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Diario di Luccicanza – 3a parte

Articolo. L’ultimo capitolo del racconto di Silvia Barbieri, la regista della Festa delle Luccicanze, riguarda il dopo. Ovvero ciò che rimane del videoracconto che ha chiuso il progetto sull’accoglienza al femminile “Sei la benvenuta”

Lettura 4 min.

Epilogo e prologo

Sei la benvenuta.
Non importa da dove arrivi,
se sei scappata da un dolore
o hai inseguito un sogno,
se non hai una casa, un lavoro
o indossi un velo,
se parli un’altra lingua e sei smarrita,
se preghi Allah o ti sei prostituita.
Non sono qui per giudicare,
voglio solo allungarti una mano,
offrirti un sorriso
e dirti che ce la puoi fare.
Voglio andare oltre le apparenze,
superare le differenze,
voglio guardare alla donna
che ho davanti
con le sue fragilità e i suoi bisogni,
mostrarle il suo potenziale,
ascoltarla e cercare insieme
nuove strade.
Se accantono il mio ego,
se la smetto di pensare
che quel che ho è solo mio
e lo condivido,
se apro la visuale
e lascio fare al cuore
riconoscerò una sorella,
perché questa è la verità
e allora saprò capire,
saprò trovare i modi e le parole,
saprò infonderle speranza
e costruiremo insieme
un futuro migliore.

La riporto interamente la poesia che Alessandra Chiavegatti, magistrato e poetessa di vocazione, ha scritto per la Festa delle Luccicanze.
È stata lei, bella come una fata nordica, ad aprire il videoracconto trasmesso sabato 20 giugno.

Al terzo piano del palazzo Sesaab ci sono gli studi di Bergamo Tv e di Radio Alta.
È tutto pronto, l’atmosfera è quella di una prima teatrale. O forse lo è nella mia immaginazione.
Daniela è elegante, in nero, Teo ha una giacca newyorkese che scintilla, gli operatori sono ai loro posti.
Non potremo stare insieme e vicini. Ancora prudenza.

La diretta radio è cominciata da mezzora e scalda gli animi. “L’albero” di Jovanotti è la canzone messa in onda. Teo ha stampato le parole di una hit di forte emozione. Ripete il suo benvenuta! e ci ricorda che il solstizio d’estate è foriero di buoni auspici. Che vengano, dunque!

A tratti Daniela ed io interveniamo divertite. Mi dicono che sono agitata: cerco il telefono, non vedo la mia borsa, ho il dubbio di aver lasciato le chiavi nella vespa parcheggiata di sotto… vabbè.
Ho lavorato per più di trentacinque anni in teatro e per la tv. Ma questo è il mio debutto di regia televisiva. Regalo del covid. Grazie. Non sarebbe successo.

Il pubblico da casa ci segue anche su Facebook e sul web, alla fine della serata conteremo più di 32000 presenze.
Il desiderio ora si fa accadimento: il pubblico seduto sulle poltrone e sui divani del salotto interagisce, telefona, manda messaggi e successivamente anche scatti fotografici di condivisione.
Teo ogni venti minuti tra un tempo e una pubblicità restituisce tutta la sua partecipazione viva e pulsante che riempie il mio teatro immaginato. E noi esultiamo e ringraziamo.

Il videoracconto è cominciato con tanta luccicanza: tutto scorre con armonia, come volevo. Maurizio aveva ragione di accorciare alcuni passaggi. Come in sartoria, il taglio dell’abito fa la differenza.

Guardo e ascolto le donne: si parte dalla storia del proprio nome, dal diventar donne, dall’esser femmina. Le lettrici sono brave, appaiono sicure, rilassate, luminose.
La drammaturgia prevede un lento addentrasi in temi che diventano più intimi, personali. L’abitare la propria casa, il sentirsi a casa, l’appartenere alla casa della terra.
L’esser femmina donna madre moglie; amata e picchiata.
Storie di donne maltrattate, offese, discriminate.

Cinque bambine si rimbalzano in una storia di pregiudizi e bullismo tra i banchi; altre voci rivendicano orgogli femminili di culture ed etnie.
Un caleidoscopio che incanta. Chiuse nelle sale regia interveniamo con Teo in Skype durante le pause previste. Siamo separati dai vetri, ci vediamo, ma ci piacerebbe stare insieme.

Anche davanti alla televisione l’umano ha bisogno di corpi e presenze. Di corsa, come ladri ci riuniamo tutti alcuni secondi per scattare una foto. Il desiderio di fermare attimi condivisi è grande.
I messaggi nel sottopancia dello schermo scorrono ininterrotti dandoci in diretta il desiderio del pubblico di dire la sua, di farsi sentire.

