L’intervista a Roberta Frigeni, direttore del Museo delle storie di Bergamo, è parte del progetto editoriale che intende fotografare lo stato dell’arte della cultura bergamasca. La conversazione si svolge in una sala operativa del museo, spazio di lavoro più che di rappresentazione, dove prendono forma strategie, progetti e visioni. È un ambiente che restituisce con chiarezza l’idea di museo come processo, come costruzione condivisa e dinamica. Un museo, quello diretto da Frigeni, inteso non solo come luogo di conservazione, ma come parte di un ecosistema in cui patrimonio e comunità coincidono.
LL: Il Museo delle storie di Bergamo si definisce come un sistema diffuso che attraversa luoghi, archivi e narrazioni della città. In un tempo in cui l’accesso alla cultura resta diseguale, come questa articolazione si traduce in una possibilità praticata e condivisa di accesso alla Storia per la cittadinanza?
RF: Il passaggio da “sistema diffuso” a ecosistema segna una trasformazione sostanziale: museo e comunità non sono più realtà separate, ma parti di un unico organismo: il museo serve la città perché ne custodisce un patrimonio che le appartiene e deve esserle restituito. In questa dinamica, l’accessibilità non è un esito ma un principio fondativo, il primo servizio, la stella polare che orienta ogni scelta. Già dal 2017, attraverso un partenariato pubblico-privato particolarmente lungimirante con Fondazione Sestini, il museo ha intercettato con anticipo ciò che la museologia avrebbe poi riconosciuto come centrale, attivando piani triennali continui di digitalizzazione e catalogazione che, senza la pressione emergenziale del PNRR, hanno prodotto una crescita strutturata e coerente: 220.000 immagini digitalizzate e 126.000 catalogate, accessibili gratuitamente secondo standard internazionali. Ma questa accessibilità si regge su una vera e propria catena del valore, che parte dalla conservazione, con depositi climatizzati e infrastrutture avanzate, e si traduce in forme di restituzione come il visible storage, che rende visibile il lavoro archivistico oltreché il patrimonio. Il portale dell’archivio, nato in anticipo sui tempi, rappresenta oggi una soglia di accesso orizzontale e gratuita, ampliata tra 2024 e 2025 grazie all’accordo con la Camera di Commercio in un sistema integrato che comprende fotografie, archivi documentali, oggetti e cartografia. L’accessibilità si configura così come diritto reciproco e pratica concreta di restituzione del patrimonio, con una traiettoria che mira ora a colmare lo scarto tra virtuale e fisico, attraverso l’apertura dei depositi rifunzionalizzati.
LL: Con 202.173 accessi nel 2025 il Museo delle storie è il più visitato della città. Ma i numeri restituiscono chi entra, non chi resta fuori: quali pubblici non intercettate ancora? E in che misura queste assenze vi interrogano o incidono sulle Storie che il museo sceglie di raccontare?
RF: Il dato degli accessi impone di connettere qualità e quantità, facendo della lettura statistica uno strumento strutturale. Da questi dati emerge una composizione chiara: forte presenza delle fasce adulte (27-64 anni), buona risposta degli under 18 grazie a politiche di gratuità e al lavoro con le scuole, ma una difficoltà persistente nell’intercettare i giovani tra i 17 e i 27 anni, vera zona d’ombra. Parallelamente, i dati registrano un progressivo invecchiamento del pubblico, che interroga il museo non solo sul piano dell’offerta, ma su quello più profondo delle forme di relazione. Accanto a queste soglie anagrafiche, il tema più rilevante riguarda le categorie fragili, non tanto “escluse” quanto ancora non pienamente coinvolte: qui il museo riconosce un campo di lavoro aperto, che richiede competenze, lessico e metodologie specifiche. Negli ultimi anni i servizi educativi si sono strutturati in questa direzione, affiancando alla programmazione ordinaria percorsi formativi mirati. In questa traiettoria si inserisce un progetto sperimentale del campus estivo di quest’anno, che intreccia storia e teatro, realizzato in rete con soggetti territoriali, pensato come esperienza intensiva e relazionale per bambini tra i 6 e gli 11 anni. La scelta di lavorare su piccoli gruppi, garantendo gratuità a una quota significativa di partecipanti provenienti da contesti socioeconomici fragili, indica uno spostamento dall’ampliamento quantitativo all’intensità qualitativa dell’esperienza. In linea con la definizione «ICOM 2022» e con la «Convenzione di Faro», il museo assume così la partecipazione come categoria chiave: non solo accesso, ma costruzione condivisa di relazioni che rendono il patrimonio effettivamente culturale.
