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Da Rossino al Monte Spedone per i magnifici panorami della Val San Martino

Racconto. Un itinerario affascinante tra l’orrido del Gallavesa e i crinali del Resegone, perfetto per chi cerca luce e panorami anche nei mesi invernali

Lettura 7 min.
Tramonto sui laghi brianzoli

Quando dai colli brianzoli si volge lo sguardo a nord-est per ammirare il Resegone, si rimane colpiti dalla profonda gola che si origina dai suoi contrafforti meridionali e si spinge verso il lago di Garlate: è l’orrido del Gallavesa. Tale forra sorprende sia per la profondità (arriva a 300 metri di altezza) che per la larghezza (pochi metri nel punto più stretto). Come ali di gabbiano, a destra e a sinistra della gola, si aprono due fasce rocciose calcaree estreme per la loro verticalità: ad ovest i precipizi del Pizzo di Vicerola mentre ad est le falesie della Costa di Sopracorna. È in questa zona, poco frequentata, in cui oggi ci avventuriamo: rappresentano il lembo estremo di un territorio che fino 1992 era bergamasco a tutti gli effetti e che oggi invece nobilita la provincia di Lecco.

Scegliamo di partire da Rossino, frazione collinare di Calolziocorte, posta a 400 metri di quota in posizione panoramica sul lago di Garlate. Rossino è famosa per il suo castello realizzato come presidio militare dai Romani per il controllo della via che collegava Bergamo a Como. Nel XIII secolo il presidio divenne una vera e propria fortezza difensiva, di proprietà della famiglia Benaglio. Nel XIV secolo, il castello fu una roccaforte guelfa nelle efferate contese con i ghibellini e, successivamente, passò alla famiglia Rota, che lo trasformò in una piazza commerciale dedicata principalmente al commercio della lana. Sotto il dominio veneziano si intensificarono le attività commerciali del maniero con la gestione dei traffici di vino, biade e pesce. La struttura è ancora ben conservata e conserva tracce del suo passato medievale, come il mastio, il palazzo principale e due torri. Oggi la struttura è stata trasformata in una location per eventi e matrimoni.

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Panorami dalla Sopracorna
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La Sopracorna vista dalla croce di Vicerola
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Il Resegone con l’orrido del Gallavesa

Il motivo di tale scelta è legato alla curiosità che scaturì al termine di una precedente escursione in cui avevamo colto la bellezza dell’orrido del Gallavesa e la maestosità della Costa di Sopracorna. Ci incamminiamo sulla provinciale per Erve, senza timori legati al traffico che qui è pressoché inesistente. Dopo i primi passi già si intravedono dinnanzi a noi le ardite pareti che contornano l’orrido. Scrutando con attenzione si colgono, incastonate tra le rocce, la croce di Vicerola, a sinistra e, sulla destra, la cappelletta bianca della Madonna del Corno…viste da qui sembrano irraggiungibili.

Dopo circa un chilometro raggiungiamo il bivio con il sentiero CAI 831, diretto a Erve. Prima di approcciare al sentiero ci concediamo una capatina lungo la provinciale per cogliere la spettacolarità della strada e il panorama sull’orrido del Gallavesa. La strada è un capolavoro d’ingegneria d’inizio Novecento: attraversa la gola con un sinuoso percorso scavato nella roccia a sbalzo sul precipizio…si rimane a bocca aperta! Ho provato a scattare alcune foto ma non rendono l’idea della profondità e dell’asprezza del luogo. Il nome Gallavesa deriva dalla radice prelatina gal, «ruscello», rafforzata dal termine vesa, «acqua», di radice indoeuropea.

Torniamo al bivio per incamminarci sul sentiero. Siamo sull’antica mulattiera utilizzata per secoli dagli abitanti di Erve per raggiungere Calolziocorte. È un percorso molto suggestivo, incastonato nella roccia e recuperato al transito nel 2015, dopo un’importante opera di messa in sicurezza. Nella prima parte la mulattiera sale ripida a gradoni per poi elevarsi con alcuni audaci tornanti da cui si colgono scorci impressionanti sul canyon e vasti panorami sulla valle dell’Adda. In pochi minuti si raggiunge la cappelletta dedicata alla Vergine Maria Assunta (610m), luogo di devozione per gli ervesi. Al suo interno spicca un luminoso affresco dell’Assunzione realizzato nel 1981.

