Torno sempre volentieri in Val Serina, scrigno di sorprese ambientali e paesaggistiche. Come racconta il naturalista Luigi Volpi nelle sue «Pagine Bergamasche» (1944), la Val Serina «sorride alla nostra contemplazione coi suoi imponenti massicci montuosi: l’Alben, che tutta la valle domina coi suoi intarsi dolomitici, l’Arera e il Menna, feraci di vasti pascoli e i minori, lo Zucco, il Castello ecc.». Nella fattispecie ci rechiamo nell’angolo più remoto della valle, a Zorzone, definita da Volpi «umile e solitaria». Solitaria davvero perché per raggiungere Zorzone una volta arrivati a Oltre il Colle, occorre abbassarsi un bel po’ per attraversare la profonda valle del torrente Parina e risalire di pari quota i prati solivi fino al nucleo principale del borgo.
Per sopperire al suo secolare isolamento geografico nel 1957 - quando la frazione era raggiungibile solo per mulattiera - venne costruita una arditissima funivia a campata unica che, con un’altezza di quasi 100 metri dal suolo, attraversava tutta la valle. La cabina trasportava fino a sei persone e all’occorrenza erano ammessi anche gli animali, che pagavano la medesima tariffa prevista per i bagagli. Il ricordo di quella cabina gialla sospesa nel vuoto – diversa dalle prime cabine color argento - è ancora vivo nei miei ricordi e mi riporta a quando, con mio padre, andavamo per le Orobie alla ricerca di minerali. La funivia di Zorzone venne poi dismessa nel 1977 in concomitanza con la realizzazione della strada carrozzabile. Zorzone vanta una vocazione mineraria che risale a tempi remoti, come tante miniere della zona: quelle più antiche sono a Dossena e risalgono ai tempi dei romani, quando a cavar pietre erano i «damnati ad metalla», cioè coloro che, rei di gravi reati, erano condannati ai lavori forzati nelle miniere. Nello specifico a Zorzone le prime testimonianze risalgono al 500 d.C. I minerali estratti erano principalmente Calamina, Blenda e Galena, dai quali si ricavano zinco, piombo e piccole quantità di argento. È molto strano che né il Giovanni da Lezze (1596) nè il Maironi da Ponte (1819) abbiano menzionato l’attività mineraria di questa località. Chi invece ci parla della Val Serina e della Val Parina è Leonardo da Vinci, attraverso disegni e mappe realizzati intorno al 1509. In quel periodo Leonardo si recò personalmente in questi luoghi mosso dal suo interesse per le miniere della zona, essendo impegnato nella progettazione di nuove macchine per la forgiatura dei metalli. I disegni e le mappe sono conservati presso la «Royal Academy» di Londra. Nella collezione reale spicca un disegno leonardesco di una montagna che nell’aspetto assomiglia proprio al pizzo Arera. L’attività estrattiva della miniera di Zorzone, in Val Vedra, durò fino alla fine degli anni Settanta, per cessare definitivamente nel 1982. Un ricco e interessante museo minerario è stato allestito nel borgo, presso la sede della ex scuola elementare, in via Funivia. È visitabile solo su prenotazione telefonando allo 034 595313 oppure contattando la Pro Loco di Oltre il Colle (è curioso anche il fatto che il logo della Pro Loco sia ispirato proprio al disegno dell’Arera di Leonardo). È la prima volta che mi capita di trovare concordia nella toponomastica di una località: tutti gli esperti affermano che Zorzone deve il nome alla famiglia De Zorzi, la prima ad abitare questo territorio secondo le testimonianze documentali che risalgono al 1428.
Una volta giunti a Zorzone, dedicheremo la nostra attenzione all’esplorazione della Val Vedra. Questa valle, che confluisce le acque nel torrente Parina, è tanto aspra e impervia nella parte bassa quanto dolce, invitante e panoramica nella parte alta. Il passo di Val Vedra, suo culmine superiore, è una strategica via di comunicazione fra tre vallate: la Val Serina (più propriamente la Val Parina), la Valsecca di Roncobello (in Val Brembana) e la valle del torrente Aqualina di Valcanale (in Valle Seriana).
