raccontarci la sua storia ad alta voce.

I più deboli e la legge

Madame Rosà tiene a pensione i bambini figli di prostitute, che non possono occuparsene. Su di loro aleggia lo spettro del brefotrofio perché secondo la legge francese dell’epoca le prostitute non possono avere la patria potestà: “Ho visto io in casa nostra delle madri piangere: le avevano denunciate alla polizia in quanto si tenevano il marmocchio col mestiere che facevano e morivano di paura”, racconta Momò.

Una legge nata a protezione dell’infanzia, ma che si trasforma in un formidabile strumento di ricatto per le madri, e che terrorizza i bambini. Non ci sono commenti o prese di posizione da parte di Momò, solo la presa d’atto del reale. Ma il lettore è portato a porsi degli interrogativi: cosa vuol dire tutelare i bambini? Comprendiamo sempre tutti gli effetti, anche indiretti, dell’applicazione di una legge? A volte è meglio non normare? Cosa serve a un bambino per crescere? Cosa vuol dire educare e prendersi cura?

Un libro modernissimo

Domande complesse, che non hanno risposte semplici. Ed è il bello di questo libro, che sfiora leggero temi importanti senza edulcorare niente e senza spiegare niente: l’immigrazione, la marginalità, l’ebraismo, la demenza senile, l’eutanasia.

Il quartiere di Belleville a Parigi oggi
(Foto EQRoy)

“La vita davanti a sé” è un libro modernissimo, mai invecchiato, che ne ha anticipati tanti altri: il ciclo di Belleville di Daniel Pennac su tutti. Il narratore è Momò, ma la protagonista è Madame Rosa. Figura tragica e grottesca, con un ritratto di Hitler sotto il letto (per ricordarsi di avere una grossa preoccupazione in meno), dispensatrice di amore, che ci fa riflettere sul tema della “cura” dell’altro, specie quando i ruoli si invertono ed è il ragazzino Momò a doversi fare carico dell’anziana donna. Un atto di responsabilità, di amore, in un mondo dai valori distorti.

“La vita davanti a sé” è una minaccia

Per finire, una cosa che avrei dovuto dire fin dall’inizio: avere tutta la vita davanti, non è una promessa di felicità fatta al piccolo Momò, ma una minaccia: “Ho sempre notato che i vecchi dicono: ‘Sei giovane, hai tutta la vita davanti’, con un sorriso buono, come se gli facesse piacere. Sapevo che avevo tutta la vita davanti ma non me ne sarei certo fatto una malattia”, dice il piccolo protagonista. Ma anche nelle situazioni più tragiche e amare della vita si può sorridere, ed è la forza di questo libro, che tra le sue pagine ha anche una buona quantità di gioia.

Sito Fiato ai Libri

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