Accanto alla cappella c’è una croce metallica, eretta nel 1961 in sostituzione della precedente, di legno. Il panorama è meritevole di attenzione. Dalla croce notiamo un folto gruppo di climber impegnati sulla parete rocciosa della Fracia, la parte più verticale della Costa di Sopracorna. Qui sono state aperte alcune impegnative vie di arrampicata, molto apprezzate dai rocciatori per la favorevole esposizione al sole che consente di arrampicare anche in pieno inverno. La difficoltà delle vie ci viene dimostrata in diretta da un paio di voli dei climber in azione, penzolanti nel vuoto. Fortunatamente le vie sono ben attrezzate e i voli sono molto brevi.

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Rossino e Calolziocorte dalla Sopracorna
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La selletta oltre la Sopracorna
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Verso la cima dello Spedone

Dalla cappelletta la mulattiera procede in falsopiano addentrandosi nel bosco per giungere al cimitero di Erve. Noi invece prendiamo il sentiero diretto al Monte Ocone e al Pertüs che risale un paio di facili roccette nei pressi della cappelletta. Si sale con decisione nel bosco che ricopre il versante settentrionale della Costa di Sopracorna. Qualche spiraglio nel bosco lascia intravedere il borgo di Erve che si incunea verso il Resegone. Il terreno presenta un curioso fondo fatto di piccoli frammenti di selce rossa, la medesima roccia che caratterizza i sassi d’intorno e che contraddistingue la parete d’arrampicata precedentemente descritta che, guarda caso, viene anche chiamata «Corna Rossa». Azzardo ora un affondo toponomastico: non è che il nome del borgo di Rossino sia da collegare a questa caratteristica colorazione delle rocce soprastanti l’abitato? Alcuni studiosi sostengono che Rossino derivi da un nome personale, Rossi o Rossino, ipotesi che non soddisfa la mia curiosità. Mi spingo oltre nell’azzardo: e se invece fosse da ricollegare al termine dialettale ròs , gregge, a suggello della storica vocazione pastorizia degli abitanti della zona?

Giunti a quota 815 metri il sentiero sfiora una prima volta il crinale per poi riguadagnarlo cento metri più in alto. In entrambe le occasioni vale la pena portarsi sul filo di cresta, seguendo le tracce sul terreno, per cogliere i meravigliosi panorami mozzafiato. Occorre solo un pizzico di prudenza evitando di sporgersi sull’orlo del precipizio. Il sentiero arriva ad una bella sella pratosa a quota 971 metri dove, in basso, si intravede il paese di Carenno mentre dinnanzi a noi spicca il Monte Spedone, nostra prossima meta.

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Capanni sul crinale dell’Uselanda
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Scorci sul Resegone
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Il passo di Pertulena

Alla sella prendiamo il sentiero di destra (831B) che procede in piano nel bosco toccando un baitello per poi pervenire ad un dosso chiamato «Pian Sugàc» (938m), punto d’incontro con i sentieri provenienti dalla conca di Carenno. Il sentiero principale prosegue pianeggiante in direzione nord-est verso il Passo Pertülena. Per raggiungere invece la cima del Monte Spedone occorre risalire la traccia che segue il crinale. Si toccano un paio di capanni prima di raggiungere la cima (1110m). La delusione è tanta…la fitta vegetazione inibisce ogni qualsivoglia brama panoramica…non ci resta che proseguire sul crinale nord-est in direzione del Passo di Pertülena.

Se la cima dello Spedone non merita attenzione, al contrario questo tratto di sentiero rappresenta una splendida vetrina sul mondo venatorio: lungo il crinale si susseguono una serie di esemplari di roccoli e capanni di caccia. Non per niente la zona viene chiamata «Uselanda». Su un cartello si legge: «Ambito territoriale di caccia meratese». Giunge legittima la domanda: «Cosa c’entra Merate con Carenno?». Ebbene scopro che l’ambito territoriale meratese comprende tutta la Brianza e si spinge fino ai contrafforti del Resegone.

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Il monte Spedone con il passo di Pertulena e il monte Ocone
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Carenno
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Verso Carenno

Dopo aver catturato alcuni scorci furtivi sul Resegone, raggiungiamo il Passo Pertülena (1046m), valico di collegamento tra la Valle di Erve e la conca di Carenno. Qui prendiamo la strada agrosilvopastorale che, in leggera salita, attraversa le pendici meridionali del Monte Ocone e conduce al Pertüs. È pomeriggio inoltrato e decidiamo di rinunciare alla cima dell’Ocone per evitare le ombre serali sulla via del rientro. Guadagniamo perciò rapidamente l’ex convento del Pertüs (1185m) – si transita appena al di sotto – già oggetto della nostra attenzione in una precedente occasione.

