Il caldo torrido di questo mese di luglio impone di alzare la quota di partenza delle escursioni per consentire un cammino con temperature gradevoli. Ecco allora l’idea di un itinerario tutto in altura (si viaggia quasi sempre intorno ai 2000m), a scavalco tra Val Brembana e Valtellina, alla scoperta degli antichi alpeggi del Bitto e di laghetti alpini ormai in via di estinzione.
Partiamo da San Simone, in alta valle Brembana, rinomata località sciistica che, dopo la chiusura degli impianti nel 2017, sta cercando un rilancio turistico con proposte alternative sia invernali che estive. La strada asfaltata termina al posteggio dei condomini (1664m) ma, nei mesi estivi, si può proseguire liberamente lungo lo sterrato fino alla baita Camoscio, a quota 1760m. È da qui che decidiamo di partire anche perché è qui che abbiamo prenotato il pranzo al termine del giro.
La località deve il suo nome all’esistenza, poco sotto il passo di San Simone, di un antico oratorio intitolato al santo. Purtroppo di questo oratorio non rimane più traccia, nemmeno le pietre del basamento. Chiesette di questo tipo erano piuttosto diffuse in zona. Venivano utilizzate dai mandriani nella stagione d’alpeggio come luogo di preghiera e anche come punto di ritrovo. Tali costruzioni religiose erano di forma rettangolare, direzionate sull’asse est-ovest, realizzate con muri di pietra larghi circa 80 cm ed avevano il tetto ricoperto di piöde (pietre) locali. Sul retro dell’altare c’era una piccola stanzetta che fungeva sia da sacrestia che da ricovero d’emergenza in caso di maltempo (una sorta di bivacco ante litteram). Ruderi di queste chiesette sono stati rinvenuti in prossimità del Passo di Dordona, del Passo di Tartano, del passo di Verrobbio e poco sotto il passo di Cavizzola, vicino alle sorgenti del Brembo. Ma torniamo all’apostolo Simone. La storia narra che costui, insieme a Giuda Taddeo, si fosse recato in Mesopotamia per evangelizzare quei popoli. La missione nella “Terra tra i due fiumi”, dopo un inizio favorevole non ebbe buon esito. Entrambi furono arrestati e martirizzati: Simone fu segato in due parti, mentre Giuda, dopo essere stato trafitto con lance e mazze, venne finito con un colpo d’ascia in testa. In seguito al martirio, Simone divenne il santo protettore di quanti lavorano al taglio della legna, del marmo e della pietra in genere.
Perché proprio in terra di Valleve è sorto un oratorio dedicato a San Simone? Ebbene: Cambrembo, Valleve e Branzi sono località in cui per secoli si è lavorata (e si lavora tuttora) l’ardesia estratta nelle cave per realizzare le famose piöde , le lastre di pietra di colore azzurrato utilizzate come copertura dei tetti. Giovanni da Lezze nel 1596 le chiamava «laste azure per coprir case». Questi erano anche luoghi in cui l’attività dei boscaioli era molto richiesta sia perché esistevano alcuni forni fusori che andavano alimentati con carbone da legna sia perché la copiosa portata d’acqua del fiume Brembo consentiva la fluitazione dei tronchi tagliati. A tal riguardo il da Lezze affermava: «…in questa Val Leffe si tagliano borre circa 3000 quali si conducono per il fiume sin a Ponte S.to Pietro». Val Leffe sta per Valleve e deve il suo nome al termine di origine preceltica lev (modificato anche in lef) nel significato di “fiume che ha tendenza a inondare”…e la storia del Brembo è ricca di piene e inondazioni devastanti!
