L’intervista a Marco Valle, Direttore del Museo Civico di Scienze Naturali di Bergamo, si inserisce nel progetto editoriale che intende ritrarre la cultura bergamasca, restituendo un’istantanea delle istituzioni la animano. La conversazione si svolge in una delle sale del museo, circondati dalle collezioni, tra animali e reperti. A fare da sottofondo sono le voci dei numerosi giovanissimi visitatori, che attraversano gli spazi con curiosità e stupore.
LL: Il Museo di Scienze Naturali di Bergamo custodisce e interpreta un patrimonio che attraversa natura, territorio e conoscenza scientifica. In un tempo in cui il rapporto tra società e scienza è sempre più fragile e diseguale, quale funzione pubblica assume oggi il suo museo?
MV: Il Museo Civico di Scienze Naturali di Bergamo nasce da una lunga storia in cui il rapporto uomo-natura è profondamente cambiato, come mostra già l’esempio del naturalista Renato Pertini, per il quale, nella prima metà del Novecento, era normale abbattere un animale raro per esporlo. Oggi quella lettura appare fuori contesto, e il museo lavora per far comprendere la complessità di questi rapporti. Già nel 1972 il museo affrontava questi temi con una mostra sull’ecologia, quando il termine non era diffuso e mancavano normative sulla tutela ambientale. Da allora il legame tra museo, ecologia, natura e territorio si è fatto sempre più forte. La tutela passa dalla conoscenza: per proteggere la natura bisogna prima capirla. Per questo il percorso espositivo è pensato come esperienza diretta, anche attraverso i sensi: toccare, ascoltare, osservare. Si possono riconoscere gli animali dal canto o dalle tracce, imparando a guardare con maggiore attenzione ciò che ci circonda. Il museo diventa così un piccolo campionario della natura, necessariamente parziale, e la visita non si esaurisce nelle sale, ma deve continuare all’esterno, nell’ambiente reale. Gli elementi raccolti servono a stimolare una conoscenza più ampia e una relazione più consapevole con la natura.
LL: Le vostre collezioni, dalla paleontologia alle etnografiche fino alle raccolte legate al territorio, rappresentano oltre un secolo di ricerca e di collezionismo: che cosa raccontano della costruzione della cultura scientifica della città di Bergamo, che appare apparentemente poco scientifica?
MV: Bergamo non è affatto una città poco scientifica: ha avuto figure e scuole di grande rilievo, a partire da Lorenzo Mascheroni, che già a fine Settecento impostava l’insegnamento delle scienze sull’esperienza diretta, sul vedere e toccare prima di discutere. Da lì nascono istituti solidi, in cui non esisteva la separazione tra cultura alta e cultura tecnica: anche il Regio Istituto Tecnico formava attraverso la conoscenza della natura, delle pietre, delle piante, degli animali, perché era da lì che passavano tutte le attività umane. Le collezioni raccontano prima di tutto questo rapporto stretto tra museo e cittadinanza: donazioni, sottoscrizioni, oggetti raccolti e consegnati a quello che era il Museo Patrio. Ma raccontano anche il territorio e le sue trasformazioni, attraverso i ritrovamenti: il Mammut, per esempio, diventa simbolo proprio per questo passaggio da scoperta a patrimonio collettivo. Ci sono poi eventi fortuiti, come la frana della cava di Cene, da cui nascono ricerche che nel giro di pochi anni portano a risultati straordinari, come il ritrovamento nel 1973 di un rettile volante tra i più antichi conosciuti. Sono ricerche partite in modo quasi pionieristico, con mezzi minimi ma grande motivazione, e che hanno avuto un impatto internazionale: ancora oggi studiosi da tutto il mondo passano da Bergamo per studiare questi materiali. In questo senso, le collezioni raccontano una tradizione scientifica concreta, fatta di territorio, di persone e di lavoro, capace però di incidere nella conoscenza ben oltre la dimensione locale.
LL: La scienza è spesso percepita come una disciplina complessa, e gli allestimenti rappresentano il primo dispositivo di mediazione con il pubblico. Quali strategie narrative ed espositive adottate per trasformare contenuti specialistici in esperienze accessibili? E come stanno evolvendo in questo senso i linguaggi del museo?
MV: Personalmente sono molto legato agli allestimenti dei musei di scienze ottocenteschi, e continuo a pensare che i vecchi sistemi espositivi debbano rimanere. Accanto a questi devono però stare i nuovi metodi allestitivi e i nuovi strumenti. Il nostro museo ha ancora l’impostazione degli anni Sessanta, quando era la più attuale, e nel tempo si è evoluto: abbiamo introdotto vetrine tattili e una piantina tattile. Nel percorso si vede bene questa stratificazione: vetrine del primo allestimento, recuperi ottocenteschi, e poi interventi più comunicativi come il diorama del Triassico, che è una finestra su Bergamo di 220 milioni di anni fa e rende immediato quello che le didascalie spiegano. Ci sono anche allestimenti più interattivi, con strumenti multimediali, come nella sezione dedicata a Giacomo Beltrami, e progetti come quello sul Cervo di Sovere: un pezzo straordinario di cui conosciamo anche l’ambiente, perché si sono conservati i resti vegetali e animali. L’idea è quella di ricostruire questo contesto, uno spaccato di circa 700.000 anni fa, con un’ambientazione che permetta al visitatore di entrare dentro quel paesaggio. Allo stesso tempo, però, bisogna fare attenzione alla tecnologia: ogni strumento ha una durata breve e dei costi; quindi, va usato con misura dentro le scelte di allestimento. In tutto ciò il linguaggio deve restare scientifico ma essere comprensibile: non banalizzante, ma capace di riportare i dati e tradurre gli aspetti più tecnici.