Fotografie, fanno a gara. Lisa dalla Val Cavallina spedisce la sua con la mamma e la nonna: tre generazioni davanti allo schermo. Ecco abbracciate le nostre attrici ucraine, mamma e figlia. I parenti di Giulia salutano dall’Isola d’Elba. Cartoline di volti umani sorridenti.
Tra le tante mi sorprende il saluto festoso di due bimbi: li riconosco! Sono alunni di Grone a cui ho fatto teatro.

Ci stanno guardando proprio in tantissimi. Anche i bambini.
Giovanna, una delle lettrici, mi racconterà che il suo bambino di 7 anni ha voluto vedere tutto quanto. Fino alla fine. E la sua mamma aveva letto a metà serata. L’attenzione dei più piccoli è sempre stata, per noi teatranti, la temperatura di quanto fosse interessante il nostro lavoro.

Mi vengono in mente le parole di un grandissimo maestro e regista inglese, Peter Brook: “un pubblico di bambini è il migliore dei critici. I bambini non hanno preconcetti si interessano immediatamente o altrettanto istantaneamente si annoiano...” (Peter Brook, “La Porta Aperta ed Anabasi” p. 50).
E anche la loro presenza in scena è evento.

Elisa è la bambina che appare avvolta di luccicanza in momenti topici dei racconti: è bella, corre e gioca. Era arrivata per caso al casting con la sua mamma Daniela.
Ora in video fa poesia.

È l’infanzia che esplode nella tenerezza della sua gemmatura. È metafora parlante: ogni donna si porta dentro la bambina che è stata, una bimba che chiede sicurezza e pace per poter diventare donna.

Gli scorsi giorni quotidiano, web e tv hanno creato aspettative e curiosità. Poi più di cento donne coinvolte e le associazioni amiche hanno contagiato gli sguardi che ci stanno seguendo. Cristina ha fatto saltare una cena in un ristorante stellato. E Roberto ha litigato con la tv che aveva perso il canale ripiegando sul computer. Penso a mio papà, seduto sulla poltrona che non perde un fotogramma.

Un grande evento che unisce il senso etico del suo obbiettivo con quello estetico, in un inno alla femminilità, a tutte le sue bellezze e contraddizioni.

Tra gli interventi della radio ho inserito anche un collegamento inatteso: un omaggio comico che l’amica Carmen Pellegrinelli, attrice e regista trasferitasi a Copenaghen, ha preparato per la Festa. La caricatura della professoressa Facciulli che sbaglia a collegarsi con la classe riprende il tema della fatica di comunicare in lockdown, e nel tentativo di farlo, l’irruzione nelle case e nella privacy delle persone.
Per fortuna la presenza della Preside, la Regina Elisabetta di Inghilterra, la fa desistere dal continuare a cercare collegamenti con la classe che ormai se ne è andata.
Carmen dalla sua Danimarca è stata vicina alla nostra città, con i suoi irriverenti ed esilaranti videomessaggi che ti fanno essere orgogliosa di conoscerla.

Mancano venti minuti alla mezzanotte e tutto sta per finire. Sono esausta. Teo vorrebbe arrivare allo scoccare del solstizio, ma abbiamo chiesto tanto ai nostri spettatori e spettatrici che ci hanno inondato di complimenti ed emozioni.
I titoli di coda scorrono ed è una carrellata di foto di Marta. Ci sono tutte e tutti: una grande comunità unita in un progetto. Che luccica.

Mi viene in mente Italo Calvino: nelle sue “Lezioni Americane” non concluse la sesta, “Del cominciare e del finire”. E io mi sono immaginata che era destino non finirla.
Nel girotondo dei bambini ognuno è l’inizio ma anche la fine. È finito tutto, ma no, forse comincia.

Comincia una nuova luccicanza che rimbalzando di storia in storia è entrata nelle case e nei cuori. Sono cominciati nuovi complimenti, nuovi scambi di emozioni tra le partecipanti, le autrici e il pubblico. Sono state tutte regine, protagoniste.
Mi piace pensare che sono cominciate nuove consapevolezze e nuovi ascolti. Nuova autostima e nuovi sorrisi. Nuovi sguardi. Nuovi stupori. Nuove visioni, nuove appartenenze e accoglienze.

Sì mi piace pensarlo.

Mini-sito Festa delle Luccicanze

(foto Marta Belotti)

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