Riccardo Frizza, direttore musicale e artistico del «Donizetti Opera», approfondisce alcuni aspetti dell’edizione 2026 del festival che si terrà dal 13 al 29 novembre a Bergamo tra il Teatro Donizetti e il Teatro Sociale. Un programma che, accanto alle opere donizettiane, presenta un ricco palinsesto off e, concentrandoci sui titoli lirici, accosta due rarità, «L’esule di Roma» e «Alahor in Granata», a un titolo di repertorio sempre attuale per il soggetto metateatrale, «Le convenienze ed inconvenienze teatrali», capace di raccontare con ironia e grande qualità musicale il funzionamento del teatro. Tre opere diverse per natura e destino, che Riccardo Frizza ha scelto per costruire un festival sempre più orientato alla ricerca.
LL: Quella di quest’anno è a tutti gli effetti la sua prima stagione pienamente riconoscibile. Qual è la domanda musicale e teatrale che i titoli che ha scelto le consentono di affrontare?
RF: Portare in scena questi titoli è una scelta, non dico obbligata, ma necessaria dentro un percorso che stiamo costruendo anno dopo anno, fin da quando presi la direzione musicale. L’idea è riportare alla luce quelle che, secondo noi, sono opere importanti di Donizetti e che oggi non sono più presenti in repertorio, o perlomeno non lo sono state negli ultimi tempi. Così come l’anno scorso, con «Caterina Cornaro», abbiamo presentato la versione di Vienna che rispecchiava l’opera originaria concepita dal compositore, quest’anno vogliamo, con «L’esule di Roma», mettere in palcoscenico quello che riteniamo un importante titolo donizettiano, purtroppo uscito dal repertorio. «L’esule di Roma» è stato il primo grande successo serio di Donizetti ed è fondamentale capirne le ragioni: proviamo a rimetterlo in scena proprio per interrogarci su questo, per capire che cosa sia accaduto a un’opera musicalmente così rilevante, poi però progressivamente dimenticata. Per contrasto, affianchiamo a questo titolo un’opera comica, che ci parla di metateatro, in cui Donizetti mette sulla carta alcune idee davvero geniali. Ci sembrava giusto affiancarla a un titolo serio, proprio per far emergere, anche per differenza, la complessità del suo teatro. Infine, come già fatto negli anni precedenti, il titolo del progetto #Donizetti200 ci offre quest’anno la possibilità di portare in scena un’opera poco nota, se non addirittura sconosciuta. Non conoscevamo la prima vera versione di «Alahor in Granata», finché nel 2023, a Palermo, è stato ritrovato il manoscritto del 1826, e questo ritrovamento ha aperto uno spazio di lavoro completamente nuovo.
LL: Per riassumere?
RF: Ci sono tre motivi, uno per ogni titolo, molto chiari: alcuni più legati alla drammaturgia, altri più strettamente musicologici. «L’esule di Roma» per la riscoperta; «Le convenienze ed inconvenienze teatrali» per il gioco del metateatro; «Alahor in Granata» per il lavoro musicologico sulla prima versione. Ed è proprio l’intreccio di questi piani che ci spinge a mettere in scena questi tre titoli, dentro una stagione che vuole essere, prima di tutto, un luogo di ricerca.
LL: «L’esule di Roma» è un titolo in cui Donizetti lavora ancora dentro modelli consolidati, ma sembra già metterli in crisi: i personaggi non coincidono mai fino in fondo con il loro ruolo e la musica è chiamata a reggere una drammaturgia di grandi tensioni. Qual è il vero punto di interesse o la preziosità di quest’opera?