La prima tappa è Pian Bracca (1111m). Fino a due anni fa lo sterrato di accesso a Pian Bracca era percorribile in auto, oggi invece il transito è consentito solo ai residenti. Se si sale la mattina presto, in corrispondenza del cartello di divieto di transito, si trovano 5 o 6 posti auto a lato della strada. Così facendo si risparmia una buona mezzoretta tra andata e ritorno. In caso diverso conviene lasciare l’auto in paese e incamminarsi per il sentiero CAI 231 che passa a fianco della chiesa. Siamo fortunati e troviamo posto in alto. Seguiamo per un paio di chilometri la strada sterrata che procede quasi pianeggiante in direzione di Pian Bracca. Ignoriamo le indicazioni sentieristiche del 231 che troviamo poco prima di Pian Bracca e ci manteniamo sulla strada fino ad una valletta, pochi metri prima di suddetta contrada. Prima di attraversare il torrente, sulla sinistra, si stacca un sentiero non segnalato, decisamente più assolato e panoramico del 231 che corre nel fondovalle. In questa giornata di metà maggio, ancora fredda per le recenti piogge e nevicate a bassa quota, la scelta pare obbligata: è meglio camminare riscaldati da qualche raggio di sole in più. Il sentiero 231, fresco e gradevole in estate, veniva utilizzato per accedere alle miniere e ai forni di fusione di cui si vedono ancora, lungo il percorso, alcune strutture dismesse.
Saliamo nel bosco con tornanti piuttosto ripidi fino ad immetterci su un più ampio sentiero, proveniente da sinistra, che si addentra nella valle. Il cammino diviene più gradevole alternando tratti nei pascoli (con le relative baite) a tratti nel bosco. Sopra di noi incombono i ripidi pendii e le rocce che formano la cresta del monte Menna, mentre alle nostre spalle giganteggia il monte Alben. Non siamo soli: due giovani camosci seguono attentamente ogni nostro spostamento. Continuiamo la salita con panorami che si fanno via via più ampi e intriganti. In prossimità di un dosso erboso transitiamo presso l’Omo (1600m), un grande omino di sassi, punto di osservazione privilegiato sui monti d’intorno e la vallata. Poco oltre, sulla costa che precede la baita Zuccone, restiamo affascinati da un branco di una ventina di camosci intenti a pascolare. La nostra presenza è di disturbo e, all’unisono, fuggono agilissimi verso luoghi più tranquilli. La baita Zuccone (1686m) è uno splendido esempio di edificio montano di pietra, circondato da un grande e ben conservato «bàrec», il recinto di pietre per contenere il bestiame. La baita Zuccone si trova al cospetto dei monti Vetro e Vindiolo, già visitati in occasione di una precedente escursione.
Alle spalle della baita, in direzione nord-est, appare aguzza e slanciata la mole della Corna Piana, che, vista da qui, proprio piana non si direbbe. Completa il magnifico scenario il massiccio dell’Arera che chiude il versante orientale della valle. Il sentiero ci guida nella ampia conca prativa che ospita le baite della casera di Vedro. Giunti nella piana, intercettiamo il sentiero 231 che seguiamo, senza dover necessariamente passare dalla casera. È maggio inoltrato, ma cosa piuttosto insolita, ci troviamo a calpestare la neve caduta nei giorni scorsi. Procedere nella neve rende il cammino ancor più divertente. Transitiamo accanto a una grande pozza d’acqua prima di iniziare l’ascesa finale verso il passo di Val Vedra. Guadagnato il culmine della salita costeggiamo un’altra bella pozza d’acqua e, muovendoci verso est, scendiamo pochi metri per raggiungere il passo di Val Vedra (1849m).
In tal modo si evita un giro più largo che passa dalla baita Branchino. Al passo ci immettiamo sul rinomato «Sentiero dei fiori», quello basso, contraddistinto dalla numerazione CAI 222. La neve e il silenzio rendono il paesaggio magico. Il «Sentiero dei fiori» è una piacevolissima galoppata fino a «Capanna 2000» con magnifici scorci sulla vallata. È sorprendente notare che, nonostante la recente nevicata, qualche fiore è resistito stoicamente al gelo.
