L’estate del 2026 sta allungando i suoi caldi tentacoli fino alle soglie dell’autunno. Questa anomalia climatica regala la possibilità di programmare gite in quota senza il rischio di imbattersi in neve o ghiaccio. Questa escursione si spinge in alta Valle Brembana, in terra di Carona, per andare alla scoperta dei monti Masoni e Venina attraverso un itinerario ricco di spunti storico-paesaggistici inaspettati e capace di regalare prospettive insolite rispetto ai classici itinerari che risalgono questo ramo della valle del Brembo.
La vocazione mineraria di Carona ha origini millenarie: l’estrazione e la lavorazione dei minerali del ferro risalgono con certezza al tempo dei Romani che proprio qui costruirono un forno fusorio ma è anche ipotizzabile uno sfruttamento delle risorse minerarie al tempo dei Celti. L’attività estrattiva raggiunse il suo apice sotto il dominio veneziano. A Carona, alla fine del Seicento, le miniere di ferro attive erano ben 23, alla pari di Valtorta, l’altro importante centro minerario brembano.
Sempre in quel periodo però si iniziarono a cogliere le prime avvisaglie di una profonda crisi che investirà il settore nei decenni successivi. Molte miniere cominciarono a chiudere ed anche i forni di Branzi e Carona smisero di funzionare a tempo pieno concentrando l’attività solo in un paio di mesi l’anno. Le cause furono molteplici: l’eccessiva lontananza delle miniere dai forni con le relative difficoltà di trasporto del materiale estratto, l’arretratezza degli impianti e la difficoltà ad operare interventi di ammodernamento a causa della notevole frammentazione delle proprietà, la concorrenza di piemontesi e austriaci. Tuttavia, il motivo principale venne evidenziato dal Maironi da Ponte a fine Settecento. Il noto naturalista bergamasco infatti attribuiva tale crisi all’indiscriminato disboscamento attuato nei due secoli precedenti che: «ha reso realmente insufficiente il prodotto di quelle selve a fornire il carbone artificiale per più di un forno all’anno con vero discapito di quella popolazione».
Di quel selvaggio disboscamento ne cogliamo ancor oggi gli effetti: i boschi che ricoprono quasi tutte le vallate delle Orobie arrivano a malapena a 1600m di quota mentre in altri territori alpini e prealpini gli stessi si spingono facilmente oltre i 1800/2000m di quota. Nell’arco di mezzo secolo il tracollo dell’economia mineraria locale divenne drammatico: nel 1742 a Carona erano attive soltanto 4 miniere (Carisole, Monte Sasso, Venina e Pietra Lavorata). La crisi mineraria accentuò fortemente il fenomeno migratorio che, per altre ragioni, era già iniziato nei secoli precedenti. Nel 1770 il capitano veneziano Tomaso Mocenigo scriveva: «gli abitatori della Valle, né avvezzi che al travaglio del ferro, senz’altro mestiere ed industria ed altro modo per sussistere, passano a procurarsi il vitto nel Milanese, nel Piemonte, ne Svizzeri, ne la Francia, ne Stati Pontifici, ne la Toscana ed indi a certa stagione ritornando a vedere le proprie famiglie, vi portano l’estero denaro con cui le alimentano per tutto l’anno».
Le miniere di ferro videro una breve ripresa in epoca napoleonica, determinata dalla necessità di produrre armi ma, con l’avvento austriaco, miniere e forni andarono inesorabilmente incontro al definitivo tramonto. Una dopo l’altra chiusero le miniere di Carisole e monte Sasso (entrambe in territorio di Carona), i forni di Branzi e Carona e nel 1828 anche quello di Lenna. Chi scelse di non emigrare si reinventò nel mestiere di boscaiolo e mandriano. La lavorazione del ferro rimase viva sin quasi a fine Ottocento solo nei paesi di Averara, Ornica, Valtorta e Cassiglio, che si erano specializzati nella produzione di chiodi di ogni genere.
