L’intervista a Lorenzo Giusti, direttore della GAMeC, segna una nuova tappa, la quinta, del progetto editoriale che osserva il sistema culturale bergamasco attraverso le sue istituzioni. La conversazione indaga il museo come luogo che ascolta, che apprende, che costruisce relazioni e accetta di essere trasformato dai contesti che incontra. Progetti come «Radio GAMeC» e «Pedagogia della speranza» emergono come dispositivi che ridefiniscono tempi e modalità della fruizione culturale. Affiora così un insieme di pratiche che mettono in discussione i modelli tradizionali, ridefinendo il rapporto tra istituzione, artisti e pubblici in chiave partecipativa. Al centro, l’idea che il museo possa essere oggi uno spazio di co-produzione culturale, in cui il sapere si costruisce insieme e nel tempo.
LL: Nel documento «GAMeC 2030. Il museo che trasforma» delineate un’istituzione capace di agire oltre il perimetro espositivo. «Radio GAMeC» ha portato il museo nello spazio pubblico come piattaforma editoriale e partecipativa; «Pedagogia della speranza» ne assume oggi la dimensione dell’apprendimento come asse curatoriale. Quali elementi di queste esperienze stanno ridefinendo l’identità di GAMeC?
LG: «GAMeC 2030. Il museo che trasforma» è un documento di visione che immagina il museo nel suo percorso di crescita. L’idea di fondo è che, trasformando sé stesso, il museo possa ambire a cambiare il contesto attorno a sé. In questo percorso «Radio GAMeC» assume un ruolo fondamentale. Sino dalla sua nascita questa piattaforma ha contribuito in modo decisivo a spostare l’identità della galleria da luogo di esposizione a infrastruttura culturale diffusa. Credo che abbia dimostrato che il museo contemporaneo può esistere anche come spazio discorsivo, come piattaforma di produzione e circolazione di pensiero, capace di attivarsi al di fuori delle proprie mura fisiche. Con «Pedagogia della speranza», il programma del 2026, che prevede anche una nuova stagione di «Radio GAMeC», questo passaggio si radicalizza: l’apprendimento non è più un ambito parallelo alla programmazione, ma diventa il suo asse portante.
LL: Nel documento vi proponete il superamento di un modello di fruizione culturale “famelico” in favore di forme capaci di rispettare tempi e spazi di riflessione. «Radio GAMeC» ha costruito un dispositivo di dialogo continuo con artisti, studiosi e protagonisti della cultura contemporanea. Che cosa vi ha insegnato questa esperienza sul rapporto tra museo, artisti e pubblici?
LG: «Radio GAMeC» ci ha insegnato che il tempo dell’ascolto è una risorsa fondamentale, e che costruire relazioni durature è più significativo che inseguire una logica di consumo rapido dei contenuti culturali. Il dispositivo radiofonico, per sua natura, invita a una fruizione più lenta, riflessiva. Questo ha trasformato il rapporto tra museo, artisti e pubblici in una relazione meno gerarchica e più dialogica. Gli artisti non sono più soltanto produttori di opere, ma interlocutori attivi all’interno di un processo condiviso; i pubblici non sono destinatari, ma partecipanti a una costruzione di senso. L’esperienza della radio ha rafforzato l’idea che il museo possa essere uno spazio di co-produzione culturale.
LL: Il piano 2030 parla di un dipartimento formazione che «insegna a imparare» e di un museo inteso come laboratorio di cittadinanza. Che cosa significa assumere la pedagogia come pratica critica e partecipativa come asse curatoriale della nuova programmazione?
LG: «Insegnare a imparare» vuol dire creare le condizioni perché i pubblici sviluppino strumenti critici autonomi, non trasmettere contenuti in modo unidirezionale. In questo senso, la curatela si avvicina alla pedagogia quando diventa pratica di mediazione, di attivazione di domande più che di produzione di risposte. Il museo, quindi, si configura come un laboratorio di cittadinanza perché offre uno spazio in cui esercitare il pensiero critico, confrontarsi con la complessità e sperimentare forme di partecipazione. È un luogo in cui non si apprende l’arte, ma differenti modi osservare nel mondo attraverso l’arte in tutte le sue forme.
LL: In che modo GAMeC oggi si lascia trasformare dai processi che attiva? E quale responsabilità pubblica sente di dover assumere oggi?
LG: Se prendiamo sul serio l’idea freiriana di educazione come pratica di libertà, dobbiamo accettare che anche l’istituzione non possa rimanere invariata. I processi partecipativi che attiviamo, dai progetti territoriali alle piattaforme come la radio, non sono semplicemente strumenti, ma dispositivi che mettono in discussione le nostre modalità operative. GAMeC si lascia trasformare nel momento in cui accetta di non avere un controllo totale sugli esiti e di rivedere le proprie priorità alla luce delle istanze che emergono dalle comunità, come è successo con «Il Biennale delle Orobie - Pensare come una montagna». Questo implica una responsabilità: quella di essere un’istituzione permeabile, capace di ascolto, e al tempo stesso rigorosa nel costruire contesti di qualità.
LL: «Pedagogia della speranza» è anche il titolo della nuova stagione di «Radio GAMeC», la settima, che sarà un progetto collaterale della Biennale di Venezia e che verrà inaugurata proprio in occasione dell’apertura dell’esposizione. I contenuti prodotti confluiranno quindi sia nell’archivio storico della Biennale e in quello di GAMeC. Quanto è importante per un museo costruire un archivio orale di conoscenza condiviso? E che ruolo può avere oggi un dispositivo di questo tipo nel pensiero contemporaneo?
LG: Costruire un archivio orale oggi è un atto civico. In questo siamo coerenti con le origini della GAMeC, che nasce come galleria civica. In un contesto frammentato come quello in cui viviamo l’idea di sedimentare voci e pensieri significa cercare di dare valore alla durata e alla memoria. Un archivio come quello di «Pedagogia della speranza» non sarà soltanto una raccolta di contenuti, ma un’infrastruttura di conoscenza accessibile, che può essere riattivata, reinterpretata, messa in relazione con altri contesti. È uno spazio in cui il sapere non è fissato in modo definitivo, ma rimane aperto. Credo che oggi un museo debba assumere anche questa funzione: contribuire alla formazione di un pensiero collettivo che possa evolvere nel tempo.