La conca di San Simone è un anfiteatro di rara bellezza: le ardite e incombenti pareti rocciose del Pegherolo e del Cavallo incise da ripidi canaloni incutono un certo timore, ma ai piedi delle rocce ecco verdeggiare dolcissimi pascoli costellati di ruscelletti. Se queste rocce sono il regno indiscusso dei camosci, i prati sono il palcoscenico prediletto dalle marmotte. L’unica nota stonata sono i ruderi degli edifici di servizio dei vecchi impianti sciistici: un pessimo biglietto da visita! Per fortuna il sentiero ci guida nella direzione opposta e l’animo non soffre. Seguiamo le indicazioni del sentiero CAI 116, diretto al passo di Lemma. Con agevole progredire si transita a fianco della casera Sessi e della baita Belvedere (1827m) fino al bivio per il passo di Lemma (ben indicato). Al crocevia spicca un pennone con tanto di tricolore sventolante e, poco distante, una panchina di legno (di dimensioni normali…) in posizione contemplativa. È la prima tappa del «sentiero delle panchine», un percorso ad anello di circa 6km ideato dal gestore del ristoro «Lo Scoiattolo», l’altro gustoso punto di appoggio in loco. L’itinerario attraversa tutta la conca proponendo sei soste in corrispondenza di altrettante panchine panoramiche. È un percorso molto adatto a famiglie con bambini.
Iniziamo l’ascesa verso il passo. Il sentiero risale il pendio con pendenza molto regolare, compiendo ampi zig-zag…si procede senza affanno. Questo perché stiamo camminando sulla via militare di accesso alla linea Cadorna, un sistema difensivo a protezione della pianura Padana voluto dal generale Luigi Cadorna nel primo conflitto mondiale per scongiurare una possibile invasione da Nord dell’esercito austroungarico. Fortunatamente la Storia ci ha raccontato un epilogo diverso ma la linea Cadorna è ancora lì, fedele alla sua mansione, a sorvegliare la Valtellina. Tra piacevoli chiacchiere e qualche click eccoci al valico (2137m). I resti delle fortificazioni sono ancora ben visibili.
Al passo di Lemma seguiamo le indicazioni della «Gvo», la «Gran via delle Orobie», un’Alta Via tracciata lungo le Orobie valtellinesi, che collega Delebio all’Aprica con un percorso escursionistico di 130 km. Rimango sempre affascinato dal versante valtellinese delle Orobie: natura selvaggia, quasi primordiale, in cui l’uomo per secoli ha ricavato un suo umile e rispettoso spazio vitale che ormai rimane solo nei ricordi. Il silenzio e la solitudine contraddistinguono questi luoghi capaci di regalare attimi contemplativi sorprendenti. È molto curioso il fatto che gli escursionisti bergamaschi difficilmente si avventurino sul versante valtellinese delle Orobie, come se si trattasse di un territorio straniero. Situazione analoga capita agli sparuti escursionisti valtellinesi che raramente varcano la linea spartiacque provinciale. A ben pensarci, però, il termine «lemma» si dice che derivi dal basso latino limen, confine…ecco allora che tutto si spiega!
Il «Gvo» procede dolcemente su pianori levigati dall’azione erosiva dei ghiacciai, impreziositi da meravigliose fioriture di piante alpine, in particolare di rododendri. Transitiamo accanto a un bàrech (recinto di sassi per gli animali) geometricamente perfetto e ancora in ottimo stato di conservazione. In pochi minuti e senza fatica giungiamo al passo del Vallone (2215m). Il valico congiunge le creste del Pizzo del Vallone, a nord, e la cima di Lemma occidentale, a sud. Eleggiamo quest’ultima a “cima di giornata” e, seguendo la traccia che sale in direzione sud, ci spingiamo senza difficoltà tra pietroni e rododendri, fino in vetta.
Una minuscola croce di metallo identifica la sommità. È curiosa la storia di questo monte: sulle cartine dell’Istituto geografico militare (IGM) era quotato ma senza riportarne il nome. Eppure per i valtellinesi è sempre stato il Piz de Cavisciöla (Cavizzola per i brembani). Il CAI nel 1957 decise di rimediare a tale mancanza battezzandolo come «Cima di Lemma Occidentale», dimenticando però la storica nomenclatura locale che aveva la sua ragione di esistere: infatti cavizzola è un termine di antica origine dialettale legato alla conformazione del territorio che è caratterizzato da “cave”, cioè conche, canali e avvallamenti naturali scavati dall’acqua e dal ghiaccio. Ciononostante per i valtellinesi rimane e rimarrà sempre il Piz di Cavisciöla!