LL: Il tema dei “nuovi pubblici” è oggi centrale. Quale ruolo giocano la scuola e il dialogo con i nuovi cittadini, intesi sia come nuove generazioni sia come nuove componenti della città? E in che modo un museo storico può attivare nuovi processi di partecipazione? La scuola è ancora il primo mezzo di approdo?
RF: Il rapporto con la scuola resta un perno strutturale, non tanto per i numeri quanto per la qualità di una proposta che si fonda sulla capacità di ascolto e adattamento: non solo alla scuola, ma alla singola classe, costruendo percorsi su misura. In questa direzione si inserisce anche la recente messa a sistema delle proposte didattiche su piattaforma digitale, che rende trasparente l’offerta senza sostituire il rapporto diretto, ritenuto insostituibile. La specificità del museo si radica però soprattutto nella centralità del patrimonio: archivi e collezioni non sono un supporto, ma il punto di partenza e di ritorno dei percorsi educativi, capaci di connettere documenti e luoghi, conoscenza e territorio. A questo si affianca un uso consapevole della multimedialità, intesa non come fine ma come strumento che, quando resta ancorato alle fonti, mantiene efficacia nel tempo e sostiene il lavoro educativo. La scuola resta dunque un primo accesso, ma non più l’unico: il museo riconosce la pluralità dei pubblici e ha progressivamente ampliato le proprie competenze per intercettarli, estendendo l’azione anche all’università e ad altri interlocutori. In una logica di museo-ecosistema, la partecipazione si costruisce così su più livelli, mantenendo nella scuola un fondamento solido ma aprendosi a una relazione più ampia e articolata con la città.
LL: Se la Storia è un dispositivo di costruzione identitaria, il museo diventa uno spazio in cui le persone cercano non solo conoscenza, ma la possibilità di riconoscersi come individui e come cittadini. In che modo il Museo delle storie tiene insieme il racconto storico con questo bisogno? E quanto questa tensione incide sulle vostre scelte curatoriali?
RF: Incide in modo determinante: il caso più emblematico è il museo Bergamo 900, dove la costruzione curatoriale si è sviluppata come processo partecipato, orientato al riconoscimento oltre che alla conoscenza. Qui l’identità è intesa come rispecchiamento: conoscersi e riconoscersi, soprattutto in un Novecento ancora prossimo, sospeso tra memoria e storia. Le scelte espositive nascono da un lavoro lungo e stratificato che integra rigore scientifico e ascolto della comunità: donatori, depositanti e cittadini hanno contribuito non solo con oggetti, ma con memorie e narrazioni, incidendo direttamente sulla curatela. Il percorso si struttura su quattro coordinate (tempo, spazio, audiovisivo e oggetto) che articolano le fonti in forme diverse: la linea cronologica, la grande mappa territoriale con luoghi trasformati, le clip audio-video e una selezione di oggetti “parlanti”, attivati da dispositivi sonori che ne restituiscono le storie. In questo modo il museo costruisce un ambiente in cui l’informazione si intreccia con l’esperienza, e il visitatore non solo apprende, ma riconosce frammenti di sé e della propria comunità. La tensione tra racconto storico e bisogno identitario diventa così criterio curatoriale, orientando scelte che mettono la comunità al centro e fanno del museo uno spazio condiviso di memoria e cittadinanza.
LL: Guardando ai prossimi anni, quale Museo delle storie serve a Bergamo perché la storia continui a essere uno spazio condiviso e non divisivo? E quali trasformazioni, nei linguaggi, nelle competenze e nella funzione pubblica, ritiene oggi indispensabili?
RF: La visione futura del museo si fonda su due direttrici complementari, già definite nel prossimo piano triennale, capaci di rifondarne identità e funzione. Il primo riguarda il Convento di San Francesco come luogo in cui le radici, fatte da archivi e collezioni, diventano realmente attive e a tutti gli effetti accessibili: nuovi depositi rifunzionalizzati, pensati non solo per conservare ma per essere visti e compresi; e un hub dei servizi educativi capace di mettere in relazione diretta patrimonio e pubblici, in una continuità tra permanente e temporaneo, tra ricerca e restituzione. La seconda direttrice investe invece il ruolo pubblico assunto, dal 2018, dal museo nella valorizzazione del patrimonio Unesco della città: qui il museo è chiamato a farsi presidio attivo di tutela, uscendo da sé e assumendo una responsabilità più ampia, che riguarda non solo i propri visitatori ma l’intera città. Questo implica un cambio di sguardo: orientare i flussi, educare a un turismo culturale lento, capace di abitare il patrimonio anziché consumarlo. In questa prospettiva, il museo agisce sull’attualità e sui comportamenti, traducendo il proprio ruolo in una pratica concreta di relazione con il territorio, in cui l’accesso, l’uso e la permanenza diventano parte stessa della sua funzione.
