È un’estate impegnativa dal punto di vista climatico. Le torride temperature della quarta ondata di caldo africano impongono ancora una volta la necessità di progettare escursioni con partenza in quota. Foppolo, grazie ai suoi 1600 metri, è il Comune più alto della Bergamasca e ci offre quest’opportunità. Quest’oggi a stuzzicare la nostra curiosità sono due cime alquanto solitarie e selvagge: il Monte Brate e il Pizzo del Vescovo. Non sono vette blasonate come il Corno Stella o il Monte Toro ma posso garantire che per panorami e ambiente non hanno nulla da invidiare ai loro fratelli maggiori.
Le previsioni meteo ammoniscono che a partire da metà giornata le nuvole inizieranno a ricoprire le cime, pertanto optiamo per un giro “telescopico” (allungabile o accorciabile a piacimento), con partenza di buon mattino. Foppolo deve il nome alla particolare conformazione del territorio che è una conca pascoliva, una foppa appunto. Fissiamo la partenza dal piazzale K2 (1650m), nome adottato dopo la costruzione dell’omonimo albergo che ha rimpiazzato il toponimo originale, Foppelle. Anche in piena estate qui di mattina il sole tarda ad arrivare, situazione ottimale per camminare al fresco.
Seguiamo il sentiero CAI 206 che condivide il breve tratto iniziale con il 205 risalendo la pista da sci. Giunti all’altezza del laghetto delle Foppelle (1695m), deviamo a destra puntando una baitella con mucche al pascolo. Ad accoglierci una mandriana che ha appena concluso la lavorazione del latte. È piuttosto raro incontrare in alpeggio una donna a seguire la mandria. Scambiamo due parole che rivelano fin da subito un carattere vivace e cordiale. La «gentil pastora» ci fornisce precise indicazioni sul percorso da seguire invitandoci a passare al ritorno per assaggiare burro e formaggi.
Il sentiero 206 non è certo un’autostrada ma è ben riconoscibile e “bollato”. Tra radure incolte e boschetti di larici si risalgono i pendii settentrionali del Pizzo del Vescovo. Osservato da qui, questo Pizzo incute una certa soggezione: cupo e roccioso, rivela un aspetto decisamente severo. Giunti nei pressi della Foppa del Cucco (1810m), una conca pascoliva particolarmente fresca, il sentiero si sdoppia: a sinistra si diparte la ripida traccia diretta alla Selletta, il valico tra il Pizzo del Vescovo e il Monte Valgussera; a destra continua il sentiero 206 destinato al Monte Brate (o Bratte) con un percorso più morbido e interessante.
Non abbiamo dubbi e ci dirigiamo verso il Monte Brate. Il tracciato sale con discreta pendenza fino ad un evidente colletto a quota 1905m. Inizia un affascinante traverso lungo i ripidi pendii che sovrastano l’abitato di Valleve. Improvvisamente sentiamo l’inconfondibile fischio…sotto di noi due camosci che, noncuranti delle pendenze e della nostra presenza, si allontanano lesti. Dopo pochi metri però si fermano e riprendono tranquillamente a pascolare come se sapessero che nessuno di noi sarebbe stato in grado di avvicinarsi. Stiamo camminando immersi in un ambiente naturale sorprendente per integrità e solitudine. Giungiamo presso una piccola conca ai piedi del Bonte Brate. Qui si trova la graziosissima baita delle Cune (1920m), luogo ideale per filosofi eremiti. La preannunciata nuvolaglia ha anticipato i tempi e sta prendendo possesso delle cime d’intorno, peccato! Dalla baitella abbandoniamo il sentiero per seguire la traccia (intuitiva) che, serpeggiando tra alberelli e qualche roccetta, conduce alla cima del Monte Brate (1932m). Non sono un cacciatore ma direi che la piccola baita probabilmente è un avamposto venatorio.
La sommità tondeggiante del Brate è segnalata da un vecchio e anonimo paletto che assomiglia a quelli utilizzati per segnalare le piste da sci. Questo monte si affaccia dirupato a picco sopra la vallata di Carona. È una cima minore, semisconosciuta agli escursionisti tanto che sulla maggior parte delle carte non viene nemmeno riportata, eppure è di una bellezza davvero intrigante. Il nome Brate deriva dalla radice prelatina brat, brata, che significa «frasca». I toponimi che la contengono indicano la presenza di capanne di frasche. Al medesimo termine si riferisce il borgo seriano di Bratto.
Nonostante la nebbia stia risalendo i pendii riusciamo ugualmente a intravedere qualcosa e ad intuire la magnificenza dei panorami. Torniamo alla baita delle Cune e riprendiamo l’ascesa verso il Pizzo del Vescovo. Seguiamo il suggestivo crinale, a tratti ripido, con lo sguardo ora rivolto verso Carona, ora verso Foppolo. Dal basso il sentiero pare inerpicarsi in modo più ardito di quanto non lo sia in realtà. Così, senza troppi patemi, guadagniamo la croce di vetta. Con grande sorpresa notiamo che le nubi iniziano a diradarsi regalandoci scorci assai interessanti. Il Pizzo del Vescovo presenta una bella forma appuntita con un ardito versante roccioso settentrionale e l’altro, più docile ed erboso, che spazia verso meridione. È un arioso terrazzo panoramico sulle vallate di Foppolo, San Simone e Carona con vista a tutto tondo sulle principali cime brembane.
