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Come hanno vissuto il lockdown gli orti urbani di Bergamo e provincia (che ora ripartono più verdi che mai)

Articolo. A colloquio con quattro realtà ortofrutticole bergamasche, che hanno imparato a navigare nella tempesta della pandemia. E ora sono pronte a mettere di nuovo a disposizione per grandi e piccini quel contatto con la natura che ci è tanto mancato in quarantena

Lettura 4 min.
L’orto urbano della Valle della Biodiversità di Astino

Una piccola rivincita contro l’avanzamento del cemento e delle costruzioni, un ritorno a quella dimensione naturale a cui tutti aneliamo nel profondo, la riscoperta dell’autoproduzione del cibo che portiamo in tavola: è questa la magica dimensione degli orti urbani, piccoli e grandi appezzamenti di terra all’interno dei confini cittadini, coltivati a livello comunitario.

In bergamasca gli esempi sono innumerevoli e molto più sfaccettati di quello che si potrebbe credere a un primo impatto. Abbiamo intervistato i responsabili di quattro orti urbani, per scoprire come hanno affrontato la pandemia e come si sono rimessi in gioco dopo la fine della quarantena. Il primo è l’orto solidale di Ranica, gestito da un gruppo di pensionati che mette a disposizione il proprio tempo libero per fare del bene alla comunità, distribuendo i frutti del lavoro tra le famiglie in difficoltà. Poi c’è Ortinsèma di Astino, iniziativa di un gruppo eterogeneo di giovani accomunati dalla passione per la natura e per il mangiare sano.

Il terzo è il Ludo-Orto, l’orto didattico della Ludoteca Redona, che intende sensibilizzare i bambini e le loro famiglie sulla preziosità dello spazio pubblico, sul prendersi cura di qualcosa che appartiene a tutti. E infine la Valle della Biodiversità di Astino, sezione dell’Orto Botanico “Lorenzo Rota” di Bergamo, un museo all’aperto dedicato alle piante orticole, connesso a maglie strette con il territorio e le scuole.

Ludo-orto della Ludoteca di Redona

La dichiarazione dello stato di emergenza e la sempre più stringente quarantena hanno avuto il loro impatto su ognuna di queste realtà. Innanzitutto c’è stata, per alcuni, la difficoltà a portare avanti le incombenze quotidiane di mantenimento. “Essendo classificati come servizio all’infanzia, abbiamo chiuso i battenti praticamente subito, insieme alle scuole”, sottolinea Eliseo del Ludo-Orto, “quindi c’è stata oggettiva impossibilità di prendersi cura delle attività agricole. Avevamo interlocuzioni con le scuole e progetti in corso, ma abbiamo dovuto abbandonare tutto”.

Altri, come l’orto solidale di Ranica, dopo un primo momento di incertezza sono riusciti a ottenere il permesso di recarsi sul posto per portare avanti le colture, similmente alla Valle della Biodiversità, in possesso di deroghe per la tutela del patrimonio culturale. E poter continuare a coltivare ha fatto per alcuni un’enorme differenza: “Nonostante l’ovvio ritardo causato ad alcune coltivazioni, il lockdown ha avuto qualche lato positivo”, secondo Riccardo, tra i soci fondatori di Ortinsèma, “per chi di noi lavora in ospedali e supermercati, poter uscire di casa e portare avanti la propria passione, pur nel pieno rispetto delle regole di sicurezza, è stato una valvola di sfogo mentale, un vero aiuto, anche perché le situazioni famigliari sono state molto pesanti in certi casi”.

La luce in fondo al tunnel si è però pian piano palesata per tutti, con risvolti talvolta inaspettati. “Il post-lockdown ci ha portato un sacco di nuove iscrizioni”, continua Riccardo: “ La quarantena ha evidentemente spinto tante persone a tornare alla natura. Li chiamiamo ’i figli del covid’ e sono stati una piacevole sorpresa per noi. È confortante sapere che così tante persone siano disposte a mettersi in gioco, a fare un passo che comunque richiede tanto impegno, tanto sacrificio e tanto tempo rubato ad altre attività”.

L’orto, al contrario nostro, non si è mai fermato”, racconta Eliseo del Ludo-Orto, “quando siamo riusciti ad accedere nuovamente, ci siamo accorti che more, lamponi e fragoline avevano continuato a crescere, gli arbusti di salvia e alloro erano diventati enormi, alcune rose erano rifiorite. La vita aveva continuato a proliferare: l’abbiamo interpretato come un segno di rinascita”.

