Da qualche anno lo sguardo di Teatro Prova ha scelto di farsi più ampio, senza smettere di custodire ciò che già era. Accanto a rassegne con una programmazione che continua a mettere al centro infanzia e famiglie – cifra identitaria di oltre quarant’anni di attività – si è aperta una nuova finestra dedicata a giovani e adulti. Non un cambio di rotta, ma un ampliamento coerente: la scelta di affiancare al lavoro storico un percorso pensato per chi il teatro lo vive anche come formazione, ricerca, possibilità espressiva.
È da questa apertura che nasce « Oblò », rassegna che oggi rappresenta il volto più contemporaneo di Teatro Prova e che, come racconta il direttore dei corsi Stefano Mecca, è diventata uno spazio stabile di incontro tra scuola, scena e nuove drammaturgie. «Negli ultimi anni il numero di iscritti ai corsi per adulti è aumentati moltissimo», racconta Mecca. «Tra gli allievi abbiamo persone dai vent’anni fino ai sessantotto. A un certo punto noi insegnanti non riuscivamo più a rispondere da soli alla richiesta, abbiamo dovuto coinvolgere nuovi esperti. Così ci siamo interrogati anche sulle proposte: perché non dedicare a questo pubblico una rassegna?».
La quarta edizione
«Oblò» arriva quest’anno alla sua quarta edizione. È una vigilia: nel 2027 la rassegna compirà cinque anni. «Ci sentiamo un po’ come sotto l’albero», dicono. «Con gli occhi spalancati, ad aspettare di scoprire cosa c’è sotto la carta colorata». Nata nel 2022, la rassegna per il pubblico giovane e adulto ha progressivamente definito un orientamento preciso: «dare corpo alla parola». Una linea che attraversa tutti gli spettacoli in cartellone e che diventa dichiarazione poetica. «Anche quando non c’è, quando muore o è dubbiosa o è perplessa…». La parola come suono, frana, enigma, fraintendimento. La parola che si fa carne, gesto, danza, conflitto. Con questa progettualità, Teatro Prova, realtà storica di riferimento sul territorio bergamasco e non solo, sceglie di segnare una piccola di ri-nascita: nuova energia dentro una tradizione consolidata. «Apriamo un Oblò», dice Mecca, «per guardare oltre noi stessi».
La linea contemporanea che caratterizza gli spettacoli della rassegna non è frutto di una presa di posizione ideologica contro i classici. «Non c’è nessuno snobismo», precisa Mecca. «È accaduto quasi naturalmente perché la maggioranza delle proposte che arrivano parlano dell’oggi». Nel cartellone di Oblò dominano testi recenti, autori viventi, scritture originali. Una scelta che rispecchia ciò che accade anche dentro la scuola. Oggi molti allievi, anche nei corsi triennali, chiedono di portare sul palco testi propri. «Quando ho iniziato io, nei primi anni Ottanta, chi faceva teatro voleva diventare attore. Si studiavano Shakespeare, Pirandello, Beckett. Oggi il desiderio è diverso: c’è bisogno di raccontare la propria voce». È un cambiamento culturale che attraversa l’intero sistema teatrale. E «Oblò» si fa spazio aperto, luogo dove questo bisogno trova forma pubblica.
Il cartellone 2026
Il 28 febbraio si apre con « Crossroads », reading-concerto con testo di Giulia Stucchi: parola e musica si intrecciano sopra e attorno al blues, attraversando le biografie di Robert Johnson e Billie Holiday e le contraddizioni ancora aperte della storia americana. Recitazione e musica dal vivo convivono in un racconto che parla di diritti, violenza, radici e memoria. Il 15 marzo torna «Matriosche di polvere», scritto e diretto da Tommaso Vavassori. Una commedia quasi gialla ambientata nella campagna inglese del 1938, tra discendenti dei Romanov, identità nascoste e indizi da scovare. Qui la parola è enigma, gioco, indizio da risolvere.
Il 21 marzo, grazie al contributo di Fondazione Cariplo e in collaborazione con «Festival Danza Estate», arriva «Luisa», «Premio Scenario Periferie 2023», di e con Valentina Dal Mas. Una drammaturgia del corpo che incarna la fragilità come forza generativa. Lo spettacolo è preceduto dal laboratorio «Cucio i fiori per non farli morire», in cui danza, scrittura poetica e composizione floreale diventano linguaggio condiviso. Il 27 e 28 marzo debutta « Sunshine », nuova produzione Teatro Prova - «Oblò», testo di Roberto Traverso, con Stefano Mecca in scena e regia di Marco Raineri. Una parola-frana, che mette a nudo una mascolinità tossica e un tragico antefatto familiare. La parola qui diventa onda che travolge.
L’11 e 12 aprile debutta lo spettacolo vincitore del bando «OblòFF 2025/2026»: «Finché morte non li separi», scritto e diretto da Luca Ravelli, Riccardo Calicchia e Matteo Telesca. Tre coppie, un narratore, il nucleo fragile del rapporto amoroso. La parola-fraintendimento scava nel cuore delle relazioni.
«OblòFF»: il rischio della fiducia
Il cuore del progetto è proprio «OblòFF», il bando dedicato a ex allievi (e allievi attuali) della scuola. Basta che nella compagnia sia presente almeno una persona formata al Teatro Prova. «Non abbiamo premi veri e propri», spiega Mecca. «Ma offriamo uno spazio gratuito di prova, consulenze tecniche e uno sguardo registico. Per chi inizia, sono risorse fondamentali». I progetti vengono scelti sulla carta. Una scommessa. Un atto di fiducia verso drammaturgie che ancora non esistono. Negli ultimi anni le proposte sono quasi sempre originali: giovani tra i venti e i trent’anni che scrivono, dirigono, interpretano. La rassegna «Oblò» diventa così ponte tra scuola e professione, un luogo protetto dove misurarsi con il pubblico.
La nascita di «Oblò» è inseparabile dall’evoluzione della scuola. I corsi adulti più brevi – sei o sette mesi – sono sempre più frequentati. Il triennio professionalizzante, invece, registra numeri più contenuti. Questo ci parla dell’orizzontalità del linguaggio teatrale e del suo potere nel quotidiano: «Oggi molti si avvicinano al teatro per un’esigenza personale», racconta Mecca. « Insegnanti, avvocati, psicologi. Usano il teatro per comunicare meglio, per superare la timidezza, per conoscersi». Non è terapia, anche se il teatro ha una dimensione trasformativa. È allenamento all’ascolto, alla presenza, alla relazione. « In quarant’anni ho capito una cosa: il teatro serve di più a chi non vuole fare l’attore. A chi ha blocchi, difficoltà. Lì si vede davvero il senso del nostro lavoro», racconta il direttore.
Il nome stesso del Teatro Prova, voluto dal fondatore Umberto Verdoni, nasce da questa idea: il teatro come prova, come tentativo, come esercizio. Non solo le prove di uno spettacolo, ma il «mettersi alla prova» nella vita. Così «Oblò» raccoglie questa eredità e la rilancia. Unisce professionisti ed emergenti, ospitalità e produzioni interne, danza e parola, reading e drammaturgia originale. È una finestra aperta sulla contemporaneità, ma anche uno spazio di passaggio: tra formazione e scena, tra desiderio e mestiere.
In attesa del quinto compleanno, la rassegna sembra già aver trovato la propria identità. Dare corpo alla parola. Anche quando è fragile, dubbiosa, contraddittoria. Anche quando ancora non c’è. E forse è proprio questo, oggi, il gesto più politico del teatro: aprire un oblò e restare a guardare – insieme – ciò che accade fuori e dentro.