Il panorama spazia dalle Orobie brembane a quelle valtellinesi spingendosi fino alle alpi Retiche, con il monte Disgrazia protagonista indiscusso. Torniamo al passo del Vallone e continuiamo il cammino in direzione ovest. Abbandoniamo la Valle di Lemma per entrare nella ampia conca di Sona. Ci si abbassa dolcemente di quota sfiorando alcune pozze d’acqua ormai divenute acquitrini da quando gli alpeggi di Sona non vengono più caricati dai mandriani (e le pozze d’acqua liberate dal terriccio). Una breve ripida ascesa ci porta alla bocchetta di Sona (2185m), posta tra il monte Foppone e il monte Tartano. Alla bocchetta, il GVO procede abbassandosi di quota fino a un pianoro posto a 2100m dove si notano due “ex laghetti” che sulle mappe sono ancora disegnati come laghi ma che ormai risultano quasi completamente interrati.
Tra i due “ex laghi” c’è un masso che riporta un’indicazione sentieristica ormai sbiadita ma inequivocabile. È qui che dobbiamo abbandonare la «GVO» (diretto al passo di Pedena) e deviare a sinistra alla volta della bocchetta di Budria. Risaliamo un’ampia conca di prati e pietre e, dopo aver oltrepassato un altro laghetto, questo ancora con parvenze di lago, in poco raggiungiamo la bocchetta di Budria (2216m), un intaglio netto attraverso il quale rientriamo in terra bergamasca. Alle nostre spalle spicca il bel profilo triangolare del pizzo del Vento. Budria è un’italianizzazione di böder, voce preistorica indoeuropea che indica una voragine. Ebbene, di voragini qui in giro non se ne vedono ma la Valle di Budria, nella sua parte bassa prossima al paese di Tartano, presenta un tratto inforrato dove forma una cascata, la gioia degli ice climber d’inverno. Alla bocchetta di Budria vale la pena di salire sulle roccette soprastanti per godere della vista migliore. I silenzi valtellinesi vengono sopraffatti dai rombi delle motociclette che sfrecciano sulla strada del passo San Marco.
Pochi minuti di discesa ed eccoci nei pressi del rifugio Balicco (1963m). Senza abbassarci fino al rifugio (è ancora presto per il pranzo) raggiungiamo il bivacco Zamboni (2007m), struttura ormai in disuso, per immetterci sul sentiero CAI 101 in direzione della Forcella Rossa. Questo tratto di percorso è già stato descritto in un precedente articolo. Dal bivacco si sale alla bocchetta di Piedevalle (2060m) per poi scendere repentinamente verso l’omonima baita (1944m), alle cui spalle si apre un grande pianoro erboso. È quel che rimane del lago che anticamente occupava questo pianoro, alimentato dalle soprastanti sorgenti del Brembo.
Dalla baita di Piedevalle un agevole traverso ci conduce al laghetto di Cavizzola (1911m), simpatico specchio d’acqua circondato da massi. Presso il laghetto una fontanella regala acqua freschissima e abbondante. Ci manteniamo sul sentiero 101 e puntiamo alla Forcella Rossa, ultima breve ascesa di giornata. In pochi minuti guadagniamo il passo (2055m), un intaglio tra rocce di color rossastro. Una breve pausa e poi giù verso la baita Camoscio, nostro punto di partenza. Giungiamo in perfetto orario per il pranzo. I nostri istinti famelici vengono presto placati dai deliziosi piatti della cucina, capace di fondere la migliore tradizione culinaria bergamasca con i ricercati prodotti del territorio.
P.s. L’itinerario descritto, privo di difficoltà tecniche, è lungo 13km con un dislivello positivo di 1000m circa spalmati su numerose brevi risalite. I sentieri valtellinesi sono poco segnati (qualche bollo sbiadito e solo sporadici paletti), pertanto sconsiglio di avventurarsi in caso di nebbia.
Tutte le foto sono di Camillo Fumagalli
