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Il futuro è già scritto nei nostri ghiacciai

Secondo Renato R. Colucci la trasformazione delle alte quote è inevitabile. Per affrontarla servono monitoraggi e risposte globali

Il ghiacciaio del Porola si trova al confine tra le province di Bergamo e Sondrio

Negli ultimi mesi, temperature superiori alla norma e valori a due cifre raggiunti anche a 3.000 metri, fino a qualche anno fa impensabili, hanno riportato l’ambiente alpino al centro dell’attenzione. E il ghiaccio, in questo scenario, è uno degli indicatori più evidenti. «È tutto previsto: sappiamo che i ghiacciai al di sotto dei 3.500-3.600 metri sono destinati a scomparire in tempi brevissimi», spiega Renato R. Colucci, primo ricercatore dell’Istituto di scienze polari del Cnr. «Quelli alle quote superiori rimarranno ancora un po’ di più, ma sulle Alpi non sono molte le cime che superano i 3.600, 3.700 o 4.000 metri. Saranno gli ultimi resti delle aree glaciali alpine a perdere il ghiaccio. Sotto i 3.500 metri ormai è questione di poche stagioni. Non arriveremo al fantomatico 2050, per capirci».

La progressiva perdita di ghiaccio non è però un fenomeno che si possa leggere attraverso un unico episodio. Nelle ultime settimane la cronaca ha raccontato tragedie diverse, accomunate dalla fragilità degli ambienti d’alta quota. In Marmolada il crollo di una porzione di ghiacciaio nel luglio 2022 ha provocato una valanga di ghiaccio e roccia e causato sei vittime. In Nepal, al confine con il Tibet, il 26 agosto, un versante roccioso, franato con parte del ghiacciaio che aveva sopra, ha innescato una devastante alluvione. Mettere automaticamente questi eventi sul conto del riscaldamento globale, però, sarebbe scientificamente scorretto. «L’attribuzione dell’evento accaduto in Nepal al riscaldamento globale dovrà essere fatta, non lo si può dare per scontato, perché altrimenti si cade nel banale», precisa Colucci.

Per capire il rapporto tra cambiamento climatico e singoli fenomeni estremi sono necessari studi di attribuzione. Il dato generale, però, è un altro: «Eventi di questo tipo, come quelli del Nepal, sono accaduti e se ne stanno registrando sempre di più in giro per il mondo, anche sulle nostre Alpi». Un caso particolarmente significativo è quello del Piz Scerscen, in Svizzera, nell’aprile 2024. «Lì è successa la stessa cosa: è venuta giù una porzione di versante in roccia che aveva sopra un ghiacciaio importante». E ancora più recentemente, nel maggio 2025, c’è stato il caso di Blatten, sempre in Svizzera, dove il crollo ha cancellato un intero paese. Una tragedia che avrebbe potuto avere conseguenze molto più pesanti: «Il paese era stato evacuato già da settimane», ricorda Colucci, sottolineando il ruolo del monitoraggio alpino.

Con il ritiro dei ghiacciai, dunque, si assiste alla trasformazione di un sistema nel quale ghiaccio, roccia, acqua e temperatura sono strettamente legati. E anche se una parte dei cambiamenti è ormai inevitabile, ridurre le emissioni resta decisivo per le generazioni future. «Anche se spegnessimo tutto oggi, quelle cose che ho elencato accadrebbero comunque. Ma questo non vuol dire che non bisogna farlo. Dobbiamo farlo per il futuro delle prossime generazioni». Il pessimismo di Colucci nasce soprattutto dalla distanza tra la dimensione del problema e la risposta globale. «Il problema è globale, non basta che la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia o l’Italia facciano qualcosa: siamo circa otto miliardi sulla Terra e tutti devono fare la loro parte».

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