Iniziamo ora la discesa sempre seguendo la strada sterrata diretta a Carenno. Si toccano le cascine di Monte Basso (1056m) e, successivamente, le assolate contrade rurali di Caversano (900m) e Boccio (840m). Da Boccio il sentiero CAI 817 conduce a Carenno in prossimità dell’oratorio di San Domenico (662m), meritevole di una sbirciatina. Ci troviamo in quella che è stata ribattezzata «la valle dei muratori», dove è stato allestito un museo all’aperto che racconta l’operosità e la perizia degli uomini che per secoli si sono prodigati nella costruzione di case, mulini, strade, muretti e terrazzamenti.

Raggiungiamo il cuore di Carenno (635m) e ci concediamo un giretto per le viuzze del centro storico che conservano il fascino d’un tempo. Ci portiamo in via Alessandro Manzoni dove inizia il sentiero diretto alle contrade di Fontanella, Erola e Oneta. Il percorso è agevole e, in pochi minuti, raggiungiamo le case della contrada Fontanella (717m), molto rustiche e in parte malmesse. Qui ci imbattiamo in Francesco e Graziano, due cugini che hanno sistemato la casa natale del nonno che qui ha sempre vissuto. Ne approfittiamo per scambiare due parole: «Si chiama Fontanella perché poco sopra c’è una bella sorgente presso cui, da piccoli, andavamo a prendere l’acqua per la casa. Qui era tutto coltivato, ricordo le piane coltivate a mais e frumento. C’erano anche molti alberi da frutto, tra cui numerosi ciliegi, una gioia per noi bambini. Tra coltivazioni, prodotti dell’orto e del bosco e animali il cibo, fortunatamente, non mancava. Oggi a Fontanella non abita più nessuno ma spesso saliamo per tenere in ordine la casa del nonno e la contrada. C’è sempre da faticare!».

Chiedo a Francesco se si sente più bergamasco o lecchese. Lo sguardo è molto eloquente: «Magari fossimo ancora sotto Bergamo, erano tempi di buona amministrazione. Questa contrada è sempre stata legata a Carenno anche se è frazione di Calolziocorte. Mia nonna andava a messa a Carenno. Non esiste una strada d’accesso e qui si arriva solo per sentieri. Quello verso Carenno è in ottime condizioni, mentre quello diretto a Calolzio…mamma mia!». Chiedo se c’è una chiesetta: «No, non c’è nulla di religioso ed è per questo che mio nonno ha realizzato quella» e ci mostra una nicchia ricavata nel muro dove c’è una statuetta di Sant’Antonio Abate. «È il santo protettore degli animali». Ci congediamo da Francesco e Graziano non prima di aver scattato una foto ricordo.

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Erola
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Oneta
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Tramonto a Oneta

Riprendiamo il cammino in direzione di Erola. In effetti il sentiero non è in buone condizioni, comunque percorribile senza difficoltà. Si passa attraverso vecchi terrazzamenti, un tempo tutti coltivati mentre oggi sono invasi dal bosco. Erola (624m) è un pugno di case, anche queste piuttosto malmesse ma con affaccio strepitoso sul lago di Garlate. Nella dimora meglio conservata un gruppo di giovani passa il tempo in allegria in attesa della grigliata serale. Due di loro qualche anno fa hanno iniziato a sistemare la casa del padre, si sono appassionati ed ora salgono spesso nel tempo libero. Hanno anche fatto l’orto.

Da Erola scendiamo a Oneta per una stradella cementata. Oneta è un borgo ben sistemato con residenti e case moderne (ci arriva la strada…). Da Oneta una ripida strada selciata, molto sdrucciolevole in caso di pioggia, ci riconduce a Rossino.

P.S. l’escursione qui descritta è lunga 13,5 chilometri con un dislivello positivo di 900 metri. Non ci sono difficoltà tecniche. Calcolare 4/5 ore di cammino. L’unica acqua presente sul percorso si trova presso l’oratorio di San Domenico a Carenno e nella contrada Erola.

Tutte le foto sono di Camillo Fumagalli

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