In una delle mie commedie preferite – «American Life» («Away We Go», di Sam Mendes, 2010) – i teneri protagonisti regalano a una coppia di amici neo hippie un passeggino, convinti sia un bel pensiero per il loro bambino. La reazione è sorprendentemente sprezzante, i due deridono il regalo, considerandolo l’imperdonabile gaffe di due sempliciotti: «Io provo amore per i miei bambini, perché dovrei volerli spingere lontano da me? In questa casa i bambini li portiamo in braccio, ce li teniamo vicini».
Sedici anni fa erano le bizzarrie di una coppia eccentrica. Ora – dopo che bambini ad alto contatto e babywearing sono entrati nel discorso comune sulla genitorialità – non sembrano più tanto strani. Per carità, i passeggini si vendono ancora (specialmente ai cani, mercato in rapida ascesa), ma si vendono altrettanto bene fasce e marsupi. Il babywearing (termine di cui le nostre madri non conoscevano l’esistenza, ma che ora nessuno con figli piccoli può più ignorare) segna una sorta di ritorno alle origini, con la differenza che il panno con il quale le nostre trisnonne contadine portavano con loro i bambini nei campi è stato sostituito da strumenti più moderni: fasce elastiche, marsupi ergonomici, pregiati tessuti bio.
Usi la fascia? Vuoi tenerti il bambino vicino (brava!), cerchi la naturalità del contatto, vuoi un rapporto stretto con tuo figlio, non ti sottrai. Viceversa, il passeggino… Non vorrai spingere il bambino lontano da te? (per tornare al nostro film). Non lo lascerai piangere? (il sottinteso è che ogni pianto è un trauma; ogni volta che la madre non è prontissima a consolare, una ferita).
Non fraintendetemi: la fascia di per sé va benissimo, è comoda. Il punto non è mai lo strumento, ma l’ideologia. Vale per tutto: allatti al seno? Tieni alla salute di tuo figlio e ti sacrifichi per lui. Hai fatto un parto “naturale”? Brava, sei stata forte. Usi i pannolini lavabili? Tu sì che sei amica dell’ambiente. Il sottinteso è sempre lo stesso: se dai il biberon o il ciuccio, hai chiesto un’epidurale o fatto un cesareo, ti dà noia avere il bambino sempre addosso, compri i pannolini usa e getta… stai ricorrendo a degli artifici “innaturali”, potresti fare meglio.
L’idillio del parto
Oltre al culto dell’allattamento oggi esiste anche il culto della nascita “naturale”: se tu, partoriente, sei sufficientemente informata e formata allora sai accettare il dolore senza prendere scorciatoie, sai farti guidare dal tuo corpo, respirare e spingere nel modo giusto, seguire il flusso. In tante ci hanno creduto – che ci si potesse preparare al parto come ci si prepara per una maratona o un esame difficile all’università – e sono rimaste completamente sconvolte dagli eventi. E non solo in caso di violenza ostetrica, ma perché il parto è imprevedibile, brutale, solitamente più lungo, doloroso, estenuante di quanto si possa immaginare. L’imprevisto è dietro l’angolo, e se partorissimo affidandoci solo alla “natura” in molti casi moriremmo, noi e il nostro bambino, come tante donne prima di noi sono “naturalmente” morte di parto.
Non è solo il parto a essere idealizzato, ma anche il post parto. Le prime generazioni di donne a partorire in ospedale ci restavano svariati giorni, separandosi dai neonati e affidandoli al personale sanitario. Poi Frédérick Leboyer, ginecologo e ostetrico francese, introdusse un concetto importante come il contatto pelle a pelle o bonding con la mamma. Tutto più rispettoso della fisiologia, più desiderabile, meno medicalizzato, tanto che oramai è prassi non solo poggiare subito il bambino al petto della madre, ma anche tenere fissa la culletta del neonato nella stessa stanza della puerpera. Bisognerebbe ricordare però che un’esigenza primaria di chi ha appena partorito è anche quella di riposare, dormire, riprendersi. Mia nonna, quando partorì in casa, aveva delle donne a prendersi cura di lei, non rimase sola con un neonato i primi giorni e neanche i primi mesi.
Il ritorno alla natura
Lo vedete il filo conduttore, dietro l’attuale mistica della maternità? C’è un “ritorno alla natura”, all’ecologia, il rifiuto di pedagogie “vecchio stampo”, che prevedevano bambini lasciati piangere nelle loro culle o svezzati con gli omogeneizzati nel vasetto. Al contrario abbiamo: allattamento prolungato (senza limite d’età, finché mamma e bambino lo desiderano), co-sleeping (altro termine imprescindibile, che se non sapete cosa vuol dire significa non siete genitori), alto contatto, auto svezzamento. Tutte cose che in teoria dovrebbero essere più semplici, più immediate, ma in realtà si rivelano estremamente complicate se vogliamo farle “a regola d’arte”.
Mia nonna ricorda sempre con grande divertimento quando suo padre (non era cattivo, anche se oggi lo arresterebbero) fece provare il vino alla sua sorellina di pochi mesi, ridendo di gusto alle smorfie di disgusto della povera lattante. Quello fu l’inizio del suo auto(?)svezzamento. Il resto non lo so, ma lo immagino facilmente: mia nonna, sua sorella e i numerosi fratellini saranno stati svezzati a latte di vacca (se c’era) e polenta, fine. Ora è un po’ più articolato di così.
Un complesso artificio
In teoria l’autosvezzamento è pratico: il bambino mangia ciò che mangiano i grandi, senza bisogno di acquistare baby food (considerato pressoché l’anticamera del cibo spazzatura). Nella pratica, spesso, è l’ennesima richiesta di perfezione fatta alle madri: cucinare da zero pietanze sanissime, fare un corso per imparare (oltre alla disostruzione pediatrica) i tagli sicuri da dare ai bambini, tenere alti standard igienici, stilare un piano settimanale di dieta vario e stimolante, approfittarne per abolire sale, zucchero, alcol, fritti dalla dieta di tutta la famiglia. Di certo la mia bisnonna Pina non aveva gli omogeneizzati, ma altrettanto sicuramente non consultava il manuale dell’autosvezzamento per creare pancake alla mela e cannella (rigorosamente senza zucchero) e fusilli al pesto di avocado e basilico (rigorosamente senza sale).
È una tendenza che ricorda il vecchio mito della ragazza «acqua e sapone», ora sostituito dall’estetica clean girl : 25 passaggi di skin care, centinaia di euro in trucchi per un effetto no make-up, look minimalista che costa quanto il mio vestito da sposa per ottenere un effetto di bellezza naturale senza sforzo. L’inganno c’è, ma guai a rivelarlo: le donne hanno “naturalmente” pelle liscia e levigata, sorrisi perfetti, occhi luminosi, capelli fluenti, corpo magro e tonico. Le madri sanno “da sole” partorire, allattare, prendersi cura dei loro bambini, basta seguire la “natura”, informarsi bene, non essere pigre.
Ma la natura è anche e soprattutto (in ordine sparso e per nulla esaustivo): sangue e sudore, peli corporei, ragadi e mastiti, occhi cisposi, capelli unti, lacerazioni, dolore, cattivi odori, smagliature. Negarlo è piuttosto misogino, utile solo a riaffermare che le cose di cui si occupano le donne sono tutto sommato facili, belle e leggere. E che facili, belle e leggere dovremmo essere noi.