RF: La preziosità sta proprio in questo: nel fatto che Donizetti, pur trovandosi ancora nei primi tentativi di un grande dramma serio, comincia già a scardinare quelle che sono le strutture e le consuetudini del passato. È, da questo punto di vista, una forma di rivoluzione, o meglio, il segno di un coraggio: quello di mettere in discussione un sistema che fino a quel momento sembrava consolidato. Naturalmente non ci riesce subito, poiché è un processo che richiede tempo. È qualcosa che appartiene a tutti i compositori: anche Giuseppe Verdi, dopo di lui, impiegherà decenni per arrivare a rompere con il melodramma ottocentesco. Ma è proprio in questo primo tentativo che si coglie il valore dell’opera. Il punto di forza di «L’esule di Roma» sta quindi in questa tensione interna: da una parte una struttura ancora legata ai modelli del passato, dall’altra una spinta evidente a superarli. È vero, i ruoli non sono ancora pienamente compiuti, i personaggi non sempre coincidono con la tensione drammaturgica del testo musicale, ma proprio per questo noi la riteniamo un’opera importantissima, un passaggio necessario, e sicuramente un titolo che vale la pena rimettere in scena.
LL: «Alahor in Granata» viene presentata nella versione del 1826 grazie al ritrovamento dell’autografo. Quando si ha finalmente il testo originale, si è davvero più vicini al teatro di Donizetti, oppure emergono nuovi problemi di costruzione drammaturgica e musicale?
RF: Questi sono i problemi che si incontrano quando si decide di mettere in scena un’opera di cui, di fatto, non si ha alcun riferimento. È una condizione che abbiamo già vissuto: anche l’anno scorso, quando Francesco Micheli ha lavorato su «Caterina Cornaro», ci si è trovati davanti a una partitura formalmente in tre atti, ma con un atto che, nella sostanza, era poco più di un numero e mezzo. E diventa difficile fare delle scelte. Molto spesso ci si confronta con un testo che non offre molte possibilità, o che comunque non le offre in modo chiaro. Bisogna allora cercare di capire che cos’è davvero quell’opera, quale forma possa assumere in scena. Ma questa è anche, in fondo, la sfida di un festival che fa della base scientifica e musicologica il proprio fondamento. La mia visione per il festival non è quella di una programmazione che presenti semplicemente in scena i grandi titoli di repertorio, questa è una scelta che fanno già molto bene i grandi teatri. Il nostro compito è un altro: esplorare territori nuovi, che a volte sono anche, in un certo senso, minati, e provare a capire come affrontarli. Nel caso di «Alahor in Granata», il lavoro è proprio questo: interrogarsi sui cambiamenti che l’opera ha subito, sulle trasformazioni introdotte dallo stesso autore e nel corso del tempo, e capire se questi interventi siano nati da esigenze drammaturgiche, da qualcosa che non funzionava, o da tensioni interne alla partitura che rendevano difficile costruire un teatro coerente.
LL: «Le convenienze ed inconvenienze teatrali» è un titolo in cui Donizetti mette in scena il teatro stesso. All’interno del cartellone che cosa introduce questo sguardo sul teatro?
RF: Introduce, innanzitutto, la consapevolezza di quanto Donizetti avesse una straordinaria capacità di passare da un genere all’altro, con grande naturalezza, con grande facilità, e con un talento davvero evidente. È un elemento che, accostato agli altri due titoli, emerge con ancora più chiarezza: da una parte il dramma serio, dall’altra la riscoperta di una partitura meno nota, e qui invece un’opera che riflette sul teatro stesso. È anche il modo, per noi, di restituire un Donizetti completo, cioè di offrire al pubblico l’intero ventaglio delle sue possibilità espressive, senza ridurlo a una sola dimensione. In questo senso «Le convenienze ed inconvenienze teatrali» diventa un tassello fondamentale, perché introduce uno sguardo interno, quasi autoriflessivo, sul meccanismo teatrale. È un’opera che fa pensare, che diverte, e che dimostra anche una caratteristica molto semplice ma importante: la sua straordinaria attualità. È un titolo che può essere trasportato nel tempo e continuare a funzionare, perché la struttura e il concetto di Teatro che mette in scena sono ancora validi oggi, ancora pienamente funzionali.
LL: I tre direttori d’orchestra coinvolti appartengono a tradizioni e approcci differenti, dalla pratica del belcanto alla filologia. Che cosa le interessava verificare, attraverso questi diversi approcci, nella scrittura musicale di Donizetti?