Ortinsèma

Anche la Valle della Biodiversità, pur con un diverso bacino di utenza, ha visto piacevoli cambiamenti rispetto alla routine pre-coronavirus: “Pur nel rispetto di tutte le regole di sicurezza dettate dalla fase 2”, spiega Gabriele Rinaldi, direttore dell’orto botanico di Bergamo, “è iniziato un importante flusso di bergamaschi, che ha compensato le scuole e i turisti e che abbiamo letto in termini positivi: vuol dire che questo periodo di difficoltà ha avuto il risvolto positivo di far aumentare l’interesse nei confronti delle tematiche ecologiche e ambientali ”.

Rispettare le misure di sicurezza significa reinventare non solo le modalità di coltivazione, ma anche le interazioni, le iniziative e gli eventi. Così è stato per l’orto solidale di Ranica: “Si lavora con la mascherina e i guanti, ci si lava le mani, si usa il gel, si condivide un piccolo spuntino a metà mattina a debita distanza”, racconta Osvaldo. “ Quest’estate abbiamo organizzato laboratori con i ragazzi delle scuole medie e superiori, che, con le dovute precauzioni, in coppia e distanziati, procedevano al diserbo, alla piantagione, alla picchettatura, alla coltivazione e al trapianto in pieno campo. Ci stiamo dando da fare per operare con la massima collaborazione”.

Ortinsèma ha inaugurato una serie di iniziative a sfondo sociale: “Con la fase 2 abbiamo organizzato alcuni eventi, finalizzati a raccogliere fondi per i professionisti e le associazioni che durante il lockdown avevano dovuto sospendere le proprie attività ”, racconta Riccardo, “Abbiamo ospitato lezioni di yoga e un piccolo concerto di musica africana in collaborazione con un’associazione che era rimasta bloccata perché non poteva tenere corsi. Sono piccole cose per cercare di tenere vive le numerose associazioni del territorio bergamasco: facciamo del nostro meglio per fare network e dare una mano”.

In mancanza di collaborazioni con le scuole, la Ludoteca Redona si è invece reinventata come centro estivo in collaborazione con il territorio. “Abbiamo costruito un progetto di sei settimane con giochi e laboratori, tra cui il Ludo-Orto, di cui ci siamo presi cura: dal diserbare le piante indesiderate al piantare fiori, lattuga, basilico e a piccoli lavori di manutenzione. Quando i bambini sbagliavano a tagliare una pianta, che a loro sembrava indesiderata, spiegavamo che andava bene lo stesso, perché questo è un luogo di scoperta e sperimentazione: si può sbagliare e fare tentativi, non c’è un rigore scientifico da perseguire a tutti i costi ”.

L’orto urbano della Valle della Biodiversità di Astino
(Foto Collaboratore Eppen)

E il futuro? Specialmente con l’incertezza legata alla ripartenza delle scuole, ognuna di queste realtà si trova a fronteggiare sfide non indifferenti. C’è chi pensa in grande, progettando di coinvolgere il territorio: la Valle della Biodiversità avrà un importante ruolo nella formazione degli orticoltori urbani, porterà avanti le Aste biodiverse, un’occasione di scoperta dell’importanza della biodiversità e della stagionalità, e proverà a riproporre un’iniziativa affossata dal lockdown, quella dei boschetti scolastici.

L’Ortinsèma punta sull’insegnamento ai più piccoli e sta cercando collaborazioni con le scuole, similmente al Ludo-Orto, che però si trova a fronteggiare una piccola grande difficoltà: la presenza dei nonni, che spesso accompagnavano i nipotini alla ludoteca. “Siamo in una fase di riprogettazione in funzione delle incognite che ci ruotano attorno”, specifica Eliseo, “Le idee non ci mancano, ma dobbiamo capire quali saranno realizzabili. Per il momento puntiamo tanto sull’orto, che è all’aperto e permette un rapporto con la natura, secondo noi indispensabile in questo periodo”.

Su una linea simile, le proiezioni di Osvaldo, dell’orto solidale di Ranica: “Speriamo vivamente che ci sia abbastanza affluenza da parte dei genitori, perché il nostro scopo è proprio quello: lavorare in sinergia con le famiglie, coinvolgerle nel progetto di autogestione e trasmettere loro l’importanza della coltivazione naturale ”.

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