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Filamenti #11: «Rosmarino» di Candelaria Romero e tutte le volte in cui il teatro libera

Articolo. Quando uno spettacolo funziona, viviamo uno stato emozionale intenso che può essere liberatorio e, come dicevano i greci, «catartico». Così è nella recente creazione artistica di Candelaria Romero, dove i temi dell’accoglienza e dei diritti umani si traducono in una vicenda autobiografica capace di risuonare con i vissuti di tutti e di fornire nuovi strumenti per pensare a un mondo autenticamente più inclusivo. Lo spettacolo replicherà giovedì 15 giugno alle 20.45 nell’Oratorio di S. Teresa di Lisieux Concafiorita a Bergamo

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Il poster di «Rosmarino»

Nella mia esperienza artistica come regista, mi sono accorta con gli anni di quanto il cuore del far teatro sia intimamente connesso con la sua capacità di far vivere un’esperienza emotiva a chi vi prende parte. Che questa esperienza emotiva sia raggiunta scenicamente attraverso un rigoroso controllo tecnico ed estetico degli elementi della scena, come per esempio negli spettacoli del Teatro Tascabile, oppure con aderenze e affondi emotivi come nel teatro di Pippo Del Bono, poco importa. L’importante è che a chi partecipa dell’evento, qualcosa dentro si muova. Se non succede niente, se durante lo spettacolo uno pensa a quello che ha messo in lavatrice, qualcosa non sta funzionando.

Peter Brook comincia il suo famoso trattato sul teatro del 1968 «Lo spazio vuoto» descrivendo il «teatro mortale» come quel teatro dove, nonostante tutto sia ben costruito, ci si annoia profondamente. In questo tipo di teatro, la rigidità della forma, priva di contenuti emotivi, appiattisce la relazione e lo scambio tra il pubblico e la scena. Al contrario, il «teatro immediato» è quello che, partendo dalla verità emotiva che attori e pubblico condividono in un determinato spazio-tempo, fa nascere conversazione autentica, uno scambio emotivo, affettivo e di conoscenza.

Certo non tutti abbiamo le stesse reazioni. Una persona può essere più o meno coinvolta da un tema o preparata all’ascolto ma in generale, quando uno spettacolo funziona, è sempre percepibile una sorta di concentrazione collettiva che attiva uno stato emozionale intenso. Penso che il senso di questo antico rito collettivo sia, in definitiva, partecipare e godere di questa intensità. Naturalmente l’aderenza emotiva non significa appiattimento acritico. Al contrario, in teatro la dimensione critica è particolarmente potente perché ha sempre una base affettiva e non solo mentale e intellettuale. È nella risonanza degli affetti, degli stati emotivi, delle temperature tra performer e il pubblico che si negozia il senso dei contenuti della scena.
Ma come avviene questa risonanza?

Aristotele nella « Poetica » parla di «catarsi». Una sorta di “purificazione” intesa sia in senso mistico sia in senso medico, che gli spettatori sperimentano quando vanno a teatro. Il teatro imita la realtà, ne riproduce i fatti gravi, stimolando in chi guarda pietà, empatia, compassione, ma anche paura. In senso medico la catarsi del teatro funziona come una liberazione di tipo “omeopatico”, allude a uno svuotamento degli umori ristabilendo una sorta di equilibrio corporeo. In senso mistico, si tratta in modo simile di un tipo di rispecchiamento tra le emozioni dei personaggi e quelle del pubblico.

Questo rispecchiamento sollecita una reazione emotiva empatica, non mettendo tuttavia chi prende parte alla rappresentazione realmente in pericolo. Nell’esperienza teatrale viviamo o riviviamo attraverso chi è in scena emozioni intense, forti dentro un contesto collettivo controllato, che diventa il luogo dove queste emozioni le possiamo sbloccare e far scorrere. Molto bello è il libro di Guido Guidorizzi «Pietà e terrore. La tragedia greca» per Einaudi, dove l’autore racconta i meccanismi attraverso i quali il teatro traduce la materia informe delle emozioni nelle vicende dei personaggi, capaci ancora di risuonare con quello che siamo oggi.

Credo che a molte e molti spettatori sia capitato di provare questa sensazione, una specie di clic che scatta a un certo punto quando si assiste a un bello spettacolo. Un momento in cui, di colpo, si sente lo stomaco muoversi, gli occhi diventare acquosi e una scarica elettrica percorrere il corpo. Allora si prova un’unione intima con chi è scena, ci si muove mentalmente e affettivamente con lei e attraverso il suo movimento, che diventa anche il nostro, si percepisce l’intenso scorrere – insieme piacevole e doloroso – del vivere.

È così che mi sono recentemente sentita ad uno degli ultimi spettacoli di Candelaria Romero. Ho vissuto per buona parte dello spettacolo un costante senso di commozione, come se quel lavoro teatrale mi stesse aiutando a tirare fuori qualcosa di me. Lo spettacolo di Candelaria, diretto da Paolo Dal Canto, s’intitola «Rosmarino», è una storia autobiografica e parla della relazione di Candelaria e della sua famiglia con i due artisti Bernardo Kehoe e Guillermo Storni, con cui negli anni Settanta e Ottanta condivisero l’esilio dall’Argentina prima in Bolivia e poi in Svezia.