RF: Partendo da Antonino Fogliani, l’ho invitato per la sua grande conoscenza di questo repertorio. È un direttore che dirige il belcanto in tutto il mondo, ma è anche uno studioso e una persona con una forte sensibilità analitica. Mi interessava proprio questo: avere una figura con un bagaglio culturale e scientifico solido, capace di affrontare «L’esule di Roma» non solo dal punto di vista musicale, ma anche da quello musicologico, cercando di scavare dentro la partitura. Per «Le convenienze ed inconvenienze teatrali» ho voluto invece coinvolgere Alberto Zanardi, giovane direttore italiano che ha già dimostrato, anche a Bergamo, un talento molto evidente. Ha affrontato partiture complesse con grande intelligenza e conosce molto bene Donizetti, perché è cresciuto dentro la fondazione e dentro il festival. In un titolo come questo, che è in parte da costruire, con materiali eterogenei, aggiunte, arie di baule, serve una figura capace di lavorare insieme alla regia, di costruire un percorso. Per il progetto #Donizetti200 ho invitato Chiara Cattani, che era già stata a Bergamo come fortepianista e continuista. Direttrice d’orchestra, proviene dal mondo della filologia musicale. È una specialista degli strumenti storici, tratto che per una partitura come «Alahor in Granata», proposta nella sua prima versione, è fondamentale. È, tra l’altro, la prima direttrice d’orchestra presente al festival, ed era un passaggio necessario. Serviva una figura in grado di muoversi tra orchestra, strumenti originali e lettura di un testo nuovo.
LL: Anche sul versante registico ha scelto figure con sensibilità, formazioni e rapporto con la scena diversi. Attraverso i loro sguardi, cosa le interessa far emergere delle possibilità teatrali contenute nelle opere di Donizetti?
RF: Per quanto riguarda i registi, ho cercato tre sguardi molto precisi. Ho scelto Katharina Thoma per «L’esule di Roma» perché, nei lavori che ho visto, mi è sembrata una regista capace di raccontare con chiarezza la drammaturgia e di far emergere le tensioni tra i personaggi. In un titolo come questo era necessario qualcuno che aiutasse a comprendere il senso della partitura e del testo. Per «Le convenienze ed inconvenienze teatrali» ho voluto il ritorno di Silvia Paoli, che aveva già lavorato a Bergamo. È una regista che oggi lavora molto, anche all’estero, e ha una verve comica molto naturale, immediata. È una qualità che appartiene anche alla persona e che, secondo me, era ideale per questo titolo, per restituirne il ritmo, l’ironia, la vitalità. Infine, al Teatro Sociale, per «Alahor in Granata», ho scelto Benedetto Sicca, che è anche drammaturgo e scrittore. Avevo visto un suo lavoro anni fa e mi aveva colpito molto. È un regista che ama questo repertorio, che si muove bene dentro strutture complesse e quindi mi è sembrato adatto per un titolo che richiede proprio questo tipo di sensibilità. In fondo, la scelta è stata quella di individuare registi e direttori capaci di entrare davvero dentro il teatro di Donizetti, ciascuno con il proprio sguardo, ma tutti coerenti con l’identità del festival e in grado di far emergere le diverse possibilità teatrali delle opere.
LL: Se questo cartellone mette a fuoco alcune tensioni interne al teatro di Donizetti qual è il passo successivo? In quale direzione immagina di muoversi nella prossima edizione del festival?
RF: Lo scoprirete. Preferisco non anticipare, anche perché è un percorso che si sta ancora definendo. Ci sarà una continuità rispetto a quest’anno, una continuità che non sarà però integrale, perché l’edizione prossima introdurrà anche alcuni cambiamenti, piccoli ma significativi. Rimane fermo un punto: il lavoro di riscoperta. Continueremo a muoverci in quella direzione, cercando di riportare alla luce titoli importanti. Ma non solo: ci saranno anche opere che, in realtà, non sono nemmeno da riscoprire, perché sono conosciute, e tuttavia vengono eseguite poco. Anche questo è un ambito che mi interessa molto esplorare. Per il resto, preferisco aspettare. Anche perché credo che il prossimo anno avrà un carattere in parte diverso rispetto alle edizioni precedenti del festival.
