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La forza silenziosa di fare spazio a ciò che c’è

Articolo. Accettare non significa arrendersi, significa contenere e accogliere. Oggi vi proponiamo una ricetta che unisce tutti i nutrienti necessari al corpo per affrontare le fasi di adattamento e di accettazione

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(Foto Shutterstock.com)

Shanghai, l’Italia, poi Monaco di Baviera. In mezzo la maternità, il lavoro da ridisegnare, case da svuotare e altre in cui imparare, lentamente, ad abitare. Per molto tempo ho creduto che ogni cambiamento andasse gestito allo stesso modo: organizzare, risolvere, controllare. Poi ho capito che la vera sfida non è quasi mai intervenire sulla realtà, ma smettere di combatterla.

È qui che entra in gioco l’accettazione: non una resa o un’interpretazione passiva di ciò che subiamo, ma l’atto lucido di vedere le cose esattamente per quello che sono. Quando ci siamo trasferiti in Germania, smettere di confrontare il presente con quello che mi ero lasciata alle spalle è stato il solo modo per iniziare, finalmente, ad abitarlo.

Un’emozione di base? Dipende da cosa intendiamo

Quando parliamo di emozioni di base pensiamo generalmente alle sei rese celebri dagli studi di Paul Ekman e che abbiamo imparato a conoscere in questa rubrica: gioia, tristezza, paura, rabbia, disgusto e sorpresa. Ma nella scienza delle emozioni non esiste una classificazione universalmente condivisa. Robert Plutchik, per esempio, propose invece otto dimensioni fondamentali organizzate in coppie contrapposte: gioia e tristezza, paura e rabbia, sorpresa e anticipazione, disgusto e accettazione, quest’ultima descritta anche attraverso il concetto di fiducia.

Scegliere è un’azione che ha un significato evolutivo: un organismo deve continuamente stabilire se avvicinarsi o allontanarsi, fidarsi o difendersi, incorporare oppure rifiutare. Se il disgusto protegge da ciò che potrebbe essere nocivo, l’accettazione consente, all’estremo opposto, di abbassare la difesa e avvicinarsi con fiducia. Sarebbe però improprio sostenere che l’accettazione è un’emozione di base, come se fosse una conclusione definitiva delle neuroscienze. È più corretto considerarla una dimensione affettiva fondamentale e, contemporaneamente, una strategia individuale di regolazione emotiva (coping).

Cosa succede nel cervello quando smettiamo di combattere

Quando compare un’emozione spiacevole, il primo impulso è spesso eliminarla o evitarla. Ci riempiamo di impegni, di parole, di oggetti, di qualsiasi cosa serva a non pensare. Tentiamo di distrarci, razionalizzare o sopprimere ciò che sentiamo. Ma combattere un’emozione non equivale necessariamente a regolarla.

L’accettazione segue una strada diversa: significa osservare pensieri, emozioni e sensazioni corporee permettendo loro di essere presenti, senza pregiudizio e senza cercare immediatamente di modificarli. Possiamo immaginare di essere seduti in una stazione e osservare i vagoni di un treno che passano davanti a noi. I pensieri sono quei vagoni: possiamo notarli senza essere costretti a salire su ciascuno di essi. È questa la posizione dell’osservatore: vedere ciò che emerge senza trasformarlo immediatamente in un giudizio o in un’azione.

Gli studi di neuroimaging , come la risonanza magnetica funzionale, mostrano che l’accettazione non è un semplice sforzo di volontà guidato dall’alto, dalla corteccia prefrontale, ovvero la nostra sede del problem solving e del controllo. Quando smettiamo di combattere un’emozione, cambia profondamente l’attività del Default Mode Network, la rete neurale che si attiva a riposo e che sostiene il nostro vagabondaggio mentale. È proprio in questo circuito che nascono il rimuginio, la narrazione ansiosa di sé e il confronto continuo tra ciò che stiamo vivendo e ciò che vorremmo stesse accadendo. Calmare questa rete non significa spegnere il cervello, ma interrompere il loop di autocritica per restituire fluidità al nostro vissuto emotivo.

So che è difficile da credere, ma non sempre è necessario risolvere una situazione. A volte basta, appunto, accoglierla per ciò che davvero è.

Prima il corpo, poi le parole

L’accettazione non è soltanto un’idea. Ha una componente profondamente corporea. Quando percepiamo una minaccia, il sistema nervoso autonomo prepara l’organismo all’azione, come abbiamo visto più volte. In poche parole cambiano la frequenza cardiaca e respirazione, aumenta la vigilanza, i muscoli si preparano a reagire. È un meccanismo indispensabile quando dobbiamo proteggerci.

