A cavallo di due secoli, nel pieno della Belle Époque, le strade di Piazza Brembana si animano per il mercato. Donne, uomini e bambini arrivano dalle contrade della valle e si mescolano tra le case rustiche del paese, ai piedi della chiesa e lungo il corso del Brembo, che da sempre scandisce i ritmi della valle. A pochi metri dal mercato, una signora ben agghindata si prepara a posare davanti alla macchina fotografica di Eugenio Goglio, il fotografo-artista conosciuto come il «Genio» della Val Brembana. Originario di Piazza Brembana, Goglio frequentò l’Accademia di Brera a Milano, entrò in contatto con l’ambiente della «Scapigliatura» e si formò nelle arti applicate. Dovette però interrompere la formazione milanese e rientrare in valle per aiutare la famiglia. Non abbandonò l’arte e coltivò quella fotografia che aveva scoperto proprio durante gli anni milanesi, trasformandola nel suo mestiere.
È qui che prende forma il suo particolare modo di guardare la valle: attraverso i paesaggi, i volti e le trasformazioni di una comunità che lentamente si apre alla modernità. A raccontarlo sono le oltre 140 fotografie esposte nella mostra «Ritratto di un’Epoca. Fotografie di Eugenio Goglio (1865-1926)», visitabile fino al 20 settembre al Museo della fotografia Sestini, nel complesso di San Francesco in Città Alta. Gli scatti sono stati selezionati dal fondo di oltre tremila negativi su lastra di vetro conservati dall’Archivio fotografico Sestini, di proprietà della Provincia di Bergamo. La mostra, organizzata per il centenario della morte dell’autore, è articolata in cinque sezioni. Abbiamo scelto cinque fotografie, una per ogni sezione, e, insieme al curatore Nicholas Fiorina, proviamo a ricostruire attraverso queste immagini il «Genio» e la sua valle.
La cascata della Val Sambuzza a Carona, 1990-1910
La cascata occupa quasi tutta la scena. Sotto il salto d’acqua compaiono alcune figure umane, ferme davanti all’obiettivo di Goglio. Siamo nella Val Sambuzza, nel borgo di Pagliari, appena sopra Carona. «La datazione delle immagini è stata una delle sfide più difficili», spiega Nicholas Fiorina. «Lo scatto della Val Sambuzza l’abbiamo ristretto al primo decennio del Novecento perché quasi tutte le altre immagini che compongono la prima sezione della mostra sono state realizzate in quegli anni».
La fotografia non è però soltanto una testimonianza del paesaggio. Alcune vedute di Goglio furono pubblicate su L’Alta Valle Brembana, rivista nata per promuovere il territorio attraverso i suoi paesi e le escursioni. «La maggior parte delle immagini pubblicate erano quelle di Eugenio Goglio», racconta Fiorina. Alcune realizzate su commissione, altre probabilmente per iniziativa personale del fotogafo. La loro funzione, però, è chiara: «Queste fotografie sono state utilizzate come corredo agli articoli per invogliare il “ceto dei forestieri” a venire ad ammirare le bellezze dell’Alta Valle». Anche la natura più selvaggia entra così nel racconto di una valle che comincia ad aprirsi al turismo. E in questo viaggio da sud a nord, un elemento ritorna continuamente: il Brembo. «È una forte presenza identitaria che lega la comunità e modella il territorio. È sulle sue rive che nascono i paesi che Goglio ritrae», riferisce Fiorina.
Studio Goglio. Scena con scrivano al tavolo e due uomini
Tre uomini siedono intorno a un tavolo. Al centro, probabilmente lo scrivano, che ha una sigaretta tra le labbra, in mano una penna stilografica e davanti a sé un calamaio. Nessuno guarda l’obiettivo. «Queste persone, più che essere messe in posa, sono messe in scena», prosegue il curatore. «È un microgenere che Goglio adotta, legato alla tradizione dei tableaux vivants, in cui persone reali componevano scene come quadri viventi. Qui costruisce una piccola scena di vita quotidiana: un uomo che probabilmente non sa scrivere va dallo scrivano e gli detta una lettera».
Sono immagini costruite con attenzione, con un fondale allestito e oggetti che restituiscono un’identità precisa ai protagonisti. Ma rappresentano una parentesi rispetto alla sua attività principale. Goglio aveva aperto uno studio a Piazza Brembana: da lui arrivavano non solo gli abitanti del paese, ma persone da tutta l’Alta Valle. E in molti casi era Goglio stesso a svolgere un servizio itinerante nei paesi limitrofi. La fotografia diventa così qualcosa di nuovo anche per chi non avrebbe mai potuto permettersi un ritratto dipinto. «La fotografia democratizza il ritratto. Prima del suo avvento solo i ceti abbienti potevano commissionare a un pittore la realizzazione di un ritratto», aggiunge Fiorina.
Studio Goglio. Ritratto di donna
Sul volto della giovane donna si notano numerosi segni: Goglio è intervenuto direttamente sulla lastra di vetro, ritoccandola prima della stampa. «Goglio non maschera la realtà dell’epoca. I suoi ritratti sono un’indagine socio-antropologica del tempo », prosegue Fiorina. «Nelle sue immagini compaiono la borghesia, con architetti, medici e commercianti, ma anche contadini, mendicanti e persone ritratte dopo la morte. È un’umanità che Goglio osserva senza alcuna distinzione basata sull’appartenenza a un ceto sociale».