Il perché di un nome così altisonante è da ricercare nelle vicende altomedievali che hanno interessato questi territori montani: a partire dal settimo secolo il possesso delle corti di Almè e Almenno, cui appartenevano la maggior parte dei territori della valle Brembana, si avvicendò attraverso imperatori, re, conti e duchi fino all’anno 996 quando, con una modalità non ben chiarita, passarono nelle mani del Vescovo di Bergamo. Nel XII e XIII secolo i beni di queste corti erano ancora di proprietà del Vescovo. Di suddetti possedimenti ecclesiastici è rimasta traccia indelebile nella toponomastica locale: Pizzo del Vescovo, Monte Chierico e Valle dei Frati.
Ci abbassiamo di quota seguendo l’evidente traccia che attraverso prati piuttosto ripidi conduce alla Selletta (2015m), l’ampio valico tra il Pizzo del Vescovo e il Monte Valgussera. In caso di maltempo da qui è possibile ripiegare repentinamente su Foppolo con un sentiero che riconduce alla Foppa del Cucco. Il meteo volge decisamente al bello così scegliamo di continuare nell’itinerario originale. Risaliamo il crinale sud-occidentale del Valgussera che essendo meno ripido ci consente di guadagnare agevolmente la vetta (2183m). Purtroppo la sommità è ancora occupata dai ruderi della vecchia stazione d’arrivo della seggiovia e non si può certo dire che sia un bel vedere.
Il Monte Valgussera è la montagna simbolo degli sciatori bergamaschi: intere generazioni di giovani sono state svezzate su questi pendii, vuoi per il timore che incuteva il ripidissimo tracciato della seggiovia monoposto, vuoi per le reali difficoltà tecniche della discesa. Ricordo ancora con entusiasmo la gioia che provai quando, dodicenne alle prime armi con gli sci, presi coraggio e affrontai la mitica Valgussera…la mia autostima crebbe a dismisura! Mi permetto di aggiungere un’ultima curiosità linguistica: il nome Valgussera deriverebbe dal termine dialettale göss, aguzzo, quindi «valle aguzza». In effetti se si osserva il Monte dal paese di Foppolo si notano alcune vallette assai ripide e appuntite che scendono dai suoi fianchi.
Seguiamo la pista da discesa e in pochi minuti eccoci al Passo della Croce (1953m), valico di collegamento tra la Conca di Foppolo e la Valle di Carisole. I cieli sono ormai completamente rasserenati pertanto optiamo per un prolungamento del percorso. Anziché rientrare a Foppolo per il sentiero 205 (indicazioni) proseguiamo verso il Montebello e il lago Moro. È un giro che abbiamo già descritto in un precedente articolo rinunciando però all’ascesa del Corno Stella. Ripercorro sempre molto volentieri questi sentieri perché regalano scorci intriganti e orizzonti infiniti.
Raggiunto il lago Moro, che quest’estate è in evidente carenza idrica, saliamo al passo di Valcervia e da lì affrontiamo la suggestiva discesa ai laghetti del Montebello e al lago delle Trote (con bagnetto rigenerante). I laghi naturali, a differenza dei bacini artificiali, grazie ai temporali estivi riescono generalmente a mantenere un livello delle acque quasi normale anche in periodi siccitosi. Dal lago delle Trote imbocchiamo il sentiero diretto al Passo di Dordona. Superati i tralicci della vecchia sciovia del Toro, deviamo a sinistra scendendo per la traccia che ripercorre la celeberrima «pista del Toro».
Quando intercettiamo la strada cementata (diretta al Passo di Dordona) la seguiamo in discesa fino alla località Rovera seminascosta dietro i paravalanghe. In corrispondenza di una fontanella da cui sgorga acqua freschissima si diparte il sentiero, ben segnalato, che raggiunge il piazzale degli Alberghi. Dal piazzale una breve risalita ci riconduce al posteggio del K2, giusto in orario per assaporare i deliziosi piatti della cucina del ristorante.
P.S. l’itinerario breve, con discesa a Foppolo dal passo della Croce, è lungo 8 chilometri con 750 metri di dislivello e richiede tre orette di cammino. Il percorso più lungo, proseguendo verso Montebello, lago Moro, Passo di Valcervia e laghetti, risulta pari a 14,5 chilometri con 1150 metri di dislivello positivo. Calcolare due ore di cammino in più. In entrambi i casi si tratta di itinerari che regalano grandi soddisfazioni naturalistiche e paesaggistiche. Non si incontrano tratti tecnici, solo alcuni pendii piuttosto ripidi ma con una traccia sentieristica sempre ben percorribile.
Tutte le foto sono di Camillo Fumagalli
