Un minuscolo granello di sabbia entra in un’ostrica. Il mollusco al suo interno lo percepisce come un corpo estraneo e, per proteggersi, inizia a ricoprirlo di un materiale sicuro per i propri tessuti vitali prezioso agli occhi degli umani, la madreperla. Detta grossolanamente, è così che nascono le perle. Più o meno alla stessa maniera, il nostro corpo si difende da corpi estranei grazie ai macrofagi, che creano una sorta di capsula di tessuto fibroso intorno all’oggetto. In qualche modo questa scena si ripete anche a livello psichico: un qualche tipo di elemento estraneo, che viene dal mondo che ci circonda, “entra” nella nostra testa e noi creiamo intorno una struttura di pensieri, continuiamo a pensarci e a rimuginarci fino a costruire qualcosa di ben più grande e ingombrante di una perla, i famosi “castelli in aria” che, in gergo tecnico, sono definiti pensieri intrusivi.
È un’esperienza abbastanza comune e ha molte sfumature. Dalla canzone che non riusciamo a smettere di cantare nella mente – il cosiddetto «earworm», dall’inglese verme dell’orecchio, come un tarlo che entra da lì e non vuole uscire – a ossessioni vere e proprie; sembra che facciamo fatica ad abbandonare le perle del pensiero, e questo può diventare molto disturbante. Come se l’ostrica continuasse a ricoprire la perla facendola crescere sempre di più, incantandosi e innamorandosene per la sua lucidità sferica, fino a che questa occupa troppo spazio e diventa esageratamente ingombrante, paradossalmente soffocando l’ostrica stessa dal suo interno.
Abbiamo la convinzione di poter controllare i nostri pensieri , ma sono convinto che siano un prodotto della mente e del cervello su cui non abbiamo molto controllo, un po’ come avviene con la defecazione: naturalmente non ci identifichiamo con le feci, ma tendiamo a farlo coi nostri pensieri e, anche per questo, è difficile lasciarli andare. Come avviene anche per il respiro, che possiamo trattenere per un po’ di tempo (ma oltre un certo limite è impossibile), allo stesso modo, trattenere o controllare i pensieri è molto difficile. In un testo indiano sulla meditazione (purtroppo non riesco a ricordare quale fra quelli che avevo letto per la mia tesi di laurea, ormai più di venti anni fa) avevo letto più o meno che «il pensiero è una scimmia ubriaca punta da uno scorpione», immagine che rende vivamente l’idea di qualcosa fuori controllo.
La soluzione che viene proposta in vari contesti è la meditazione, che sia una delle vie orientali dello yoga o altre pratiche, o una più occidentalizzata come la mindfulness. Queste soluzioni in qualche modo coinvolgono spesso il respiro che, in quanto funzione semi-volontaria del corpo può fare da ponte fra volontà e funzioni involontarie. Non è detto però che le forme comuni di meditazione funzionino allo stesso modo per chiunque: sicuramente sono tecniche che vanno apprese con la pratica e non sempre il risultato desiderato è così immediato e a portata di mano come si potrebbe desiderare.
In maniera più semplice, Carl Gustav Jung consigliava di non pensare mai “a mani vuote” o, aggiungo io, può essere utile non restare nell’immobilità quando si pensa. Il rischio, restando immobili, è che il pensiero diventi come un criceto in gabbia che corre sulla ruota, muovendosi di continuo, facendo un sacco di fatica ma senza andare da nessuna parte.
Pensare in movimento passeggiando o anche soltanto camminando in una stanza – attività che può diventare volendo meditazione camminata, se ci aggiungiamo un’attenzione al respiro e una sorta di sincronizzazione fra passi e respiro – muovendo qualcosa in attività che possono essere semplici come scarabocchiare, o più complesse come dipingere o fare origami, può far uscire il criceto dalla gabbia di modo che continui a correre, ma quantomeno andando da qualche parte.
In una delle sue citazioni più belle, semplici e note Alexander Lowen, padre dell’analisi bioenergetica e fra i pionieri della psicoterapia a mediazione corporea, dice che «la via d’uscita è verso il basso», intendendo con questo verso i piedi, che simbolicamente sono le nostre radici e ci permettono di scaricare a terra carichi eccessivi (questo è in sintesi il concetto bioenergetico di grounding, che significa sia radicamento che massa a terra), ma anche nel corpo, in una dinamica con l’alto, cioè con la testa e la mente.
Massimo Biondi , psichiatra e professore ordinario di psichiatria, al congresso della Siab (Società Italiana di Analisi Bioenergetica) tenutosi a Ischia nel 2024, proponeva, come soluzione e “via d’uscita” dal pensare ricorsivo un grounding esteso e inteso non solo come radicamento verso la terra, ma anche come radicamento nel corpo e nei sensi, a partire dal tatto. Tutto ciò che ci riporta al sentire e al corpo, insomma, può attenuare la morsa del pensiero che, come molte persone sperimentano tutti i giorni, può diventare soffocante.
In qualche modo, mi pare che questa tendenza si ripeta, su scala più vasta, anche a livello collettivo nella nostra società, in cui il pensiero è elevato a funzione d’elezione per interfacciarsi con l’esistenza. Il problema è che troppo spesso il pensiero non è troppo funzionale: va benissimo per risolvere problemi, ma non per dirci cosa è giusto o sbagliato, o per farci capire cosa sentiamo o proviamo nei confronti di una persona o una situazione, per quello la funzione psichica più indicata è il sentimento (inteso come lo intende la psicologia analitica).
Il pensiero può ergersi e diventare dittatoriale, portando verso un eccesso di “razionalismo” che si può osservare in certe derive tecnocratiche che sembrano cieche e poco lungimiranti, nonostante guardino al futuro; nell’illusione che una crescita infinita, che magari nella mente funziona benissimo, possa essere realizzabile anche nella realtà con risorse finite. Forse anche la società rischia di perdersi in loop di pensiero senza fine e a volte sembra di essere criceti in una gabbia di razionalismo pragmatismo. In questo caso, forse, una possibile via d’uscita “verso il basso” può comportare da un lato una maggiore attenzione verso il sentire comune: nel profondo siamo animali con bisogni, fragilità, speranze e desideri simili, e dovremmo avere gli stessi diritti e possibilità. Dall’altro lato può essere un invito a non perdere di vista le fondamenta del nostro essere umanità e, prima ancora, pianeta.
Invece che «perle ai pòrci», il pensiero continua a pórci delle perle, perle che possono essere anche bellissime e a cui potremmo volere identificarci. Ma, come non ci affezioniamo (né ci vogliamo identificare!) alle nostre feci, per alleggerire le nostre vite può farci bene non affezionarci nemmeno alle perle del pensiero.