Possiamo però mantenere lo stesso assetto anche davanti a qualcosa contro cui non possiamo realmente combattere: una perdita, una separazione, un cambiamento, un’incertezza.

Accettare non elimina necessariamente l’emozione primaria — posso essere triste e accettare di esserlo — ma riduce il senso di colpa e il conflitto generato dal pensiero: non dovrei sentirmi così. È uno dei principi della mindfulness e dell’Acceptance and Commitment Therapy: la regolazione, e quindi la gestione delle emozioni, nasce dall’incontro tra consapevolezza e accoglienza. Per questo accettare non è passività, anzi è un’azione. È rinunciare alla lotta inutile per poter scegliere meglio quella necessaria e irrinunciabile.

Anche a tavola possiamo creare terreno fertile

Nessun alimento può renderci più capaci di accettare ciò che viviamo. Sarebbe pseudoscientifico trasformare un processo psicologico complesso in una lista di nutrienti. Possiamo però nutrire i sistemi biologici che partecipano alla regolazione dello stress, alla funzione neuronale e alla comunicazione intestino-cervello.

Il magnesio partecipa alla normale funzione del sistema nervoso e al metabolismo energetico; gli omega-3 sono componenti delle membrane cellulari e il DHA contribuisce alla normale funzione cerebrale. Le vitamine del gruppo B sostengono metabolismo energetico e sistema nervoso. Fibre fermentescibili e polifenoli interagiscono inoltre con microbiota e comunicazione intestino-cervello.

Non sono “nutrienti dell’accettazione”. Sono nutrienti che contribuiscono a sostenere l’organismo mentre attraversa una fase di adattamento. Forse è anche questo un modo di praticare l’accettazione: non pretendere dal cibo che risolva ciò che appartiene alla vita, ma usarlo per prenderci cura del corpo che quella vita deve attraversare.

Grounding Bowl

Una grounind bowl è, in realtà, una campana tibetana utilizzata per la meditazione profonda e per appunto il riconessione con se stessi e la natura (grounding,appunto). Serve a riportare l’attenzione sul qui e ora, sul presente e, di conseguenza, per allontanare la mente dai momenti di stress.

Da un punto di vista culinario possiamo considerarla un’ottima risposta alla necessità di trovare una via d’uscita, anche a tavola. La ricetta unisce i nutrienti citati in precedenza, con l’obiettivo di aiutare il corpo nelle fasi di adattamento e accettazione.

Per una porzione:

  • 40-50 g di fiocchi d’avena
  • 150 g di yogurt bianco o kefir naturale
  • 100 g di mirtilli, lamponi o frutti di bosco
  • 3-4 noci
  • 1 cucchiaino di semi di zucca
  • 1 cucchiaino di cacao amaro
  • cannella, se gradita

Il procedimento

Cuocere 40-50 grammi di fiocchi d’avena con acqua o latte fino a ottenere una consistenza cremosa. Aggiungere 150 grammi di yogurt bianco o kefir naturale, 100 grammi di mirtilli o altri frutti di bosco, 3-4 noci, un cucchiaino di semi di zucca e un cucchiaino di cacao amaro. Se piace, completare con cannella.

È una preparazione semplice, ma costruita con una precisa logica nutrizionale. L’avena fornisce carboidrati complessi e beta-glucani; semi di zucca, cacao e frutta secca apportano magnesio; le noci acido alfa-linolenico. Frutti di bosco e cacao sono fonti di polifenoli, mentre yogurt e kefir con colture vive aggiungono microrganismi fermentativi e proteine.

Non è una ricetta della felicità, e proprio questo è il punto. La nutrizione non può spegnere paura, tristezza o incertezza. Può però offrire al cervello e al corpo condizioni fisiologiche favorevoli mentre noi ci dedichiamo al lavoro psicologico dell’adattamento.

Fare spazio

Con il tempo ho capito che alcune delle svolte più importanti della mia vita sono iniziate quando ho smesso di chiedermi come far tornare tutto come prima. Ogni volta pensavo che avrei dovuto trovare rapidamente un nuovo equilibrio. Oggi penso invece che alcuni equilibri nascano proprio dopo aver attraversato una fase in cui nulla sembra ancora al suo posto.

Accettare, allora, non significa smettere di desiderare, cambiare o scegliere. Significa creare abbastanza spazio dentro di noi perché la realtà possa essere vista per quella che è, prima di decidere cosa farne, senza (pre)giudizi, senza sottovalutare, evitare o rimuginare, costruendo scenari che mai accadranno. Forse è da lì che ricomincia il movimento. Non dal controllo, ma dalla possibilità di restare, per un momento, accanto a ciò che c’è, così com’è.

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