Torniamo al nostro itinerario. Ci incamminiamo di buon mattino lungo la strada che conduce al rifugio Calvi (sent. CAI 210). Raggiungiamo la contrada Pagliari quando ancora il sole non è sbucato a riscaldare i tetti di ardesia. Pagliari era un nucleo abitato piccolo ma abbastanza importante perché rappresentava l’ultimo avamposto sulla via che da Carona conduceva alle miniere, ai pascoli e ai valichi con la Valtellina. A fine Ottocento questa frazione contava ottanta abitanti (oggi è abitata soltanto nei mesi estivi) e in quel periodo, sotto la spinta all’alfabetizzazione voluta dal governo sabaudo, sorse una piccola scuola che accoglieva 14 scolari all’interno di una stalla. Sarebbe interessante approfondire uno studio sull’influsso che la componente olfattiva esercita nei processi di apprendimento…
Non amo camminare lungo la strada del Calvi nei mesi estivi, sempre affollata e percorsa da jeep, pertanto, raggiunta la località Dossi (1.475m), deviamo per il sentiero 209 diretto in Val Sambuzza. È una variante che allunga un poco il percorso (20’ circa) ma risulta più appagante da un punto di vista naturalistico e paesaggistico. Subito ci troviamo immersi nei silenzi di una fitta abetaia che ci accompagna fino alle baite della Forcella (1580m), splendidamente ristrutturate. Saliamo ancora un poco per giungere ad una grande penzana (1738m), ricovero per animali di pertinenza della vicina casera Val Sambuzza, oggi trasformata in rifugio privato.
Intercettiamo il sentiero delle Orobie Occidentali (CAI 208) che, con percorso assai gradevole, ci consente di riconnetterci alla strada che conduce al rifugio Longo. Questo tratto è particolarmente intrigante perché si procede tra larici, pascoli e qualche baitella con scorci meravigliosi sui monti che formano la conca del Calvi. Giunti sulla strada del Longo, la seguiamo per un chilometro e mezzo cogliendo interessanti prospettive sul lago di Cavasabbia e la valle del monte Sasso fino al bivio con il sentiero 254 (1920m), diretto al passo Venina (il cartello è poco sopra la strada). Il rifugio Longo è dinnanzi a noi, a poca distanza e vi faremo tappa sulla via del ritorno.
Il sentiero 254 sale a tornanti con pendenza molto regolare per giungere ai pascoli della baita Masoni (2088 m), ormai ridotta a un ammasso di ruderi. La regolarità del tracciato non lascia dubbi: ci troviamo sulla ex strada militare di accesso alla linea Cadorna, avamposto difensivo del primo conflitto mondiale posto sulla linea spartiacque con la Valtellina. Dalla baita si continua a salire in un ambiente ora più roccioso, sino a guadagnare il crinale a quota 2509m. Di quel che rimane delle opere della linea Cadorna si possono ancora notare i lavori di consolidamento del tracciato in corrispondenza di torrenti e cascatelle con muretti a secco ancora in ottimo stato di conservazione e le rovine di una piccola caserma militare (a quota 2350m) composta da due locali, tutta realizzata con muri a secco.
Non si vedono invece i resti di trincee vere e proprie probabilmente perché non erano necessari in quanto il terreno sul versante valtellinese è talmente roccioso e a precipizio che l’unico possibile pertugio di transito era, ed è ancor oggi, il passo di Venina. Da quota 2509m si apre una splendida vista verso nord sulla sottostante Val Venina con il suo lago e, in lontananza sulle Alpi Retiche. Volgendo lo sguardo all’indietro si coglie anche la vastità del panorama delle Orobie.