Candelaria è infatti una poeta e teatrante argentina naturalizzata a Bergamo, figlia di due scrittori che durante la dittatura furono costretti a lasciare il paese e a trasferirsi definitivamente in Svezia. Dopo essersi diplomata al liceo teatrale Svedese, Candelaria si è poi trasferita in Italia, dove dal 1992 lavora come autrice e attrice e scrive diversi libri di poesie.

«Rosmarino», che in spagnolo si dice appunto «Romero», racconta la storia di una famiglia in esilio, le cui vicende si intersecano con quelle di due artisti che condividono con i Romero le discriminazioni del regime. Tra il 1976 e il 1983, in Argentina, trentamila dissidenti politici, personalità della cultura e delle arti e persone comuni vengono illegalmente detenute dalle forze armate, torturate e assassinate. Tra questi, come è noto, sono perseguitati molti appartenenti alle comunità LGBTQ di cui Bernardo Kehoe e Guillermo Storni fanno parte, essendo entrambi omosessuali. «Rosmarino» parla quindi di esilio, discriminazione, paura, malattia ma soprattutto di condivisione, mutuo aiuto, accoglienza e dell’arte come forma di espressione e resistenza. Parla di come nelle difficoltà la solidarietà apra orizzonti di comunicazione non previsti, alleanze, famiglie di appartenenze geografiche e affettive diverse e in definitiva spazi di comunicazione e di bellezza.

«Rosmarino» è uno spettacolo che nel suo impianto scenico semplice trascina con sé nella storia. Con la forza della confessione intima, riesce a creare uno spazio d’intensità dove per un attimo siamo tutte e tutti figli della signora Romero e giochiamo sulle ginocchia di Bernardo o di Guillermo, ci emozioniamo alla vista delle loro creazioni artistiche, condividiamo le gioie e le pene del loro spostarsi tra Argentina, Bolivia e Svezia. «Rosmarino» disarma, consegnandoci una verità semplice della vita: esserci nel momento del bisogno per l’altro con reciprocità e autentica presenza crea legami che vanno oltre qualsiasi differenza.

Ho chiesto a Candelaria di raccontarmi come e perché ha costruito «Rosmarino».

CP: Com’è nato questo lavoro?

CR: Ho scritto questo spettacolo durante il primo confinamento da Covid. Telefonavo a mia madre quasi tutti i giorni e le chiedevo di raccontarmi storie e lei mi ha raccontato di Guillermo Storni, Bernardo Kehoe e altri artisti che ho avuto l’onore di conoscere e con i quali abbiamo convissuto durante l’esilio in seguito alle dittature latinoamericane degli anni Settanta. Questo spettacolo è dedicato a loro e parla dell’arte come forma salvifica, dell’accoglienza e dei diritti umani.

CP: Perché hai sentito il bisogno di scriverlo e metterlo in scena?

CR: Da tempo sento il bisogno urgente di ringraziare le persone importanti nella mia vita che, come Guillermo e Bernardo, mi hanno formata culturalmente. Ho imparato con loro che l’arte può diventare un esercizio quotidiano, gioioso e attento alle cose del mondo.

CP: Qual’ è il senso – penso anche al senso sociale – di questo lavoro?

CR: L’esilio che abbiamo vissuto insieme ha avuto un grande impatto su tutti noi. Credo sia importante ricordare quanto i regimi, le guerre e le discriminazioni possano condizionare la vita di una persona. In questo periodo particolare, in Europa, credo sia molto importante rimanere vigili sul tema dei diritti umani. La cultura può avere anche questo ruolo; il teatro può diventare un corpo vigile che con grazia e poesia, svela storie che ci portano a riflettere.

CP: Pensi che gli spettatori vivano un po’ una piccola catarsi vedendolo?

CR: Per me fare questo spettacolo è un esercizio di memoria. Ricordare ciò che è stato, l’esilio, le sofferenze, ma anche la gioia, è come volere dare spazio a una storia resiliente, nonostante tutto. Il teatro è per me un atto riparatorio, un’azione che riporta, narra e ricrea. Un po’ come si faceva nell’antica Roma, dove il teatro era un rito per ristabilire un equilibrio tra gli Dei e il mondo.

«Rosmarino», che comincia proprio ricordando il teatro greco-romano, ha l’anima del piccolo rito, capace di cucire insieme traiettorie diverse. Ed è dentro a questa traiettoria inaspettata tracciata da Candelaria che io, come persona appartenente alla comunità LGBTQ, ma anche come artista, ho risuonato e mi sono sentita capita, compresa e facente parte di una comunità ampia. Io credo che questo la cultura debba fare: creare connessioni non previste che aprano spazi nuovi di dialogo e conversazione. Penso anche che il teatro nella co-presenza dei corpi abbia forse oggi più che in passato, rispetto ai media digitali, il potere di creare il campo di risonanze emotive adatto a trasmettere questi contenuti. Il sapere è un fatto affettivo, prima ancora che cognitivo.

Se volete vedere «Rosmarino», lo spettacolo replicherà giovedì 15 giugno alle 20.45 presso l’Oratorio di S. Teresa di Lisieux Concafiorita a Bergamo; domenica 25 giugno alle ore 21 presso lo spazio di “Isabelle il Capriolo” a Ranica e giovedì 6 luglio alle ore 21 presso lo Spazio Rete Quinto Mondo a Brembate Sopra.

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