Giungiamo al rifugio in orario propizio per concederci un piatto caldo. I nostri istinti famelici vengono repentinamente placati da una serie di piatti gustosi e abbondanti, ma il fiore all’occhiello della cucina del rifugio sono le torte caserecce, da non perdere!
Riprendiamo il cammino con il sorriso nel cuore seguendo il sentiero CAI 221. La discesa procede a passo spedito grazie alla buona percorribilità del tracciato. In poche decine di minuti raggiungiamo la Cattedrale Vegetale (1343m), o meglio, ciò che ne rimane: la tempesta Vaia del 2018 ha distrutto quasi completamente la struttura. Sono sopravvissuti soltanto i carpini che continuano la loro lenta crescita conferendo al luogo l’aspetto di un gradevole boschetto su una collinetta panoramica.
Nei pressi della vicina pozza d’acqua si diparte il sentiero che ci riconduce a Pian Bracca (cartelli indicatori). Nel suo segmento iniziale il tracciato corre piuttosto stretto e pianeggiante, lasciandoci qualche dubbio. Poco dopo, quando inizia a scendere con più decisione nel bosco, il sentiero riacquista le giuste fattezze e, in men che non si dica, ci ritroviamo a Pian Bracca. Decidiamo di andare a far visita all’azienda agricola «Marieta», condotta da Angelo e Roberto, padre e figlio. Costoro allevano circa una cinquantina di mucche, tutte di razza bruna alpina di cui una trentina in lattazione. L’accoglienza è subito all’insegna della cordialità. Inizia una lunga chiacchierata con Angelo che mentre raspa la forma di formaggio scelta per l’assaggio ci racconta la storia dell’azienda, da quando suo nonno si trasferì qui, da Zambla, acquistando i terreni per iniziare l’attività pastorizia.
Angelo racconta anche di quando le miniere erano attive e di suo padre che ci lavorava. Dalle sue parole emergono anche tutte le difficoltà e i sacrifici dell’allevamento in alpeggio. Rimaniamo letteralmente allibiti nell’apprendere i prezzi di affitto dei pascoli in alpeggio. Gli occhi e la vivacità delle sue frasi rivelano tuttavia una grande passione per quel lavoro e per la montagna. Assaggiamo il formaggio: «squisito!» Ne portiamo a casa ciascuno un bel pezzo. Rimane soltanto la delusione di non aver trovato la «mascherpa», la specialità dell’azienda. La «mascherpa» è un latticino (non un formaggio) simile alla ricotta, che viene prelevato appena iniziano a coagulare le siero-proteine senza raggiungere le temperature necessarie alla produzione della ricotta (80-90°C). É una specie di panna, bianca e delicata, che in bergamasco si chiama «fiurít». Man mano che quest’ultimo affiora, bisogna prelevarlo e metterlo da parte, mantenendolo mosso con dei rametti di pino. Quando è completamente emerso viene raccolto in sacchetti di lino, messo in pressatura e poi in stufatura per uno o due giorni. Essendo una lavorazione complessa e dovendosi consumare fresca la produzione della «mascherpa» avviene su ordinazione. Dev’essere proprio una bontà, torneremo da Angelo per assaggiarla. Da pian Bracca rientriamo al punto di partenza seguendo a ritroso la strada sterrata percorsa all’andata. Un’ultima chicca toponomastica: «Vedra» (come «uder», «eder» e «udor») è un’antichissima parola indoeuropea che identifica l’acqua (da notare la correlazione con il greco «ὕδωρ», il latino «hydro» e il tedesco «wasser»); Bracca invece risale al termine celtico «brag», sorgente o ruscello.
P.S. L’escursione qui descritta è lunga 18km con un dislivello positivo di 1150m. Bisogna calcolare cinque-sei ore di cammino. Non esistono difficoltà tecniche, anzi i sentieri sono belli e scorrevoli. Per chi volesse accorciare il percorso (ma non il dislivello) presso la casera di Vedro si snoda un sentiero non segnalato che si innesta a metà circa del «Sentiero dei fiori» facendo risparmiare una buona mezz’ora.
Tutte le foto sono di Camillo Fumagalli