Il sentiero 254 continua verso est abbassandosi al passo di Venina, noi invece ci manteniamo sul sentiero del crinale che procede nella direzione opposta. Storicamente i collegamenti tra la Val di Fondra e la Valtellina avvenivano principalmente attraverso i passi di Dordona e Tartano. Con minor frequenza si utilizzavano anche i valichi di Publino e Venina. Questi ultimi erano percorsi soprattutto dai pastori diretti in Svizzera con le loro greggi di pecore. Gli alpeggi della Valle di Carona erano invece oggetto di transumanza delle mandrie di mucche in senso inverso, cioè dall’Alemania (Germania) all’Italia. A testimoniarlo il Da Lezze che, nel 1596, parla di traffico di vacche «conducendosene ogni anno in questo comun intorno ai 200». Per contro gli abitanti della val Fondra acquistavano «parte del vino in Valtulina». Una guida militare del 1913 indica i tempi di percorrenza necessari a coprire la distanza tra Carona e Fracati, antica località del fondovalle valtellinese oggi inglobata nel paese di Piateda: occorrevano dieci ore di cammino. Faccio un rapido calcolo: sono circa 30km con 1600m di dislivello positivo…ebbene, un escursionista mediamente allenato non impiegherebbe di meno!
Il sentiero marcia in direzione della cima di Venina (2624m), deviando sul lato brembano poco prima della vetta. Consiglio la breve e poco faticosa variante per guadagnare la panoramica croce del Venina da cui è possibile reimmettersi sul sentiero principale scendendo lungo il facile crinale ovest del monte. Intercettato nuovamente il sentiero principale, si giunge ad una ampia sella occupata da una pietraia che lascia supporre che un tempo si cavasse il minerale di ferro anche a queste quote…il paesaggio è lunare!
Vengo improvvisamente sopraffatto da un senso di malinconia al pensiero che solo due anni fa, nel mese di agosto, in questo punto camminavamo sulla neve…
La cima del monte Masoni è dinnanzi a noi, poco lontano. Risaliamo una conca zigzagando tra ciuffi d’erba e pietre fino a raggiungere la croce (2663m). Il colpo d’occhio sulla Val Sambuzza con i suoi laghetti naturali è splendido mentre più desolante appare la vista del lago artificiale di Publino, quest’anno ridotto a una pozza d’acqua.
Restiamo in contemplazione dello spettacolo che questa vetta regala, occasione anche per un ripasso di tutte le cime da qui traguardabili. Dalla cima del Monte Masoni esiste una traccia che conduce alla vicina cima del Pes Gerna (da cui si può scendere in Val Sambuzza) ma è un percorso assai insidioso che non mi sento di consigliare.
Torniamo invece sui nostri passi fino a quota 2220m dove, su un dosso pascolivo sopra la baita Masoni, si diparte la deviazione per il rifugio Longo (cartelli indicatori). Abbandoniamo quindi il sentiero 254 e prendiamo la traccia che, dopo essersi abbassata di pochi metri, si immette sulla condotta che raccoglie le acque minori dei torrenti che scendono dal passo di Venina per farle confluire nel lago del Diavolo. È un percorso pianeggiante e assai divertente perché si sviluppa in gran parte sul muretto della condotta. In un punto addirittura si passa attraverso una piccola galleria dove alcune prisme di cemento consentono di procedere senza bagnarsi i piedi. Il tratto finale, in prossimità del lago, corre su una facile cengia rocciosa, piuttosto aerea, con alcune corde fisse che agevolano la progressione. Inutile dire che anche il lago del Diavolo quest’estate è in netta sofferenza idrica...il paesaggio è spettrale!
Scendiamo al rifugio Longo che brulica di gente, molti dei quali sono bikers. Ancora una volta il rifugio si conferma una certezza per la qualità della sua cucina. Ben rifocillati e con il sorriso nell’animo ci incamminiamo sulla via del ritorno verso Carona. Non ci concediamo ulteriori deviazioni (anche se il lago di Cavasabbia è lì sotto di noi ad attirarci come una sirena di Ulisse) e puntiamo dritti in paese.
P.S. L’escursione qui proposta è lunga 22 chilometri con 1600m di dislivello positivo. È priva di difficoltà tecniche ma richiede un buon grado di allenamento. Per chi è poco avvezzo ai dislivelli c’è sempre la possibilità di usufruire del servizio jeep navetta a pagamento che consente di partire dal rifugio Longo, abbreviando notevolmente il percorso.