LL: I musei scientifici sono spesso associati a una fruizione legata alla vita scolastica. Quanto questa immagine è aderente alla realtà? E quali pubblici adulti, specialisti e no, riuscite a intercettare, e quali invece restano esclusi?
MV: Il Museo è un museo frequentato soprattutto da famiglie. Il bambino viene, ma perché qualcuno ce lo porta, pensando che sia un’esperienza formativa. E qui, a differenza di altri musei, difficilmente si annoia: c’è interazione, c’è stupore, ci sono cose che non vede tutti i giorni. Questo pubblico è certamente centrale, ma con la pubertà si crea uno scollamento: l’interesse per la natura tende a diminuire. Tuttavia, oggi si vede anche un ritorno, con giovani adulti tra i venti e i trent’anni che tornano a frequentare il museo, cosa che prima era meno evidente. Il pubblico è comunque molto vario, anche grazie ai turisti, e comprende famiglie, scuole, giovani, insegnanti. Più difficile è capire chi resta escluso, perché per definizione non lo si vede. Però emergono situazioni curiose: persone che vivono accanto al museo e non ci sono mai entrate, segno che una parte della comunità, anche molto vicina, non viene intercettata. Le ragioni non sono chiare: non è un problema economico né di accessibilità, ma probabilmente di interesse o di abitudine. Ed è forse proprio qui una delle sfide: coinvolgere anche chi, pur vivendo a pochi passi dal museo, non sente la curiosità di entrarci.
LL: I musei sono stati storicamente anche luoghi di costruzione di sguardi dominanti sul mondo. In che modo il vostro museo rilegge oggi le proprie collezioni alla luce di queste consapevolezze, evitando narrazioni di tipo gerarchico?
MV: Naturalmente l’approccio è cambiato molto nel tempo. Interessante, al riguardo, è la storia dei materiali raccolti da Giacomo Beltrami: erano nati dentro una logica diversa e venivano esposti come testimonianza dell’esploratore bianco, una lettura poi ripresa anche nel Novecento. Negli anni Sessanta questo materiale viene tolto dall’esposizione e conservato, finché negli anni Settanta, in occasione del centocinquantenario del viaggio di Beltrami, cambia completamente lo sguardo: quegli oggetti iniziano a essere riletti per quello che rappresentano. Da lì si apre un percorso che arriva fino a oggi, con l’interesse prima degli studiosi e poi delle comunità native. Negli ultimi anni sono venuti anche rappresentanti delle popolazioni di origine, che hanno riconosciuto in quegli oggetti una parte della propria storia, arrivando a compiere gesti e rituali all’interno del museo. In alcuni casi il museo ha accolto queste richieste, come quando è stato chiesto di separare gli elementi di una pipa secondo il loro uso, mantenendo poi questa scelta anche nell’allestimento. Questo ha cambiato il modo di guardare alle collezioni, che non sono più solo oggetti esposti ma elementi di un rapporto con le comunità da cui provengono. Oggi, infatti, è in corso un dialogo con una comunità del Minnesota per portare temporaneamente questi materiali negli Stati Uniti, in una mostra condivisa. È una scelta non scontata, che va nella direzione di riconoscere il legame tra questi oggetti e le popolazioni che li hanno prodotti, dando anche a loro la possibilità di rileggerli. In questo senso, più che imporre un punto di vista, il museo cerca di aprire un confronto.
LL: Nei prossimi anni quale museo scientifico serve a una città come Bergamo per affrontare le sfide ambientali, educative e culturali del presente?
MV:Non è il museo, da solo, che può affrontare queste sfide. Il Museo può fare la sua parte, ma solo se esiste una rete più ampia: gruppi di cultori, persone sensibili, realtà attive sul territorio. E poi c’è la scuola, che resta fondamentale: è lì che si formano le menti, e l’insegnamento delle scienze dovrebbe essere meno sui libri e più sull’esperienza diretta. Il museo può essere un punto di riferimento, ma non un soggetto che risolve tutto da solo. Anche il futuro dell’allestimento va in questa direzione, cercando di rendere più evidente e comprensibile ciò che si conserva. Il progetto sul cervo di Sovere, per esempio, nasce proprio da questa esigenza. Per realizzare interventi di questo tipo servono però risorse, e qui torna il tema del coinvolgimento della comunità. In passato esistevano forme molto forti di partecipazione, come le sottoscrizioni pubbliche che permettevano di acquisire e valorizzare i materiali. Oggi queste modalità possono forse essere ripensate, ma pur sempre con l’idea di realizzare un progetto condiviso con la comunità. In fondo, la sfida è questa: non pensare al museo come qualcosa di separato, ma come un nodo dentro una rete più ampia, capace di attivare conoscenza, interesse e partecipazione.