Il ritocco appartiene invece alla ricerca di una resa estetica migliore. «Goglio è anche un artista, non solo un fotografo, quindi sa usare molto bene gli strumenti del mestiere, sa trattare il lapis e il pennello. Essendo un abile disegnatore, interviene sulle sue lastre di vetro, principalmente sui ritratti femminili». Era una pratica diffusa all’epoca, utilizzata per intervenire sull’incarnato e migliorare la resa finale della stampa. E proprio le donne diventano una presenza centrale nella mostra anche per il ruolo che ricoprono nella valle. Gli uomini erano costretti a emigrare in cerca di lavoro e fortuna, mentre le «regiùre» rimanevano a reggere la famiglia e l’economia locale, occupandosi anche dei campi.
Ritratto di artisti e artigiani attivi a Piazza Brembana
Goglio è al centro della fotografia, vestito di bianco, con scalpello e mazzuolo tra le mani. Attorno a lui compaiono altri artisti e artigiani, ciascuno accompagnato dagli strumenti del proprio mestiere. La fotografia, stampata in dimensioni più grandi rispetto alle altre della mostra, diventa quasi un manifesto. «Goglio non si fa ritrarre con la macchina fotografica in mano, ma con scalpello e mazzuolo. È un fatto importante», sottolinea Fiorina. «L’immagine che voleva dare di sé stesso era quella di scultore e intagliatore. Noi oggi lo ricordiamo come fotografo, ma lui voleva essere visto come artista a tutto tondo».
Al centro c’è il pittore Giacomo Calegari, di Piazza Brembana, con la tavolozza, ritrattista della Bergamo borghese; Francesco Albera, conosciuto da Goglio a Milano, tiene il busto dedicato a Umberto I; Giacomo Mostacchi, fabbro e costruttore di orologi da torre, è riconoscibile dagli strumenti del mestiere, una chiave inglese in mano e una ruota dentellata ai suoi piedi. Sono tutti sotto lo sguardo attento del padrone di casa, Gerolamo Calvi, sindaco di Piazza Brembana, che guida il rinnovamento architettonico del paese. «Goglio ritrae anche i suoi amici e colleghi. È una fotografia che mette in mostra l’orgoglio di una valle che non è solo fatica e sudore nei campi e nei boschi, ma è anche genio artistico», racconta il curatore. La scelta degli strumenti rende ciascuno riconoscibile e restituisce un’idea dell’arte ancora fortemente legata all’artigianalità. In Val Brembana, alla fine dell’Ottocento, osserva Fiorina, il vero artista era soprattutto chi scolpiva una statua o dipingeva un quadro. La fotografia era una novità e non aveva ancora lo stesso valore delle altre arti. Goglio sceglie così di presentarsi prima di tutto come artista.
Ritratto di operai in posa su una locomotiva alla stazione ferroviaria
Gli operai sono sulla locomotiva e guardano verso l’obiettivo. Ancora una volta Goglio non rinuncia alla posa, nemmeno davanti al simbolo del progresso. «Sembrava iconico concludere con questo scatto perché testimonia l’epoca in movimento. Si arriva a uno dei simboli più riconoscibili del progresso, il treno», spiega Fiorina. Nel 1906 la ferrovia raggiunge San Pellegrino e, pochi mesi dopo, San Giovanni Bianco; nel 1926 arriva infine a Piazza Brembana. «Il treno arriva a Piazza Brembana nell’anno della morte di Eugenio Goglio, come se fosse l’inizio e la fine di una storia insieme: la fine della storia terrena di Goglio e l’inizio della storia della modernità che fa capolino nell’Alta Valle».
La trasformazione era già iniziata nella media valle con San Pellegrino Terme divenuta una località termale capace di attirare una clientela altolocata e internazionale, grazie alle sue terme, al casinò e al Grand Hotel, dove soggiornò anche la regina Margherita di Savoia. Il turismo porta nuove attività, alberghi e osterie mentre nuove strade e la ferrovia riducono l’isolamento della valle. Accanto alla stazione si intravede una casa in costruzione: è quella di Goglio, forse metafora di un futuro tutto da costruire. Anche qui il fotografo non rinuncia alla sua cifra: gli operai, come gli altri suoi soggetti, si fermano e guardano verso l’obiettivo. La valle che per decenni era rimasta isolata comincia così a cambiare volto. E quella donna incontrata all’inizio, davanti all’obiettivo del «Genio», diventa il volto di una comunità intera, catturata da Goglio nel momento in cui si sta trasformando. «Il visitatore dovrebbe tornare a casa con la consapevolezza di chi è stato Eugenio Goglio e di cosa significava abitare la Val Brembana», conclude Fiorina. Perché alla fine una fotografia serve anche a questo: ricordarci chi siamo stati, da dove veniamo e quanto può cambiare, insieme a noi, il mondo che ci circonda.
- Cinque scatti che svelano la fotografia di Eugenio Goglio
- La cascata della Val Sambuzza a Carona, 1990-1910
- Studio Goglio. Scena con scrivano al tavolo e due uomini
- Studio Goglio. Ritratto di donna
- Ritratto di artisti e artigiani attivi a Piazza Brembana
- Ritratto di operai in posa su una locomotiva alla stazione ferroviaria
